Il Sacramento e la sacralità del matrimonio

Nelll’anno dedicato alla “Famiglia Amoris Laetitia”

Il matrimonio si presenta come palestra dell’amore e come scuola di bellezza perché l’amore è la bellezza delle anime. Senza un’educazione alla concretezza dell’amore, la vita della fa miglia rimane un’operazione ad alto rischio. Se non si cresce nella capacità di amore, la coppia implode o esplode. Una prima concretezza dell’amore, definendola
come santa patrona, si potrebbe dire, con un pizzico di umorismo, che sia la pazienza. Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni, o permettere che ci trattino come oggetti. La pazienza è richiesta e cruciale dinanzi all’illusione che le relazioni debbano essere sempre rosee e idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. La pazienza si acquisisce quando si riconosce che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere e le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La povertà ci santifica solo se la scegliamo. Quando la subiamo, invece, rischia di esasperarci. Il Vangelo ci aiuta a capire che, in fondo, la povertà non è semplicemente non avere, ma non far dipendere la vita da ciò che si ha. I veri poveri sono quelli che sanno che il vero miracolo è la condivisione, è essere insieme, è tenere il cuore aperto. Giuseppe è definito dalla devozione popolare “padre dei poveri”. Forse questo viene anche dal fatto che Gesù venendo al mondo si è fatto povero, indifeso, fragile, bambino e Giuseppe ha avuto cura di lui. Ogni uomo e ogni donna che vengono al mondo nascono nudi. È forse l’immagine più simbolica della radicale povertà che ci contraddistingue. Siamo tutti bisognosi, non di cose, però, ma di amore. I ricchi non sono quelli che hanno, ma quelli che sono amati. E chi è amato può vivere anche la povertà senza soccombervi. L’amore consiste nel provvedere, nell’aver cura. Giuseppe è un uomo della provvidenza che sa tirare fuori provvidenza e cura anche dalle situazioni più difficili.

La Santissima Trinità

Questa solennità ricorre ogni anno la domenica dopo Pentecoste e propone uno sguardo alla realtà di Dio amore e al mistero della salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. «La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati»

In questa domenica contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù.
Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore.
Tutto proviene dall’ amore, tende all’ amore, e si muove spinto dall’ amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’ Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). Usando un’ analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore».

La Santissima Trinità

Questa solennità ricorre ogni anno la domenica dopo Pentecoste e propone uno sguardo alla realtà di Dio amore e al mistero della salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. «La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati»

Per capire qualcosa della Trinità, ma senza la possibilità di esaurirne il mistero, si può utilizzare questa analogia. La Sacra Scrittura dice che quando Dio creò l’ uomo, lo creò a sua “immagine” (Genesi 1,27). Dunque, nell’ uomo si trova una lontana ma comunque presente immagine della Santissima Trinità. L’ uomo possiede la mente e la mente genera il pensiero. Il pensiero, contemplato dalla mente, è amato, e così dal pensiero e dalla mente procede l’ amore. Ora mente, pensiero, amore, sono tre cose ben distinte fra loro, ma assolutamente inseparabili l’ una dall’ altra, tanto che si può dire che siano nell’ uomo una cosa sola. Nella Trinità il Padre è mente, che da tutta l’ eternità genera il suo Pensiero perfettissimo (il Logos). Il Pensiero, generato eternamente dal Padre, sussiste, come persona distinta, ed è lo Spirito Santo. Ma come la mente, il pensiero e l’ amore sono nell’ uomo tre cose distinte, ma assolutamente inseparabili, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sebbene sussistano come persone distinte, sono però un Dio solo.

Il Sacramento e la sacralità del matrimonio

Nelll’anno dedicato alla “Famiglia Amoris Laetitia”

Il matrimonio è ben più di una “convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esterno di un impegno”. Il matrimonio è una vocazione, un sacramento ovvero è un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi. Nel matrimonio si riflette il volto della Trinità, la quale si rivela con tratti familiari.
Nella famiglia umana radunata da Cristo, è restituita l’immagine e somiglianza della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. Da Cristo, attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia dello Spirito Santo, per testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio.
Parlare di sacramento non è parlare di una cosa, ma è parlare di Cristo stesso che diventa fonte, custode e fine dell’amore degli sposi. Cristo stesso viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri. Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’alleanza sigillata sulla croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi.
Gli sposi indicano lo sposalizio di Cristo con la nostra natura umana. Nella vita nuziale, gli sposi sperimentano e indicano, in una analogia imperfetta ma reale, una pregustazione del banchetto delle nozze dell’Agnello.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il valore di una persona lo si vede nelle difficoltà. È una cosa che sappiamo bene, specie se abbiamo attraversato dei momenti difficili e ci siamo domandati, alla fine, “come ho fatto a venirne fuori?”. Ci sono in noi forze nascoste che emergono solo nei momenti di maggior pericolo e difficoltà. È vero però anche il contrario: infatti delle volte sono
proprio le situazioni difficili che ci costringono a scoprire le nostre paure e difficoltà e ci aiutano a ridimensionarci nel nostro io e nella nostra superbia. Un dolore, una prova o una pandemia ci ricordano in fondo che siamo umani, fragili e bisognosi gli uni degli altri. La spavalderia di Pietro si ridimensiona immediatamente dopo aver passato la triste vicenda del rinnegamento del Maestro. Giuseppe sembra invece un uomo già nella sua giusta dimensione, e ciò lo si evince da come reagisce di fronte alle avversità. Invece di scoraggiarsi o di lamentarsi, cerca sempre ingegnosamente una soluzione. Così la notte in cui Gesù viene al mondo lo troviamo capace di riadattare un rifugio per animali a luogo per un parto. O davanti alla minaccia di Erode non ha paura di partire immediatamente di notte, affrontando l’incognita. Giuseppe è un uomo forte, concreto e creativo. In lui vediamo esorcizzata la tentazione di lamentarci, scoraggiarci e arrenderci agli “ormai”. In questo senso, possiamo rivolgerci a lui chiedendo di essere liberati da ogni scoraggiamento e di essere illuminati su come diventare creativi in tempi di prova.

Qual è il significato di questo titolo mariano?

Maria Madre della Chiesa

Qual è la motivazione di questa celebrazione?

«Il Sommo Pontefice Francesco», si legge nel decreto, «considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria della beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, sia iscritta nel Calendario Romano. Questa celebrazione ci aiuterà a ricordare che la vita cristiana, per crescere, deve essere ancorata al mistero della Croce, all’ oblazione di Cristo nel convito eucaristico, alla Vergine offerente, Madre del Redentore e dei redenti».

Si legge nel decreto: «La gioiosa venerazione riservata alla Madre di Dio dalla Chiesa contemporanea, alla luce della riflessione sul mistero di Cristo e sulla sua propria natura, non poteva dimenticare quella figura di Donna la Vergine Maria, che è Madre di Cristo e insieme Madre della Chiesa. Ciò era già in qualche modo presente nel sentire ecclesiale a partire dalle parole premonitrici di sant’ Agostino e di san Leone Magno. Il primo, infatti, dice che Maria è madre delle membra di Cristo, perché ha cooperato con la sua carità alla rinascita dei fedeli nella Chiesa; l’ altro poi, quando dice che la nascita del Capo è anche la nascita del Corpo, indica che Maria è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra del suo corpo mistico, cioè della Chiesa. Queste considerazioni derivano dalla divina maternità di Maria e dalla sua intima unione all’ opera del Redentore, culminata nell’ ora della croce. La Madre infatti, che stava presso la croce, accettò il testamento di amore del Figlio suo ed accolse tutti gli uomini, impersonati dal discepolo amato, come figli da rigenerare alla vita divina, divenendo amorosa nutrice della Chiesa che Cristo in croce, emettendo lo Spirito, ha generato. A sua volta, nel discepolo amato, Cristo elesse tutti i discepoli come vicari del suo amore verso la Madre, affidandola loro affinché con affetto filiale la accogliessero. Premurosa guida della Chiesa nascente, Maria iniziò pertanto la propria missione materna già nel cenacolo, pregando con gli Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo. In questo sentire, nel corso dei secoli, la pietà cristiana ha onorato Maria con i titoli, in qualche modo equivalenti, di Madre dei discepoli, dei fedeli, dei credenti, di tutti coloro che rinascono in Cristo e anche di “Madre della Chiesa”.

Il 3 marzo 2018, con un decreto pubblicato dalla Congregazione del Culto divino, 
papa Francesco ha iscritto nel Calendario romano la memoria obbligatoria 
della beata  Vergine Maria Madre della Chiesa fissandola al lunedì dopo la domenica di Pentecoste. 

Pentecoste

Cinquanta giorni dopo la Pasqua, solennità della Pentecoste, celebriamo una festa fondamentale e decisiva della nostra fede cristiana. La Pentecoste è il culmine della Pasqua. 
È una festa che, per noi cristiani è tanto importante come la Pasqua stessa e il Natale. Certo, ognuna di queste solennità è inscindibilmente legata all’altra, ma ciascuna ha una sua specificità, che la rende affascinante e preziosa. Ecco, la Pentecoste è la festa dello Spirito, il dono di Dio, che ci costituisce nella Chiesa testimoni della Pasqua di Gesù.

«Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo», dice uno dei passaggi della ‘Sequenza’. Lo Spirito viene descritto da Gesù con questa espressione: «il Paraclito», una parola greca che significa sia ‘consolatore’ sia (avvocato) difensore. Questo significa che lo Spirito ci è ‘dato’ in un tempo difficile, un tempo di prova, un tempo arduo, un tempo che ci mette alla prova. È il nostro tempo.

È il tempo difficile della Chiesa. È il tempo difficile della testimonianza. Che cosa significa ‘Paraclito’ lo dice molto bene la Sequenza: «nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto». Fatica, calura opprimente, pianto … sono pane quotidiano della nostra vita. Lo Spirito non ci toglie queste ‘prove’, ma ci dà il vigore di resistere e di affrontarle, attraversandole: è riposo quando siamo affaticati, quando non vediamo il frutto delle nostre opere, dei nostri sforzi; quando ci pare di essere inconcludenti e inefficaci. Lo Spirito è riparo nella calura: ci offre un’ombra di ristoro, per recuperare le forze; ci offre un po’ di sollievo quando viene meno il vigore del cammino. Lo Spirito, ancora, ci offre conforto quando siamo toccati e ‘commossi’ da un dolore che ci fa piangere, ci sovrasta, ci stende a terra, e sembra non esserci nessuna altra consolazione se non il pianto.

Lo Spirito può essere ‘Paraclito’, però, solo perché è lo «Spirito della Verità». Gesù dice che, senza lo Spirito, noi non abbiamo la forza di portare il peso delle sue parole. Le ascoltiamo, ma non diventano nostre, perché ci sembrano pesanti, difficili, se non impossibili. Lo «Spirito di Verità» non dice cose diverse e nuove, rispetto a Gesù. Egli, dice Gesù: «prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Le parole di Gesù, che sono la Parola del Padre, sono le parole dello Spirito. Egli ci permette di accoglierle, di farle nostre, di comprenderle sempre di più, di gustarne i colori e le sfumature, di comprenderne la bellezza. Perché lo Spirito è Luce: «manda a noi … un raggio della tua luce», dice la Sequenza. E ancora: «O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli».  Lo Spirito è luce che ci invade, nel profondo, perché possiamo amare e gustare la Verità di Gesù.

Se viviamo dello Spirito, camminiamo secondo lo Spirito

Lo Spirito è uno solo e produce un solo ‘frutto’ e questo frutto è l’«amore», l’ascolto, l’ospitalità reciproca. Paolo dice che questo unico frutto, che è l’amore, si moltiplica in mille opere, in mille ricchezze: nei frutti dell’unica lingua. Paolo descrive in modo poetico e insuperabile la ricchezza e la molteplicità dell’unico amore: «gioia, pace, magnanimità», e cioè pazienza, «benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Sono tutte virtù silenziose, non particolarmente appariscenti, direi umili, quasi nascoste, ma proprio per questo ben visibili.
In questo stile di vita riconosciamo «il frutto» dello Spirito, l’opera di Dio nella Chiesa.