Comunicare oggi la fede in famiglia

Siamo dei pellegrini, camminiamo sulle strade della storia e ci riempiamo gli occhi e il cuore di domande, ci interroghiamo su ciò che accade nella vita, ci interroghiamo anche sull’avventura della fede.
Ci facciamo domande, inseguiamo suggestioni. Andiamo per sussulti.
Che cosa vediamo nella famiglia di oggi? Che cosa ci sembra di intravedere A volte ci sembra di riconoscere come un censura. Come se in qualche misura si fosse inceppato il passaporto della fede. Possiamo chiederci se non stiamo anche scontando la responsabilità di avere per anni espropriato le case del compito di comunicare la fede, relegandola quasi esclusivamente agli ambienti ecclesiastici.
Non è forse vero che persiste anche, non sempre ma frequentemente, il convincimento che comunicare la fede sia precipuamente dire parole, enunciare dogmi, ripetere precetti o condurre a pratiche religiose?
Il verbo “comunicare” ha invece intensità e colore di racconto, di testimonianza.
Gesù con la sua missione richiama limpidamente una precedenza: prima delle parole ci sono i gesti.
I gesti che rialzano, liberano, fanno sognare e camminare, fanno respirare la vita. Lì sta il primo annuncio. Le parole vengono dopo. Vale anche per noi oggi. Ecco dunque che cosa viene prima. Anche nelle nostre case hanno la priorità i gesti che dicono l’attenzione tenera di Dio, del suo Figlio, alla vita.
Nel settembre scorso, durante il suo viaggio nelle isole Mauritius, papa Francesco è ritornato su un’esortazione di san Francesco d’Assisi. Si è chiesto: “Che cosa significa per te, papa, evangelizzare?”. Risposta: “C’è una frase di san Francesco di Assisi che mi ha illuminato tanto: “Portate il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole”. Cioè evangelizzare è quello che noi leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli, è testimonianza. L’annuncio viene dopo la testimonianza. La testimonianza è il primo passo della comunicazione della fede nella famiglia. Ecco da dove partire.