Amare il silenzio

Per arrivare all’adorazione ci sono difficoltà, resistenze iniziali, concezioni errate al riguardo come: preghiera difficile, adatta per persone già avanzate nella pratica della preghiera; poca familiarità con la preghiera silenziosa; frettolosità…
Soprattutto forse non è superata la concezione dell’adorazione come procedimento di diminuzione di se stessi. È necessario avviare un processo che arrivi a fare dell’adorazione la forma più alta della preghiera e, di conseguenza, di umanizzazione.
Soprattutto bisogna iniziare ad amare il silenzio, a saper fare silenzio.

L’adorazione un “peso” che schiaccia?

L’adorazione (da ad-orare, “rivolgere la parola”) nasce da una intuizione profonda: Dio è grande e l’uomo piccolo; Dio è Dio e l’uomo è uomo. Nell’adorazione avviene l’incontro con il Dio che supera tutto quello che siamo, ogni nostra idea, ogni nostra parola, ogni nostra categoria mentale e operativa; Dio, nella sua trascendenza assoluta, è l’Altro. Il credente, fragile creatura, che si trova davanti alla “gloria” di Dio, si inchina profondamente, non solo con il corpo, ma anche con tutta la persona nella sua libertà.
Adorare Dio – ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica – significa riconoscerlo come Dio, come Creatore e Salvatore, come Signore e Padrone di tutto, ma anche come Colui che è l’Amore infinito e misericordioso.
Se però percepisce chiaramente la verità di Dio come ci è testimoniata dalle Scritture, l’uomo non si sente come schiacciato; davanti alla sua grandezza, percepisce certamente la sua pochezza, il suo essere peccatore, ma insieme di essere per grazia la sua gloria, secondo l’espressione di sant’Ireneo: “la gloria di Dio è l’uomo vivente”.
È nel gioco di questi due poli che nasce la vera adorazione. Man mano che si cresce nella consapevolezza della grandezza del vero Dio, si fa strada lo stupore di essere importanti per lui, di essere stati fatti come un prodigio. Tutto questo ci fa stare a bocca aperta, pieni di una gioia incontenibile, che porta alla vera adorazione.

Il significato dell’adorazione

Nell’immaginario di non poche persone l’adorazione è collegata a sentimenti e a gesti che indicano umiliazione, un prosternarsi davanti a colui che è grande, un zittirsi davanti a lui e un rimanere senza parole. Ma l’adorazione è proprio la preghiera dell’uomo che davanti a Dio quasi si annienta? Non è piuttosto la preghiera che, fondandosi sulla verità dell’uomo e di Dio come emerge dalla Scrittura, raggiunge i vertici di una relazione e di una comunione piena di vita e di gioia? Non è forse la forma più esaltante della preghiera?

Giornata nazionale del Ringraziamento (1)

La vita non mi appartiene, mi è donata perché io la condivida. Che cos’altro vorrebbe creare in noi la preghiera del mattino (Ti adoro, ti amo, ti ringrazio …), se non il permanere in questa consapevolezza? Mi è donato immeritatamente un nuovo giorno di vita. Solo così potrò stare nella vita e servirla con rispetto e simpatia. Solo questa consapevolezza mi fa gioire e ringraziare per la varietà e l’originalità con cui Dio mi ha chiamato all’esistenza e mi ha posto in un giardino. La fonte, la forma più bella e il fine della vita lo scopriamo  ogni domenica quando ci raduniamo per l’Eucarestia, cioè per “rendere grazie” al Padre per il dono della salvezza che ci ha raggiunto nel suo Figlio Gesù e ci raduna da fratelli.
Ogni Domenica è giorno di lode e di ringraziamento per l’opera della creazione e della redenzione. 
Ogni Eucaristia ci strappa dall’isolamento per metterci in comunione, ci allontana dall’egoismo per insegnarci a condividere i beni del creato, ci impedisce di sentirci padroni per farci servi di ogni creatura, unisce il cielo e la terra e “ci orienta ad essere custodi di tutto il creato”.
Il mese di novembre porta con sé la sorpresa di un grazie ancora più ricco per la raccolta degli ultimi frutti della terra, saporiti, abbondanti e coloratissimi, provvista per l’inverno che si avvicina e periodo di termine dei grandi lavori agricoli. Nella preghiera la bellezza e la varietà dei frutti diventa segno della creatività favolosa di Dio, magnifica il lavoro dei coltivatori e incita alla destinazione universale dei beni della terra per un mondo più giusto ed inclusivo.
In questa giornata desideriamo in primo luogo esprimere la nostra vicinanza agli uomini ed alle donne della terra, sapendo che dal loro generoso lavoro dipende in misura determinante il benessere della popolazione. C’è in loro una riserva di energia, di competenze e di creatività che può e deve essere valorizzata per superare la difficoltà ed andare oltre la crisi.
Mettiamoci tra coloro che hanno tanti motivi umani e di fede per dire “grazie” al Dio creatore e a tutti coloro che cooperano a coltivare e custodire i beni della terra. Buona festa del ringraziamento!

Giornata nazionale del Ringraziamento (1)

Il mese di novembre porta con sé la sorpresa di un grazie sempre più rimotivato davanti ai frutti della terra, abbondanti e coloratissimi. Il giorno 7 novembre si celebra la Giornata nazionale del ringraziamento.
Il ringraziare è segno eloquente. Un cuore che dice «grazie» sa benedire, parla bene, apre gli orizzonti, schiude finestre sigillate. Crea relazioni pulite. Poi, accogliere, poiché tutto è dono.
Tutto è grazia. Nasce lo stupore. Ogni persona si fa nuova. Cedono i pregiudizi, proprio mentre imparo a ringraziare. Ringraziare è uscire dall “io” autosufficiente e idolatra di sé, per scoprire  i doni del “Tu” di Dio e il “noi” dei fratelli. Ringraziare qualcuno infatti significa riconoscere che quello che ho lo ho ricevuto come un dono, per pura misericordia di Dio, senza averne alcun merito o alcuna parte. Il rendimento di grazie è presa di coscienza dell’amore dell’altro che mi fa sussistere; è riconoscere con responsabilità di essere di fronte a Qualcuno che mi ama. Sa ringraziare però … solo chi umilmente si accorge di non essersi “fatto da sé” ma di essere un continuo frutto dell’Amore del Creatore.

Oggi è il giorno del paradiso!

La solennità dei Santi si colloca in questa prospettiva e ci proietta verso un futuro che è già ma non ancora. Come dice un autore: Oggi è il giorno del paradiso!
Preghiamo allora con la orazione Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa  la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo,  per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. 

Pregare per i morti

Certo, nel ricordo di chi vive ci sono anche i morti la cui vita è stata segnata dal male, dai vizi, dalla cattiveria, dall’errore; ma c’è come un’urgenza, un istinto del cuore che chiede di onorare tutti i morti, di pensarli in questo giorno come all’ombra dei beati, sperando che “tutti siano salvati”.
La preghiera per i morti è un atto di autentica intercessione, di amore e carità per chi ha raggiunto la patria celeste; è un atto dovuto a chi muore perché la solidarietà con lui non dev’essere interrotta ma vissuta ancora come “comunione dei santi”, cioè di poveri uomini e donne perdonati da Dio: è il modo per eccellenza per entrare nella preghiera di Gesù Cristo: “Padre, che nessuno si perda… che tutti siano uno!”.

La morte non è più l’ultima realtà

La morte non è più l’ultima realtà per gli uomini, e quanti sono già morti, andando verso Cristo, non sono da lui respinti ma vengono risuscitati per la vita eterna, la vita per sempre con lui, il Risorto-Vivente. Sì, c’è questa parola di Gesù, questa sua promessa nel Vangelo di Giovanni che oggi dobbiamo ripetere nel cuore per vincere ogni tristezza e ogni timore: “Chi viene a me, io non lo respingerò!” (cf. Gv 6,37ss.). Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, anche se la sua vita è contraddetta dal peccato e dalle cadute, è colui che si allontana e ritorna, che cade e si rialza, che riprende con fiducia il cammino di sequela. E Gesù non lo respinge, anzi, abbracciandolo nel suo amore gli dona la remissione dei peccati e lo conduce definitivamente alla vita eterna.
La morte è un passaggio, una pasqua, un esodo da questo mondo al Padre: per i credenti essa non è più enigma ma mistero perché inscritta una volta per tutte nella morte di Gesù, il Figlio di Dio che ha saputo fare di essa in modo autentico e totale un atto di offerta al Padre. Il cristiano, che per vocazione con-muore con Cristo (cf. Rm 6,8) ed è con Cristo con-sepolto nella sua morte, proprio quando muore porta a pienezza la sua obbedienza di creatura e in Cristo è trasfigurato, risuscitato dalle energie di vita eterna dello Spirito santo.

Commemorazione di tutti i defunti

Con questa memoria, siamo al cuore dell’autunno: gli alberi si spogliano delle foglie, le nebbie mattutine indugiano a dissolversi, il giorno si accorcia e la luce perde la sua intensità.
Eppure ci sono lembi di terra, i cimiteri, che paiono prati primaverili in fiore. Sì, perché da secoli gli abitanti delle nostre terre, finita la stagione dei frutti, seminato il grano destinato a rinascere in primavera, hanno voluto che in questi primi giorni di novembre si ricordassero i morti.
Sono stati i celti a collocare in questo tempo dell’anno la memoria dei morti, memoria che poi la chiesa ha cristianizzato, rendendola una delle ricorrenze più vissute e partecipate. Nell’accogliere questa memoria, questa risposta umana alla “grande domanda” posta a ogni uomo, la chiesa l’ha proiettata nella luce della fede pasquale che canta la resurrezione di Gesù Cristo da morte, e per questo ha voluto farla precedere dalla festa di tutti i santi, quasi a indicare che i santi trascinano con sé i morti, li prendono per mano per ricordare a noi tutti che non ci si salva da soli. Ed è al tramonto della festa di tutti i santi che i cristiani non solo ricordano i morti, ma si recano al cimitero per visitarli, come a incontrarli e a manifestare l’affetto per loro coprendo di fiori le loro tombe: un affetto che in questa circostanza diventa capace anche di assumere il male che si è potuto leggere nella vita dei propri cari e di avvolgerlo in una grande compassione che abbraccia le proprie e le altrui ombre. Per molti di noi là sotto terra ci sono le nostre radici, il padre, la madre, quanti ci hanno preceduti e ci hanno trasmesso la vita, la fede cristiana e quell’eredità culturale, quel tessuto di valori su cui, pur tra molte contraddizioni, cerchiamo di fondare il nostro vivere quotidiano.

Solennità di Tutti i Santi

Celebrare la solennità di Tutti i Santi ogni anno richiama l’attenzione della comunità cristiana a rivolgere l’attenzione al Cielo là dove uomini, donne, bambini, giovani di tutte le epoche sono avvolti dalla grazia e dalla bellezza dell’Onnipotente. Il riflesso dell’eternità si espande sul volto dei Santi: non solo su quelli del calendario, ma anche sui volti della gente anonima, cortei di persone dalle vesti bianche purificate nel loro passaggio dalla vita alla morte, dalla morte alla vita eterna! La Chiesa ci invita a levare in alto lo sguardo fino a raggiungere il punto in cui si intravede la Gerusalemme celeste, dove “l’assemblea  festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il Signore” (Prefazio della Solennità). La speranza è la parola d’ordine di questo giorno.

Potremmo paragonare la nostra esistenza allo spazio dove è contenuta, oltre a tante altre caratteristiche, limiti e virtù, la speranza che è paragonata ad un vulcano dentro di noi, come una sorgente segreta che zampilla nel cuore, come una primavera che scoppia nell’intimo dell’anima; essa ci coinvolge come un vortice divino nel quale veniamo inseriti, per grazia di Dio, ed è appunto difficilmente descrivibile.
La speranza è un fenomeno universale, che si trova ovunque c’è umanità, un fenomeno costituito da tre elementi: la tensione piena di attesa verso il futuro; la fiducia che tale futuro si realizzerà; la pazienza e la perseveranza nell’attenderlo. La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro, senza progetti, programmi, attese, senza pazienza e perseveranza. Ma è pure intessuta di delusioni e quindi è permeata dalla speranza ma anche, a volte, dalla disperazione.
La speranza cristiana viene da Dio, dall’alto, è una virtù teologale la cui origine non è terrena. ci aggrappiamo ancora una volta a Gesù nostra speranza, che ci giudicherà come Salvatore di quanti hanno sperato in lui; come Colui che ha dato la vita morendo per salvarci dai nostri peccati; come Colui che ha uno sguardo misericordioso per coloro che hanno creduto e sperato, che sono stati battezzati nella sua morte e risorti con lui nel Battesimo, che gli sono stati uniti nel banchetto dell’Eucaristia, che si sono nutriti della sua Parola e riconciliati con lui nel Sacramento del perdono, che si sono addormentati in lui sostenuti dal sacramento dell’Unzione dei malati.
La speranza è, quindi, fin da ora la fiducia incrollabile che Dio non ci farà mancare in nessun momento gli aiuti necessari per andare incontro al giudizio finale con l’animo abbandonato in Colui che salva dal peccato e fa risorgere i morti”