Perché la domenica andiamo all’eucaristia?

Spesse volte ci poniamo la domanda: perché la domenica andiamo all’eucaristia? La risposta è molto semplice: per imparare quella sapienza divina che dà a ciascuno di noi il gusto della nostra umanità.
Se non entriamo in questo orizzonte, forse non abbiamo mai conosciuto Gesù Cristo e, allora, in questa eucaristia in cui il Signore si rende presente, Egli vuole educarci al vero culto in spirito e verità: fare come lui ha fatto sulla croce “Tutto è compiuto!”. Questo atteggiamento non è altro che , regalare la nostra esistenza frammento per frammento nelle mani amorose del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Allora la nostra storia diventa il culto in spirito e verità. Ogni volta che vediamo questa chiesa non guardiamo le mura, ma guardiamo la nostra persona che entrando nei divini misteri impara ad essere se stessa.
Questa sia la bellezza dell’eucaristia che celebriamo. Il Risorto che è presente nella comunità cristiana ci raduna nell’eucaristia e  sta creando in noi un mondo nuovo. E’ quel fascino che è dentro di noi e che ci deve continuamente guidare in modo che abbiamo quella sapienza che viene dall’alto, ci dà la solidità della roccia che è Cristo, per aspirare a quell’incontro divino finale in cui ogni nostro desiderio sarà veramente e pienamente realizzato.

Giornata Missionaria Mondiale

“La missione dei cristiani è donare aria pura, di alta quota, a chi vive immerso nell’inquinamento del mondo portare in terra quella pace che ci riempie di gioia ogni volta che incontriamo Gesù sul monte, nella preghiera; mostrare con la vita e persino a parole che Dio ama tutti e non si stanca mai di nessuno.”

“Di me sarete testimoni” (At 1,8) Vite che parlano
La Giornata Missionaria Mondiale 2022 trova il suo principale riferimento tematico nel messaggio di Papa Francesco che porta il titolo «Di me sarete testimoni».
Il Papa ci dice: «Come Cristo è il primo inviato, cioè missionario del Padre e, in quanto tale, è il suo “testimone fedele”, così ogni cristiano è chiamato a essere missionario e testimone di Cristo.
E la Chiesa, comunità dei discepoli di Cristo, non ha altra missione se non quella di evangelizzare il mondo, rendendo testimonianza a Cristo. L’identità della Chiesa è evangelizzare».
L’ottobre missionario di quest’anno si inserisce nel contesto di importanti eventi di cui non possiamo non tenere conto.
Prima di tutto ricordiamo che in quest’anno ricorrono importanti anniversari per la vita e missione della Chiesa: la fondazione, 400 anni fa, della Congregazione de Propaganda Fide – oggi denominata “per l’Evangelizzazione dei Popoli” – e, 200 anni fa, dell’Opera della Propagazione della Fede, per iniziativa di una giovane laica francese, Pauline Jaricot, della quale abbiamo celebrato la beatificazione il 22 maggio scorso. Questa preziosa Opera, che in breve si è sparsa in tutta la Francia ed in altri paesi europei, insieme all’Opera della Santa Infanzia e all’Opera di San Pietro Apostolo, 100 anni fa sono state riconosciute come Opere “Pontificie”, cioè importanti per la vita di tutta la Chiesa e di tutte le Chiese, in particolare per quelle più giovani e più fragili. In questo ottobre missionario facciamo nostro l’augurio del Papa: «Auspico che le Chiese locali possano trovare in queste Opere un solido strumento per alimentare lo spirito missionario nel Popolo di Dio».
Non possiamo dimenticare il “cammino sinodale della Chiesa italiana” che, nell’anno pastorale 2022-2023 prevede un approfondimento della fase di “ascolto” iniziata nel precedente anno pastorale: la vita di ogni uomo e donna è preziosa e ha qualcosa di significativo da offrire.
In particolare un invito a “mettersi in ascolto” delle vite di tanti missionari e del loro “camminare insieme” con le Chiese che sono chiamati a servire: sono vite che hanno tante cose da dirci, sia come testimonianze personali di fede e di servizio all’evangelizzazione, sia come esperienze di Chiese particolari che si impegnano a vivere la sinodalità. Le loro esperienze di evangelizzazione sono importanti anche per le nostre comunità: sono «Vite che parlano»; che parlano di Cristo risorto e vivo, speranza per tutti gli uomini del mondo. Sull’esempio dei missionari vogliamo anche noi imparare a far sì che le nostre vite “parlino” e siano, pur nella semplicità, una testimonianza del Signore Gesù e del suo amore.
L’ascolto delle vite dei missionari risvegli in ciascuno il desiderio e la disponibilità di partecipare alla missione universale della Chiesa. Rinnoviamo a tutti l’invito di Papa Francesco nel suo messaggio: «ai discepoli è chiesto di vivere la loro vita personale in chiave di missione: sono inviati da Gesù al mondo non solo per fare la missione, ma anche e soprattutto per vivere la missione a loro affidata; non solo per dare testimonianza, ma anche e soprattutto per essere testimoni di Cristo»

Vite che parlano (2)

Piace rileggere, come percorso accessibile, il cammino stesso di una donna biblica, Rut, quale figura di uno stile in cui far ritornare la vita ad essere parola che comunica. Una provocazione per ciascuno di noi, e più ampiamente per le nostre comunità ecclesiali. Ciò che effettivamente permette a Rut di consegnare parole di vita anche nella sofferenza è la speranza. Una speranza questa, che si consolida in lei in ogni momento in cui accetta di vivere con gratuità la storia che le è data, fino a sperimentarla come la struttura della sua esistenza. Questi alcuni elementi che delineano il percorso da lei vissuto: Innanzitutto, è un vissuto che parla di coraggio a condividere un futuro.
Rut, scegliendo di condividere il futuro di Noemi, non solo fa sua la vita fallita della suocera, ma scommette sullo stesso Dio di Noemi che finora si era rivelato fonte di disgrazia e di dolore («il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio». La condivisione del futuro diventa una parola che riconcilia alla vita. Ma ancora di più, nell’assumere quel futuro, Rut si abilita a riconoscere Dio e a proclamarne il nome. Rut sperimenta che il servizio offerto a Noemi nel desiderio di non rendere più amaro il suo futuro, è diventato una opportunità di crescita per se stessa, una parola di futuro su se stessa. Il servizio offerto diventa una opportunità straordinaria di vita, uno spazio in cui sperimentare come veramente la vita che
si fa dono produce frutto. Ancora, è un vissuto che parla collocandosi nella domanda del bisogno.
Proprio perché Rut va a spigolare, cioè si mette nel luogo degli ultimi, degli emarginati, dei più poveri, ha la possibilità di incontrare Booz, il quale poi la riscatta. Anche l’ultimo posto può essere motivo di incontri straordinari e che possono cambiare radicalmente la vita. Anche nella domanda del bisogno che affiora in tante situazioni della vita, insieme al valore di ciò che ci viene donato, c’è realmente la possibilità di riconoscere l’altro come un riflesso della fedeltà stessa di Dio, della speranza che egli ci consegna.
La vicenda di Rut, testimonia ulteriormente come la parola costruisce la storia.
La storia di Rut, entra nella grande genealogia, e diventa Parola di salvezza. In questa genealogia in cui Rut entra a far parte, grazie al marito Booz e al figlio Obed (Mt 1,5: «Booz generò Obed da Rut»), la sua storia dichiara che la parola ha la sfumatura e la comprensione della parola dell’altro.
Sarà così anche quando, nella scena conclusiva del racconto biblico, Rut, al di là di ogni pretesa di possedere il figlio, lo lascia sul grembo di Noemi, quasi a suggerire che il dono della propria vita, e il frutto che da essa scaturisce, si può contemplare solo quando viene posto nel grembo della storia dell’altro, solamente cioè quando ci si dispone ad offrire anche all’altro il motivo di accedere alla speranza.
Quella di Rut non è una maternità chiusa in se stessa, ma si realizza in una fecondità più ampia, capace di abbracciare le storie ferite e di collocare in esse le ragioni della speranza vissuta in prima persona.
La sua vera grandezza, forse, non sta nell’aver fatto cose spettacolari, ma nel coraggio semplice, apparentemente banale, di aver abitato la propria storia, spesso sofferta, senza mai aver rinunciato a scegliere e a progettarsi nella modalità del dono. Mediante Rut, Dio entra di nuovo nella storia. E fa sentire che questa storia non è una storia abbandonata, ma è una storia che porta già in sé i segni della riuscita e del compimento. Rut lascia il figlio sul grembo di Noemi perché gli faccia da nutrice. Anche a Noemi, in forza di quel figlio riconosciuto come dono, il futuro non è sottratto. Così, i gesti della condivisione e della solidarietà, sono capaci di offrire un futuro anche per coloro ai quali questo futuro sembra essere stato sottratto. Infine, perché in questo si racchiude tutto il percorso che Rut lascia intravedere, la sua parola ha la misura della Parola di Dio. È Lui il grande regista di tutta la scena, è Lui che muove Rut sul cammino di Noemi, è di Lui che si cantano le benedizioni, è per Lui che nel dono di un figlio la storia assume un nuovo orizzonte. E non è una parola dai contorni vaghi, ma ha il nome del «Signore, Dio d’Israele». Così, infatti, Booz, rivolgendosi a Rut e in un gesto di riconoscenza per ciò che ha fatto nei confronti di Noemi, afferma: «Il Signore ti ripaghi questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti».

Vite che parlano (1)

In questa sintetica espressione è contenuta tutta la storia di Rut e della sua famiglia, così come quella di tante persone che nella Sacra Scrittura hanno trovato ospitalità: l’aver assunto la logica dell’amore, averla tradotta in uno stile di prossimità e averla riaperta attraverso la speranza a un futuro, è ciò che permette di riconoscere la loro vicenda come una pagina stupenda del Testo Sacro. Sono vissuti che hanno la sembianza di frammenti, ma non per questo meno eloquenti di quella Parola che Dio consegna alla storia attraverso i vissuti delle tante persone che con la loro tenacia, si fanno carico di custodire la vita e di trasformare le situazioni di limite, di fragilità e di sofferenza in un possibile futuro abilitato dalla speranza che la fede sostiene e orienta. “Vite che parlano”, perché testimoni di come la vita, se confessata nella sua dimensione di dono, è sempre capace di configurarsi nella sua riuscita, in forza di quella gratuità che il dono porta con sé. Solo nel grembo di questa umanità che ci è “nutrice”, possiamo dirci partecipi della grande storia della salvezza all’interno della quale c’è spazio per comprendere le tante parole “di vita”, perché parole “della vita”. Di tutto questo,
il vissuto di tante donne e tanti uomini che hanno abbracciato la vita anche nei frangenti più difficili, è un documento incomparabile, una parola di Vangelo veramente udibile e al quale tornare ad apprendere.

Giovedì eucaristico

«L’adorazione eucaristica: arcaismo, attualità, opportunità?» chiedeva provocatoriamente in un colloquio J. Perrier. Possiamo senza dubbio rispondere mettendo in rilievo l’attualità e l’opportunità di un gesto, antico sì, ma assai valido e pertinente all’oggi. Quanto mai attuali ci sembrano infatti le parole di Giovanni Paolo II: «L’animazione e l’approfondimento del culto eucaristico sono prova di quell’autentico rinnovamento che il Concilio si è posto come fine, e ne sono il punto centrale. La Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell’amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare a incontrarlo nell’adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo. Non cessi mai la nostra adorazione».

Il Maestro è qui e ti chiama

È un’esperienza di Chiesa. È un’esperienza forte di comunità cristiana. È un’opportunità straordinaria. Non riguarda solo qualcuno. Non tocca solo quelli più sensibili. A tutti i battezzati è offerta questa possibilità di stare con Gesù, di guardarlo e di incontrare il suo sguardo, di ascoltarlo e di parlargli, di amarlo e di lasciarsi amare. Con l’adorazione dell’Eucaristia tutta la comunità e tutte le famiglie ne ricevono benedizioni. Chi adora intercede presso il Signore a favore anche di chi è lontano da Lui, di chi ha il cuore chiuso, di chi è in difficoltà, di chi soffre e piange, di chi è stanco e deluso, di chi spera in un domani migliore.

Vendita torte pro-missioni

Il gruppo missionario parrocchiale, in occasione della Giornata Mondale Missionaria, organizza, Sabato 22 nel pomeriggio e domenica 23 ottobre, nella chiesina, una vendita di torte caserecce, pro – missioni.
Le cuoche, possono preparare tante torte buonissime e donarle per questa lodevole iniziativa. Le torte si possono portare in parrocchia nella mattinata di sabato 22 ottobre. Grazie mille.

Missionari a casa nostra. Questa è la vera novità?

Così titolava Vittorio Messori una sua riflessione di stampo direttamente  missionario. Certamente è un emblematico commento allo slogan “se io parto, tu non devi restare”. Se c’è un missionario che parte, ci deve essere altresì una Comunità cristiana che mantiene l’occhio vigile sui fenomeni di paganesimo che ci circondano. Pochi cristiani lo hanno avvertito, ma la Chiesa in questi ultimi decenni si è data una nuova definizione, cioè si è definita come Chiesa missionaria: tutta la Chiesa è missionaria!
Il mondo “pagano” che una volta eravamo soliti pensare lontano e per la cui conversione si faceva appello ad anime generose di missionari disposti fino al sacrificio del martirio, ora, quel mondo ce l’abbiamo a fianco, nella nostra di casa, anzi ce l’abbiamo addirittura presente in casa, anche tra i membri di rispettabili famiglie cristiane.
È un invito a tutti i cristiani, a quei tanti cristiani che già lodevolmente animano le nostre comunità, a fare la proposta cristiana e compiere così il meraviglioso impegno della missione.
Ci è chiesto di compiere la missione ad gentes anche qui, nelle nostre terre.

Pozzi senz’acqua

C’è un proverbio africano che recita: “un villaggio senza anziani è come un pozzo senz’acqua”.
Abbiamo bisogno che l’anziano ritrovi il suo prestigio e ritorni ad essere memoria di vita, abbiamo bisogno che ogni anziano nella fede diventi messaggero di speranza e staffetta di fede per il suo prossimo.
Perché non mettere in moto il Fuoco della Missione tra i nostri comuni cristiani?
Ogni cristiano si prenda cura della conversione di una persona che poi nella fede diventerà il suo vero fratello e il mondo sarà presto migliore.
Donare la fede è come donare gioia e la gioia sempre si moltiplica e mai si assottiglia.
Ci sono tante persone a cui “sta a cuore la missione” per la gente lontana; ma dobbiamo invogliare più persone possibili a lasciarci coinvolgere dal Fuoco della Missione tra coloro che vivono tra noi senza speranza. Dobbiamo rilanciare questo slogan “un cristiano per un altro cristiano”, perché aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In Lui, soltanto in Lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento. Cristo è veramente la nostra Pace. Il cristiano è colui che si lascia coinvolgere da un grande amore verso il fratello: “l’amore di Cristo mi spinge”.

Giovedì eucaristico

L’Adorazione Eucaristica ha un valore tanto a livello personale, quanto vissuto in forma comunitaria. Anzi, le due espressioni dell’adorazione si richiamano a vicenda come, del resto, ogni forma di preghiera e di esistenza cristiana. Il rapporto personale che il singolo fedele instaura con Gesù, presente nell’Eucaristia, lo rimanda sempre all’insieme della comunione ecclesiale, alimentando in lui la consapevolezza della sua appartenenza al Corpo di Cristo. Perciò oltre ad invitare ciascuno a valorizzare e a trovare personalmente del tempo da trascorrere in preghiera davanti all’Eucaristia, ritengo doveroso sollecitare per promuovere momenti di adorazione comunitaria. Un’attenzione particolare va riservata ai fanciulli. Nella formazione catechistica è importante introdurre i fanciulli al senso e alla bellezza di sostare in compagnia di Gesù, coltivando lo stupore per la sua presenza nell’Eucaristia. Penso che siamo chiamati seriamente ad interrogarci sul nostro lavoro in questa direzione.
Attraverso i giovedì Eucaristici alcune persone stanno vivendo la bellezza dell’adorazione.
Nella vita di oggi, spesso rumorosa e dispersiva, è più che mai importante recuperare la capacità di silenzio interiore e di raccoglimento: l’adorazione eucaristica permette di farlo non solo intorno all’‘io’, bensì in compagnia di quel ‘Tu’ pieno d’amore che è Gesù Cristo, ‘il Dio a noi vicino’.
Madre Teresa, dal canto suo, portava la sua esperienza al riguardo: «Dove riceverete in dono la gioia di amare? Nell’Eucarestia. Nella Santa Comunione. Gesù si è fatto Pane di vita per darci la vita. Giorno e notte egli è sempre presente. Se davvero volete crescere nell’amore, sostenetevi coll’Eucarestia, coll’adorazione. Nella nostra congregazione, c’era la consuetudine di avere un’ora di adorazione la settimana e poi, nel 1973, decidemmo di avere un’ora di adorazione ogni giorno. Da quando abbiamo cominciato ogni giorno ad avere la nostra ora di adorazione, il nostro amore per Gesù è diventato più intenso, il nostro amore l’uno per l’altro più comprensivo, il nostro amore per il povero più compassionevole e abbiamo raddoppiato il numero di vocazioni».