Resistenza che si fa perseveranza

Con la parola “resistenza” non si vuole indicare solo l’opposizione che fa fronte a forze che impongono la loro presenza nella società o al resistere in forma passiva alle avversità della vita, ma s’intende l’atteggiamento perseverante che mostra l’uomo virtuoso, ricco di fortezza. Si può resistere alle minacce, alle paure, ma anche alla noia o al disgusto dell’esistenza stessa, perché non si è forti se si attacca per primi o perché ci si sa difendere bene e a testa alta, ma si è forti nel comprendere i propri limiti e nell’accoglienza paziente di quelli degli altri.

In tal senso, alla resistenza si affianca naturalmente la pazienza, come facoltà umana che ha la capacità di reagire adeguatamente alle avversità mediante un atteggiamento sobrio.

“Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce offerte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Corinzi 12,9-10)

Reagire con ponderato discernimento

La fortezza è presente in chi risponde con mitezza anche alle forze contrarie della vita e non devia dalla via del bene. Manifesta una grande capacità di reazione moderata che esclude la violenza nelle situazioni piccole e grandi che si possono presentare. La capacità di reazione è legata al dominio di sé, perché l’istinto nell’uomo non prenda il sopravvento, ma anche al saper riconoscere e valutare con onestà la propria vulnerabilità.

Molte volte si è soliti nascondere ogni vulnerabilità perché si temono confronti e critiche, si vive nella paura del giudizio. La paura in questo senso può condizionare molto l’andamento quotidiano e le scelte che ogni singolo può fare in rapporto a se stesso e al contesto sociale. Quando non si riesce ad accettare le proprie fragilità o si manca di autostima, le reazioni che si possono manifestare davanti al pensiero del proprio limite sono accompagnate dall’ira, che non si arresta nemmeno davanti alle persone più vicine. La fortezza vede l’uomo pronto a prendere posizione nella sua vita e a reagire con ponderato discernimento davanti a tutte le situazioni che lo vedono coinvolto a livello individuale e sociale. Nell’accoglienza di se stessi, dei propri limiti e vulnerabilità, si riesce meglio a vedere le cose e a viverle in modo diverso, più semplice e bello.

Agire con bontà per compiere la giustizia

Dalla fortezza deriva una certa capacità di azione, il saper agire con fermezza e decisione nelle diverse situazioni della vita, dalle più semplici alle più complicate. La fortezza permette all’uomo di riconoscere nella propria azione il vero bene e per questo la sua è un’azione pronta, semplice e diretta che ha per fine il bene in se stesso.

In questa virtù trova spazio la cura delle relazioni umane piuttosto che quella dei propri interessi. La fortezza non si esprime in chi si vanta della propria potenza, ma in tutti quelli che vivono con semplicità e gratuità i rapporti umani, tenendo a cuore la persona vicina.

L’azione del forte non è nemmeno una forma di spavalderia che fa stringere i denti per dimostrare la grandezza di uno sforzo eroico. In svariate circostanze la fortezza òpuò manifestarsi anche con un semplice sorriso, fatto per evitare inutili discussioni.

La fortezza aiuta a non cedere alla frustrazione del proprio limite, a reagire con giusta proporzione a quelle che sono caratteristiche o semplici fragilità umane. Forte è chi sa di essere debole, chi conosce le proprie fragilità e ne prende coscienza senza tormentarsi, chi riesce a sorriderne e a proseguire il cammino. La fortezza, dunque, fa fronte a sentimenti quali la depressione, l’angoscia, l’ansia, l’amarezza e rafforza la volontà di operare il bene.

Un aiuto decisivo per compiere il bene

Quando si parla di fortezza si pensa al confronto di due termini il coraggio e la paura.

Il primo è associato ad una persona impavida;

il secondo è visto come sentimento contrario alla fortezza. Pur non essendo né il coraggio né la paura a caratterizzare irrevocabilmente una persona buona, bisogna ammettere che ci sono momenti in cui la paura impedisce di compiere ciò che si riconosce come giusto; per questo la fortezza prevale sulla paura e rende l’uomo più coraggioso nella scelta del bene. La fortezza è la virtù che toglie gli impedimenti e le difficoltà che distolgono la volontà dal compiere ciò che è secondo ragione.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo sesto – Educazione e spiritualità ecologica

Il capitolo finale va al cuore della conversione ecologica a cui l’Enciclica invita. Le radici della crisi culturale agiscono in profondità e non è facile ridisegnare abitudini e comportamenti. L’educazione e la formazione restano sfide centrali: «ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo» (15); sono coinvolti tutti gli ambiti educativi, in primis «la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi» (213).

La partenza è «puntare su un altro stile di vita» (203-208), che apre anche la possibilità di «esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale» (206). È ciò che accade quando le scelte dei consumatori riescono a «modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione» (206).

Non si può sottovalutare l’importanza di percorsi di educazione ambientale capaci di incidere su gesti e abitudini quotidiane, dalla riduzione del consumo di acqua, alla raccolta differenziata dei rifiuti fino a «spegnere le luci inutili» (211): «Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo» (230). Tutto ciò sarà più semplice a partire da uno sguardo contemplativo che viene dalla fede: «Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri. Inoltre, facendo crescere le capacità peculiari che Dio ha dato a ciascun credente, la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo» (220).

Ritorna la linea proposta nell’Evangelii Gaudium: «La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante» (223), così come «La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possibilità che offre la vita» (223); in questo modo diventa possibile «sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti» (229).

I santi ci accompagnano in questo cammino. San Francesco, più volte citato, è «l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia» (10), modello di come «sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (10).

Ma l’enciclica ricorda anche san Benedettosanta Teresa di Lisieux e il beato Charles de Foucauld. Dopo la Laudato si’l’esame di coscienza, lo strumento che la Chiesa ha sempre raccomandato per orientare la propria vita alla luce della relazione con il Signore, dovrà includere una nuova dimensione, considerando non solo come si è vissuta la comunione con Dio, con gli altri e con se stessi, ma anche con tutte le creature e la natura.

La Giustizia di Dio

Una giustizia sbilanciata. Quel padrone che dà agli ultimi la stessa paga dei primi! Quanto è ingiusto! È quello che pensano. Quei primi operai rimangono sbigottiti! Che giustizia è questa? È un Dio sbilanciato … la giustizia di Dio è così, ben diversa dalla nostra: non distribuisce secondo i meriti, non dà semplicemente in corrispondenza a quello che noi facciamo, non dà solo ai primi … Dio dà in base al Suo cuore buono …

Una giustizia che non condanna, che non risponde al male con il male, che non emette la sentenza di fronte al nostro errore, ma che risponde con un amore ancora più grande: ecco il perdono, ecco la misericordia …

Una giustizia in cui il figlio Gesù, il solo giusto, l’innocente, si fa colpevole per liberare noi colpevoli …

Una giustizia che fa giusti: Gesù, l’unico giusto, ci rende giusti, ci giustifica, ci fa giustificati …

L’uomo giusto non è solo colui che cammina secondo la legge del Signore, ma è anche colui che diventa giusto come il Signore cioè capace di una giustizia che è perdono, che è misericordia …

Chi è il giusto?

Colui che desidera la giustizia. Nel Vangelo Gesù dice: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”.

Colui che rispetta le leggi: ci sono diversi tipi di leggi, a partire da quelle della convivenza civile.

Colui che rispetta la proprietà altrui: l’altro si prolunga in ciò che ha; ciò che l’altro ha fa parte di lui, non posso metterci le mani.

La Giustizia divina, fonte di salvezza

la Giustizia umana insegna quali sono i doveri e i diritti da dover rispettare, quella divina, che viene appunto da Dio, ha valenza salvifica perché è legata alla misericordia. La giustizia divina non abolisce la legge umana, ma anzi va a perfezionarla. Essa mostra la sua trascendenza rispetto a ogni giustizia umana attraverso il perdono, riabilita l’uomo per amore, non per giudizio, ricostruendo e trasfigurando la persona dall’interno.

“L’amore divino fa giustizia al di là del dovuto e lo fa con misericordia” (cardinale Carlo Maria Martini).

Nell’espressione “giustizia di Dio” è racchiuso il molteplice contenuto di una verità su Dio, con la quale nelle pagine della Bibbia è sintetizzato il suo agire: egli è “giusto” poiché è “fedele alle sue promesse” (Dt 33,21). Egli è il solo che nella sua misericordia (cfr. Isaia 45,8-46,13) rende giusto l’uomo, lo salva in virtù della libera decisione della sua grazia (cfr. Romani 3,24). La parola “misericordia” designa una profonda relazione interiore tra due individui, come quella che lega una mamma al suo bambino (cfr. Isaia 49,15), una relazione che dice benevolenza, bontà, tenerezza amorosa. Questo è l’atteggiamento di Dio, il giusto per eccellenza, verso l’umanità. L’uomo giusto è colui che fa della sua vita una potenza di vita feconda, perché pratica la giustizia e vive la fratellanza. La carità è radicata nel suo cuore.

La Giustizia umana, legale o generale

La Giustizia aiuta l’uomo a non fare il proprio interesse, ma a compiacersi della verità e del bene, senza dover danneggiare l’altro.

La Giustizia legale o generale ha come suo oggetto specifico il bene comune della società civile. Rientra in questa virtù la cura del bene pubblico, il rispetto dell’ambiente e dei servizi pubblici, il pagare le tasse allo Stato, l’osservare le sue leggi, almeno fino a quando non entrino in contrasto con la dignità umana o vadano a intaccarla.

La Giustizia è la virtù cardinale che aiuta l’uomo a ricordare l’importanza del vivere bene con se stesso e con gli altri, aiuta a ricordare quali sono le cose fondamentali per cui un uomo deve imparare a gareggiare: la serenità e la pace.

Non è una virtù legata solo al giusto che paga tutte le tasse, ma a tutte quelle persone che scelgono di vivere con quei principi, quei valori fondamentali che formano l’essere umano. La Giustizia ricorda all’uomo che egli non è fatto per vivere da solo perché il suo stesso essere comporta un’attenzione verso l’altro. Gli uomini giusti sono coloro che si impegnano a conseguire con responsabilità, semplicità e fermezza i propri diritti e doveri, senza dover scendere a compromessi.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo quinto – Alcune linee di orientamento e di azione

Questo capitolo affronta la domanda su che cosa possiamo e dobbiamo fare. Le analisi non possono bastare: ci vogliono proposte «di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale» (15), e «che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (163). Per Papa Francesco è imprescindibile che la costruzione di cammini concreti non venga affrontata in modo ideologico, superficiale o riduzionista. Per questo è indispensabile il dialogo, termine presente nel titolo di ogni sezione di questo capitolo:

«Ci sono discussioni, su questioni relative all’ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. […] la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma [io] invito ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune» (188).

Su questa base Papa Francesco non teme di formulare un giudizio severo sulle dinamiche internazionali recenti: «i Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (166). E si chiede «Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?» (57). Servono invece, come i Pontefici hanno ripetuto più volte a partire dalla Pacem in terris, forme e strumenti efficaci di governance globale (175): «abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance  per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali» (174), visto che «“la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente”» (190).

Sempre in questo capitolo, Papa Francesco insiste sullo sviluppo di processi decisionali onesti e trasparenti, per poter «discernere» quali politiche e iniziative imprenditoriali potranno portare «ad un vero sviluppo integrale» (185). In particolare, lo studio dell’impatto ambientale di un nuovo progetto «richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare ed a un dibattito approfondito» (182).

Particolarmente incisivo è l’appello rivolto a chi ricopre incarichi politici, affinché si sottragga «alla logica efficientista e “immediatista”» (181) oggi dominante: «se avrà il coraggio di farlo, potrà nuovamente riconoscere la dignità che Dio gli ha dato come persona e lascerà, dopo il suo passaggio in questa storia, una testimonianza di generosa responsabilità» (181).