Domenica della Divina Misericordia

Questa domenica – seconda domenica di Pasqua o Domenica in albis, cioè in cui si deponevano le vesti bianche del battesimo celebrato nella veglia pasquale – è diventata anche la domenica della divina misericordia, per iniziativa di s. Giovanni Paolo II nel 2000, con riferimento a s. Faustina Kowalska. I discepoli erano scappati, il loro leader, Pietro, aveva rinnegato il Maestro, quasi tutti l’avevano abbandonato: che cosa di meno affidabile di quel gruppo allo sbando? E tuttavia Gesù viene e offre il suo perdono. Lo offre in particolare a Tommaso, che non riusciva ad aprirsi alla fede nella risurrezione. Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero delle fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre.

2 domenica di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
I discepoli erano chiusi in casa per paura. Casa di buio e di paura, mentre fuori è primavera: e venne Gesù a porte chiuse. In mezzo ai suoi, come apertura, schema di aperture continue, passatore di chiusure e di frontiere, pellegrino dell’eternità. Venne Gesù e stette in mezzo a loro. Nel centro della loro paura, in mezzo a loro, non sopra di loro, non in alto, non davanti, ma al centro, perché tutti sono importanti allo stesso modo. Lui sta al centro della comunità, nell’incontro, nel legame: lo Spirito del Signore non abita nell’io, non nel tu, egli abita tra l’io e il tu. In mezzo a loro, senza gesti clamorosi, solo esserci: presenza è l’altro nome dell’amore. Non accusa, non rimprovera, non abbandona, “sta in mezzo”. Pace a voi, annuncia, come una carezza sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulla tristezza che scolora i giorni. Gli avvenimenti di Pasqua, non sono semplici “apparizioni del Risorto”, sono degli incontri, con tutto lo splendore, l’umiltà, la potenza generativa dell’incontro. Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora chiusi in quella stessa stanza. E invece di alzare la voce o di lanciare ultimatum, invece di ritirarsi per l’imperfezione di quelle vite, Gesù incontra, accompagna, con l’arte dell’accompagnamento, la fede nascente dei suoi. Guarda, tocca, metti il dito… La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente di percorso da dimenticare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto che il suo amore folle ha raggiunto, e per questo resteranno eternamente aperte. Ai discepoli ha fatto vedere le sue ferite, tutta la sua umanità.
E dentro c’era tutta la sua divinità. Metti qui la tua mano: qualche volta mi perdo a immaginare che forse un giorno anch’io sentirò le stesse parole, anch’io potrò mettere, tremando, facendomi condurre, cieco di lacrime, mettere la mia mano nel cuore di Dio. E sentirmi amato. Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! L’ultima beatitudine è per noi, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede e inciampa, per chi ricomincia. Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato: con una beatitudine, con il profumo della gioia, col rischio della felicità, con una promessa di vita capace di attraversare tutto il dolore del mondo, e i deserti sanguinosi della storia.

Pasqua in ebraico significa passaggio; per i cristiani segna l’inizio di una nuova vita. Da dove partire, e per andare dove?

Si parte dalla croce, e quindi dal dolore, dalle ferite, dalle parti oscure di noi stessi, per incamminarsi verso la bellezza, la guarigione, la libertà. Pasqua è il passaggio dalla prigionia alla libertà, dalla sterilità alla fecondità, dalla solitudine all’abbraccio, e la forza viene da Colui che si è precipitato per amore dentro le nostre contraddizioni, dentro i nostri tradimenti e abbandoni. Dio è lì dentro; è passato attraverso la Croce e cammina con noi e con le nostre croci, ci incoraggia ad andare avanti, nonostante la fatica, verso la bellezza e l’armonia.
Dopo duemila anni, sappiamo ancora stupirci davanti alla Resurrezione? Lo stupore non è davanti al sepolcro vuoto, ma davanti al crocifisso perché è lì che il volto di Cristo appare in tutto il suo splendore: il suo corpo oltraggiato e abbruttito dai flagelli, dagli sputi, dai chiodi è qualcosa di meraviglioso.
Io resto stupito davanti a un Dio che ama da morire, da morirci.
Un amore che fa venire i brividi e tremare le mani… Gesù è morto amando e l’amore continua a risuscitare in noi la vita. Padre Turoldo scriveva che è il Venerdì santo il giorno della fede vera.
Troppo facile credere a Pasqua, nello splendore della pietra vestita di luce. Fede vera è quando Gesù, pur provando il senso dell’abbandono di Dio, continua la sua donazione d’amore.
L’Onnipotente ridotto al nulla, la Parola ridotta al silenzio, ha scelto di essere dove io non vorrei mai essere. E proprio là, dove noi fuggiamo, ci aspetta per camminare insieme.

Cristo è veramente Risorto!

La nostra Comunità parrocchiale, depositaria dei doni dell’immenso amore che il Padre ci ha rivelato nel suo Figlio Gesù, è la dispensatrice delle cose sante da partecipare a tutti; è la mano che apre la porta per far entrare Dio nella vita di tanti che devono fare i conti con i dubbi, i fallimenti, le incertezze, e far scoprire loro che ci si può fidare del Signore!
Di fronte ad una quotidianità che sembra aver smarrito il riferimento a Dio, la nostra Parrocchia ricorda ad ogni cristiano che il Vangelo, vissuto e testimoniato in prima persona, può essere sorgente di vita nuova, come ci dimostra la risurrezione di Cristo, evento centrale della nostra fede. Rendere migliore la vita degli altri: è il segno distintivo della nostra Comunità Cristiana.
E’ la misura ideale della fede nella risurrezione.
Tutti i problemi che oggi ci agitano sono i banchi di prova della nostra fede nel Risorto, perché ci obbligano a metterci in discussione ogni giorno. La vita risorta si nasconde nella vita quotidiana e si manifesta orientandosi verso l’alto, lasciandosi affascinare dal pensiero della risurrezione piuttosto che dalla rassegnazione alla morte. La salvezza che Gesù annuncia, non possiamo ridurla al solo annuncio della…tomba vuota!
Gesù è soprattutto Colui che è venuto a vincere il peccato e la morte e a fare di tutti gli uomini una umanità filiale nei riguardi
del Padre, e fraterna nei confronti dei propri simili.
A Gesù interessa che tutto quanto l’uomo sia salvo: per questo risuscita dai morti, guarisce gli ammalati, sfama la folla, accoglie e predilige i poveri e gli oppressi, le persone che non contano, condanna l’ingiustizia e l’oppressione, incentra la vita etica sull’amore, insegna a perdonare rompendo la logica dell’ ”occhio per occhio, dente per dente”.
Davvero la Risurrezione inaugura una “umanità nuova”, non solo nella sua dimensione escatologica, ma garantisce “un avvenire
possibile” agli uomini e alla loro storia.
Illuminati dalla luce della Pasqua, portiamo il profumo di Cristo Risorto nella quotidianità di tanti nostri fratelli e sorelle, ribaltando la pietra dell’indifferenza.
E’ l’augurio sincero che faccio a tutta la Comunità per la S. Pasqua!

La testimonianza di tutti i cristiani e di ogni giorno (2)

Potremmo domandarci: Qual è la forma specifica della testimonianza, e più precisamente della testimonianza cristiana?
Ora, se a decidere la risposta generale è la coerenza – cioè il vissuto in sintonia con i valori ideali e con le esigenze morali delle persone e della comunità –, la risposta propria della testimonianza cristiana è la coerenza con la grazia e le responsabilità che ci vengono dall’incontro vivo e personale con Gesù Cristo morto e risorto, dall’obbedienza alla sua parola, dalla sequela del suo stile di vita, di missione e di destino. Non ci sono alternative! Solo con il nostro vissuto quotidiano possiamo confessare la nostra fede in Cristo
e rendergli testimonianza.
E perché non rilanciare una rinnovata e specifica “spiritualità della gioia cristiana”, l’unica capace di scuotere un mondo annoiato e distratto? Non c’è bisogno, a questo punto, di offrire una qualche riflessione sul rapporto tra la testimonianza e la speranza cristiana. Proprio il testimone – in specie il martire – costituisce l’incarnazione più radicale e il vertice supremo della speranza: per amore di Cristo, egli è pronto a donare nel sangue la propria vita.

Concludiamo queste brevi righe e semplici riflessioni, con una parola che non è mia, una testimonianza che orienta ulteriormente l’importanza della testimonianza cristiana.
Una parola che viene da lontano, dall’Oriente, da un vescovo martire dei primi tempi della Chiesa, da sant’Ignazio di Antiochia. Desidero che la sua voce risuoni nel nostro cuore e pronunci ancora una volta una parola d’estrema semplicità. E che, per dono di Dio, il cuore di ciascuno di noi ne sia toccato e profondamente rinnovato! Ascoltiamo:

«Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza
esserlo» (Lettera agli Efesini).

La testimonianza di tutti i cristiani e di ogni giorno (1)

In questo tempo di Pasqua, in questo cammino dove la liturgia delle Messe feriali ci fa
leggere, come prima lettura, il Libro degli Atti degli Apostoli, cioè la vita delle prime
Comunità Cristiane, emerge, con maggior consapevolezza che tutti coloro che erano venuti alla Fede annunciavano con passione il Cristo risorto.
La testimonianza di Gesù Risorto, che è dono e compito di tutti i cristiani, non riguarda
solamente un passato, pur glorioso, ma è questione di ogni giorno, è questione di oggi.
La testimonianza cristiana è generata e sostenuta dalla fede in Gesù Cristo, il Crocifisso
Risorto e il Veniente. È la fede cristiana nella sua triplice e inscindibile dimensione di fede professata-celebrata-vissuta. È, dunque, la fede che sta in ascolto della Parola di Dio, che
celebra ed esperimenta l’incontro vivo e personale con Gesù Cristo nella sua Chiesa, che si fa “carne della propria carne” nel vissuto di ogni giorno. Così la testimonianza cristiana, per essere vera e autentica, ha assoluto bisogno della Parola e dei Sacramenti, dei quali proprio il vissuto del credente deve dirsi frutto, verifica, “compimento”.

Gesù risorto, speranza del mondo

Cristo è Risorto. Questa è la fede della Chiesa.
Questa è la speranza che illumina e sostiene la vita e la testimonianza di noi cristiani.
Parliamo non solo “di” speranza, ma anche e innanzitutto “con” speranza. È la speranza come “stile virtuoso” – come anima, clima interiore, spirito profondo – prima ancora che come contenuto.
La speranza come stile virtuoso è parte essenziale e integrante della vita cristiana. Certo, nessuno di noi può minimamente negare o attenuare l’esistenza dei tantissimi mali, drammi, pericoli crescenti e talvolta inediti dell’attuale momento storico – l’elenco non terminerebbe mai –, ma tutti, grazie alla presenza indefettibile di Cristo Signore e del suo Spirito nella storia d’ogni tempo, possiamo e dobbiamo riconoscere che la speranza non è solo un desiderio o un sogno o una promessa, non riguarda unicamente il domani, ma è una realtà molto concreta e attuale, che non abbandona mai la nostra terra: le persone, le famiglie, la comunità, l’umanità intera, soprattutto la Chiesa del Signore.
È nel segno della Pasqua di Cristo che abbiamo, anche quest’anno, celebrato insieme che siamo chiamati a vivere nell’orizzonte della speranza.
Chi ha occhi e cuore evangelici vede e gode del numero incalcolabile di semi e germi e frutti e opere concrete di speranza che sono in atto nei più diversi ambiti della Chiesa e nella nostra società. Ci sono tantissime persone che continuano a scrivere “il Vangelo della speranza” nelle realtà e nelle vicende più disagiate e sofferte della vita quotidiana.
Possiamo allora applicare qui quanto leggiamo nell’esortazione Christifideles laici: «Agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle attività d’ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi – certo per la potenza della grazia di Dio – della crescita del regno di Dio nella storia».
Nel cammino pasquale, come comunità di credenti, siamo orientati alla Pentecoste (termine di questo cammino liturgico) per una rinnovata effusione dello Spirito santo che tutti ci coinvolge e ci sollecita all’ascolto della voce di Dio e del suo Spirito: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7). Affrontiamo i giorni presenti con la forza della nostra testimonianza, con il nostro essere “testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.

Uniti in Cristo

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.
Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna. E questo è molto bello! Siamo creati per amare, come riflesso di Dio e del suo amore.
E nell’unione coniugale l’uomo e la donna realizzano questa vocazione nel segno della reciprocità e della comunione di vita piena e definitiva. Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. È davvero un disegno stupendo quello che è insito nel sacramento del Matrimonio! E si attua nella semplicità e anche nella fragilità della condizione umana. Sappiamo bene quante difficoltà e prove conosce la vita di due sposi…L’importante è mantenere vivo il legame con Dio, che è alla base del legame coniugale.
E il vero legame è sempre con il Signore. Quando la famiglia prega, il legame si mantiene.

Battezzati in Cristo

Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?
Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato (Romani 6, 3-6).

Nella prima tavola c’è la vicenda di Gesù; nella seconda si svolge, in parallelo, l’esperienza del cristiano. Ecco, allora, il sepolcro di pietra in cui viene calato il corpo morto del Crocifisso. Accanto ad esso Paolo tratteggia idealmente il sepolcro d’acqua in cui penetra “l’uomo vecchio”, cioè il “corpo del peccato”, ossia la nostra drammatica situazione di “schiavi del peccato”. Siamo anche noi “crocifissi”, e quindi votati alla morte, e su di noi scende la lastra tombale del giudizio divino.
Ritorniamo alla prima tavola: il sepolcro di Gesù, all’alba di Pasqua, viene scoperchiato e Cristo sfolgora nella luce della risurrezione, immerso nella “gloria del Padre”. Paolo, allora, nella seconda scena, quella che vede protagonista il battezzato, delinea un netto parallelo: anche il cristiano depone le spoglie della morte e si leva come creatura nuova, redenta, liberata dalla sindone mortuaria del peccato, pronta a «camminare in una vita nuova». Il Cristo pasquale è, dunque, immagine del cristiano battezzato.
Quando usciamo dal lavacro del fonte battesimale, siamo divenuti “figli adottivi” (è lo stesso Paolo a ricordarlo a più riprese nelle sue Lettere) e, quindi, partecipi della sua stessa luce gloriosa. La sintesi finale della nostra riflessione battesimale è tutta nelle parole che l’Apostolo scrive ai Romani: «Se siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione».

Perché è stata scelta la prima domenica dopo Pasqua?

La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”. Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.
Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”.
La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia.
Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che “elargirà grazie di ogni genere”.