Qual è la buona notizia? (1)

Se dovessimo riassumere in poche frasi, o magari in una sola, il vangelo di Gesù, qual è questa buona notizia o, in altri termini, come si riassume la nostra fede cristiana? Se dovessimo spiegare in poche parole facili ad un non cristiano qual è l’elemento essenziale della nostra fede, perché crediamo nel vangelo, sapremmo dare una risposta convincente, sapremmo chiarirlo anche a noi stessi? Temo che facilmente, come essenziale, molti proporrebbero degli imperativi morali come “amare il prossimo ed amare Dio”. Credo che sia il difetto di fondo: abbiamo un’impostazione moralistica. Sembra che l’essenziale della buona notizia stia nell’imperativo del fare, ed anche nell’imperativo dell’amare, ma sempre un imperativo, sempre un discorso di azione dell’uomo: non è una buona notizia. Molte volte noi abbiamo fatto del vangelo una serie di precetti, di norme, di regole, di imperativi, come se Gesù fosse venuto a presentarci una legge perfetta, che dobbiamo impegnarci seriamente a compiere, che ci comanda di volerci bene, di non giudicare, e così via: una legge difficile, molto difficile da osservare. In questi termini, non potremmo parlare di “buona notizia”! Purtroppo, le parole che usiamo, che sarebbero quelle giuste, della “buona notizia”, vengono da noi rivestite di una struttura che genera sconcerto.

Siamo tutti fratelli? Vivere la fratellanza oggi (2)

Ci viene ricordato nel corso della messa, quando veniamo chiamati fratelli e sorelle. Lo affermiamo quando preghiamo il Padre nostro e riconosciamo che Dio è, appunto, Padre nostro, non mio o tuo. Poi la messa finisce, oppure usciamo dall’aula di catechesi, e il rischio è che queste parole diventino astratte. Perché anche questo non è un automatismo. Un conto è dire che è importante amare i propri fratelli, un conto è dare corpo alle parole, viverle, incarnarle: sulle strade della vita entrano in gioco la nostra libertà e la nostra volontà. E quando al fratello diamo un volto, la vita si complica: perché nostro fratello è il vicino, il figlio, l’amico che ci siamo scelti… ma anche il collega scorretto, il vicino dispettoso, il parrocchiano puntiglioso e, allargando l’orizzonte, il profugo che sbarca «e ruba lavoro ai nostri», il carcerato che soffre «ma in fondo gli sta bene, con quello che ha fatto», il povero che chiede l’elemosina «ma hai visto che ha un telefono più bello del mio?», la conoscente che non ci risparmia una critica dopo l’altra, «e allora la ripago con la stessa misura». La fratellanza è entusiasmante e faticosa allo stesso tempo: l’altro è colui che ci sfida a uscire da noi stessi, ci fa prendere il volo, ma è anche colui che ci disturba, ci provoca, ci turba. Più è diverso da noi, più ci spaventa: mina le nostre sicurezze, le nostre certezze. Con l’altro entriamo spesso in conflitto, fa parte della nostra umanità. Ma fa parte della nostra umanità anche lo slancio d’amore verso l’altro! Possiamo andare incontro all’altro, custodirlo, fare nostra la tensione che porta a desiderare per l’altro, chiunque esso sia, una vita degna; possiamo riconoscere in ognuno un figlio amato e perdonato, come lo è ognuno di noi. Non si tratta di obbedire ad una regola, né di considerarlo solo come proprio dovere, ma di assumerlo come uno stile di vita: si tratta del modo in cui il nostro sguardo si posa sull’altro. Perché amare i fratelli non è un compito da assolvere, è l’essenza del cristiano. Amare il prossimo e amare Dio non sono due strade diverse: amiamo Dio nel nostro prossimo, nel nostro fratello. Questa è la strada. Altrimenti Dio non lo incontriamo, non lo conosciamo, non lo frequentiamo. Non lo amiamo.

Siamo tutti fratelli? Vivere la fratellanza oggi (1)

“Ma dai, è tuo fratello!” diciamo quando invitiamo due fratelli a perdonarsi, ad andare oltre l’offesa o il torto subìto. Con questa esclamazione richiamiamo il punto d’origine del loro legame: l’amore dei genitori che li ha generati, rendendoli figli e quindi fratelli. E ci pare scontato, doveroso, che il riconoscersi in un amore originario, unito all’aver condiviso tempo, abitudini, spazi, esperienze, possa generare, a cascata, un legame di amore e perdono capace di resistere tutta la vita. Eppure tutti conosciamo
famiglie nelle quali si sono consumate fratture insanabili: fratelli e sorelle che non si parlano più, che si sono giurati vendetta, che a volte sono persino arrivati ad odiarsi. È una delle paure più grandi dei genitori, che talvolta cercano di prevenire eventuali liti predisponendo testamenti o facendo raccomandazioni: «prometteteci che vi vorrete sempre bene». Sappiamo però per esperienza che non sempre questi desideri si avverano. Non è sufficiente condividere l’origine. È necessario che, a partire dal quel punto originario, si generi un legame nuovo, una nuova alleanza nella quale ha spazio l’individualità di ognuno: i figli devono riconoscersi fratelli. Non è scontato, non è un automatismo: è una scelta che chiama in causa la libertà e la volontà di ognuno. Vale lo stesso per la fraternità che come cristiani siamo invitati ad incarnare: siamo figli amati dello stesso Padre, fratelli in Gesù; ci riconosciamo nella storia di un popolo, condividiamo la Parola e la mensa, ci è data la missione di abitare il mondo costruendo legami fraterni. Eppure, se vogliamo essere sinceri, dobbiamo ammetterlo: «siamo tutti fratelli» rischia di rimanere una frase bellissima ma vuota. La pronunciamo e ci pare di sentirci meglio, l’abbiamo imparata a catechesi, dove magari abbiamo anche disegnato un girotondo di omini colorati che si tengono per mano.

Prima domenica di Quaresima

Quaresima! Ci siamo. Siamo nuovamente davanti a un dono. Quale? Beh… semplice direi: ancora una volta Dio si fa per noi strada luminosa da scegliere per vivere in pienezza. Dio ci raggiunge e ci spinge amorevolmente a ritornare verso di lui… e a farlo con tutto il cuore. Dio si offre a noi nel tempo, come vita da scegliere in ogni istante. Lui, Parola che fa vivere, ci raggiunge, vive in noi, nel nostro cuore, sulle nostre labbra e può farci vivere. Ecco cos’è la Quaresima. Un tempo in cui concentrarci più del solito per capire se questo dono lo accettiamo o meno. Un tempo in cui disarmarci più del solito per lasciarci stupire dalla presenza trasformante di Dio. Un tempo offertoci per smetterla di perdere occasioni preziose nell’incontro con lui. E allora buon cammino a tutti noi che, passo dopo passo, vogliamo arrivare alle soglie di quel sepolcro non spaventati e disorientati dagli eventi, ma pronti a lasciarci stupire da Dio e dalle sue inedite logiche di dono e di redenzione.
Questa prima domenica ci porta nel deserto, ma quello che mi piacerebbe emergesse non è tanto ciò che accade: le tentazioni, il tentatore, la risposta di Gesù… Vorrei che prima di ogni cosa potesse emergere una certezza: nel deserto Gesù è spinto dallo Spirito. È guidato da lui. E se è vero che il diavolo tenta è ancora più vero che lo Spirito non abbandona: lui guida e resta. Il deserto è il luogo in cui la vita è messa a dura prova. E quando il deserto è interiore la situazione non cambia. Eppure anche in questi deserti, per noi, come per Gesù lo Spirito non ci lascia, resta con noi e ci guida. È nel deserto che più facilmente la Parola che parla può essere ascoltata. E allora, in questa Quaresima, lasciamoci condurre dallo Spirito, perché ogni deserto in noi possa fiorire.

Quaresima…

Il tempo di Quaresima che ci apprestiamo a vivere non è come tutti gli altri. Veniamo da mesi di ferite, fatiche, solitudini, da una sorta di lungo tempo nel deserto che ha lasciato ciascuno di noi e la nostra comunità piena di cicatrici che occorrerà molto perché siano risanate completamente. Ma è proprio in queste occasioni che la liturgia, Parola ed Eucaristia, ci viene in soccorso, aiutandoci a reinterpretare ciò che abbiamo vissuto, e che alcuni di noi stanno ancora vivendo, come un’occasione. Dal rito delle Ceneri, che ci ricorda la nostra fragilità, alle tentazioni nel deserto, che aprono le domeniche quaresimali ricordandoci che Gesù ha accolto su di sé l’intera fatica del cammino umano, fino al Triduo santo e alla notte di risurrezione, questo tempo forte dell’anno è una vera e propria catechesi sull’umano alla luce del divino.

Le celebrazioni e la preghiera personale e comunitaria saranno un piccolo aiuto per tradurre l’ascolto della Parola nella nostra vita. L’orizzonte verso il quale ci muoviamo è quello della Speranza  in cui il Dio che ha sofferto con noi e per noi non smette di essere anche colui che ci consola nelle nostre fatiche.

Piccolo esercizio spirituale: nel deserto per pregare.

Il primo esercizio con cui possiamo introdurci in questa Quaresima è cercare uno spazio e un tempo ben precisi, nella nostra casa, per pregare. I giorni del lockdown ci hanno spinti, spesso, a usare i nostri spazi per una convivenza forzata, per un “deserto” obbligato. Oggi possiamo trasformare il luogo della fatica e della prova in spazio di occasione. Una volta definiti questo tempo della nostra giornata e questo spazio, ritiriamoci per una preghiera.

All’ingresso della Chiesa potrai trovare dei sussidi che possono aiutarti per questo momento quotidiano, personale o familiare di incontro con il Signore.

QUANTI DESERTI, SIGNORE, LA VITA CI FA ATTRAVERSARE…
SOLITUDINI E INCOMPRENSIONI, SOFFERENZE FISICHE E MORALI,
PAURE E DELUSIONI…
EPPURE IL DESERTO NON È MORTE:
È SPAZIO CHE TU ABITI CON LA TUA PAROLA;
È TEMPO CHE TU RIEMPI CON LA TUA PRESENZA.
E ALLORA, SIGNORE, GUIDACI!

NEI TANTI DESERTI IL TUO SPIRITO CI GUIDI, CI ACCOMPAGNI,
SOSTENGA I NOSTRI PASSI, PERCHÉ TUTTO FIORISCA IN NOI,
PERCHÉ LA VITA SBOCCI,
PERCHÉ LA NUOVA CREAZIONE GERMOGLI,
REGALANDOCI SCINTILLE DI GIOIA
CON CUI RENDERE PIÙ BELLO IL MONDO. AMEN.

Siamo caduti e abbiamo bisogno

È un momento di grazia, questo inizio di Quaresima, tempo di conversione, in cui siamo esortati a rientrare in noi stessi, a ripensare la nostra vita in cui vi sono cose buone, ma anche cose che chiedono d’esser riviste e cambiate. Vorrei richiamare l’attenzione sulle tre letture di questo Mercoledì delle Ceneri, inizio dei quaranta giorni che sono gli esercizi spirituali annuali.

Il profeta Gioele (Gl 2,12-18) ci invita a superare l’esteriorità, a lacerarci il cuore e non le vesti; all’inizio della Quaresima dobbiamo davvero penetrare in noi stessi. E, come ci dice l’apostolo Paolo (2Cor 5,20 – 6,2), lasciarci riconciliare con Dio. È quasi un grido il suo: “Lasciatevi riconciliare con Dio”. Tutti abbiamo necessità d’imparare un fondamentale della vita spirituale: siamo caduti e abbiamo bisogno di Qualcuno che ci rialzi; da soli non ce la possiamo fare e l’atto di umiltà essenziale è quello di chiedere perdono al Signore, riconoscendo d’essere bisognosi del suo aiuto e della sua misericordia. Pur percorrendo strade diverse, ci troveremo insieme a camminare lungo la stessa via (cfr. Mt 6,1-6.16-18); è una strada semplice che ci fa avvertire lo sguardo del Padre e sentire che Dio scruta il nostro cuore. E tutti quei gesti di fede che accompagnano la nostra comunità cristiana in tempo di Quaresima debbono essere consegnati al Padre che è nei cieli. Dobbiamo combattere l’ipocrisia, il desiderio di apparire e lasciare che il Signore si manifesti nelle nostre fragilità, non perché le fragilità siano in sé virtù, ma perché, riconoscendole e accettandole, diventino per noi punti di appiglio e, con i fratelli, di concreta ripartenza verso Dio. La vita sociale nasce dal cuore degli uomini. Sì, le leggi hanno origine dal cuore dell’uomo, l’obbedienza alle leggi nasce dal cuore dell’uomo, la stessa cultura ha a che fare col cuore dell’uomo. La Quaresima, tempo di ripensamento e ridefinizione delle vie che a fatica accettiamo di mettere in discussione, sia risposta alla grazia del Signore, e un consegnarci gli uni agli altri per ritornare con tutto il cuore al Padre celeste.

Inizia la Quaresima

“Convertitevi e credere al Vangelo”

L’emergenza Covid-19, che ha sconvolto la vita, cambierà anche il rito del delle ceneri che introduce il tempo di Quaresima.

Quest’anno il Mercoledì delle ceneri sarà il 17 febbraio. Il sacerdote potrà, come sempre, impartire le ceneri sul capo dei fedeli, ma non potrà pronunciare la formula del rito “Convertitevi e credete al Vangelo” oppure “Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai”. Avvicinandosi al fedele, dovrà restare a bocca chiusa, e con la mascherina ben indossata. Naturalmente dovrà prima avere igienizzato le mani. La formula del rito verrà pronunciata, una volta per tutti, dall’altare.

La fraternità e l’ingombro

Il termine “fraternità” mi fa venire in mente un libro il cui autore era il noto consigliere politico di François Mitterrand,  Jacques Attali. Libro pieno di intuizioni e di spunti originali e stimolanti. Ragionando sulle caratteristiche della rete (eravamo nel 1999 e non c’erano ancora né Facebook, né Twitter e tanto meno Instagram), Attali arrivava ad affermare che la vera ricchezza del futuro sarebbe stata la ricchezza dei legami. «In passato essere poveri era non avere, in futuro sarà non appartenere.

Per soccorrere il debole bisognerà, di conseguenza, collegarlo a delle reti». Le affermazioni di Attali riguardavano il mondo spettacolare della rete che si è ulteriormente ingigantito negli anni più vicini a noi. Quel mondo trova la sua ricchezza nell’aprirsi, non nel chiudersi. L’unico vero pericolo, per la rete, è di non poter comunicare: «Il peggior nemico della fraternità è l’ingombro», diceva Attali: l’ingombro impedirebbe, appunto, di collegarsi e di comunicare. Quell’immagine di un mondo che si arricchisce solo aprendosi, che muore chiudendosi, è un’immagine stimolante per la comunità cristiana. Più la comunità cristiana è preoccupata di salvaguardare la propria identità “all’interno”, più fatica ad aprirsi. È vero che “siamo tutti fratelli” ma ad una semplice condizione: che quella fraternità ecclesiale non sia la versione ecclesiale della maternità fusionale di Eva, che quindi sia davvero, e totalmente, priva di ingombri.