Dov’è andata a finire la chiarezza?

Viene in mente la famosa scena de i Promessi sposi, in cui il tremebondo don Abbondio cerca di spiegare a uno sbalordito Renzo che “questo matrimonio non s’ha da fare”. Il prete  farfuglia qualcosa a proposito degli “impedimenti dirimenti”: “Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis …”.

Il giovane, frastornato, reagisce con vivacità: “Si piglia gioco di me? Che vuol ch’io faccia  del suo latinorum”.

Oggi, in tutti i campi,  –  dalla politica alla scienza, dalla religione alla psicologia, dalla letteratura alla medicina, dalla finanza al giornalismo  –  ci sono parecchi don Abbondio i quali, anche senza la minaccia dei bravi, pare si divertano a prendersi gioco di noi, poveri sprovveduti. Fanno sfoggio, non solo di citazioni latine (quasi sempre errate), ma anche di una terminologia astrusa, o ti sparano addosso una sventagliata di termini stranieri. E, anche quando parlano italiano sembra si esprimano in un’altra lingua. Capisco benissimo come non si possano talvolta evitare le rigorose esigenze imposte da un linguaggio scientifico.

Comprendo la necessità di non cadere nel semplicismo e in un eccesso di banalizzazione. Ma alcune volte si esagera e, quel che è peggio, lo si fa con evidente compiacimento, sbandierando una terminologia ermetica, il cui significato risulta precluso ai più. Certa retorica roboante, certe astruserie pseudo intellettuali stanno sul versante opposto rispetto al linguaggio, all’insegna della semplicità e immediatezza, adottato da Cristo. Se ascoltiamo anche una sola frase di Gesù, restiamo conquistati: le sue parole non temevano di passare attraverso la polvere delle strade, di penetrare nel fluire delle stagioni, di arricchirsi di immagini semplici, trasparenti, quotidiane. La chiarezza, purtroppo, oggi sta diventando una qualità sempre più rara, sia in chi parla sia in chi scrive. Per certi maestri sembra che la chiarezza sia un peccato.  La scambiano per superficialità, dilettantismo, scarsa serietà, pressappochismo. Lasciano intendere che è legittimato a scrivere o parlare solo chi ha superato gli esami dell’oscurità, per cui diventa abilitato a rendere incomprensibili anche le questioni più elementari, ingarbugliare i problemi più facili. Non si rendono conto che è possibile  –  e doveroso!  –  dire cose importanti senza annoiare, trasmettere pensieri profondi senza obbligatoriamente ricorrere a un gergo enigmatico e contorto.

La prima cosa da capire è che bisogna farsi capire.

E il grande esegeta  –  nonché sensibilissimo poeta  –  Luis Alonso Schokel, scomparso nel 1999, ribatteva nella testa dei suoi studenti dell’Istituto Biblico di Roma questo chiodo: “Ricordate che chiarità è carità”. Sì, la chiarezza dice rispetto delle persone. Mentre l’oscurità, specie se voluta, magari camuffata da scientificità, denota un evidente disprezzo degli altri. Dobbiamo osare la chiarezza. E dobbiamo esigerla anche dagli altri. Chi sembra divertirsi a non farsi capire, in realtà è uno che sta architettando una frode nei confronti del prossimo. Urge, perciò, smascherare questi imbroglioni. C’è da stare alla larga da chi non ha le carte in regola con la chiarezza. Bisogna diffidare di chi non va d’accordo con la semplicità. Quanto più le cose sono difficili, tanto più occorre spiegarle in maniera facile. E se certe faccende appaiono complesse e ingarbugliate, uno ha diritto di … vederci chiaro.