Agostino, maestro della ricerca di Dio

L’esperienza di vita e di fede di Agostino si fonda tutta sul coraggioso passaggio dalla evasione da sé al rientro, dal cercare fuori al ritrovare dentro. La fuga da sé per lui è finita proprio nella consapevolezza di avere in Dio un inseguitore instancabile che lo chiama e lo precede, lo avverte e lo soccorre. Per riconoscere la Sua voce e ascoltarla servono, ancora oggi, coraggio, onestà, umiltà. “Non uscir fuori da te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore. Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontani da voi? Torna, torna al cuore”. L’invito al viaggio della vita, quello interiore e più avventuroso di sempre, ci raggiunge nel giorno in cui si fa memoria dell’uomo, che l’ha pronunciato, Agostino d’Ippona, il 28 agosto. Parole sincere, sapienti, che si stagliano nitide tra le nebulose contraddizioni di questo tempo in cui la paura e la precarietà per il futuro ci confondono e disperdono. Agostino può aiutarci a vivere questo momento se decidiamo che è finalmente il tempo di rientrare in noi stessi, di smettere la fuga e di rientrare in noi stessi. La sua esperienza di vita e di fede si fonda tutta su questo coraggioso passaggio. “Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te” (Conf. X.). Coraggio: una delle tre virtù che il santo ci può insegnare ad esercitare ancora oggi. Non la forza aggressiva degli eroi, ma il mite coragere, letteralmente l’agire del cuore. Agostino ha avuto il coraggio di agire con il cuore, muscolo che nel mondo antico era sede dei pensieri e dell’intelligenza, della sapienza e della volontà, luogo delle decisioni e sacrario dell’anima che solo Dio scruta nel profondo. È possibile per tutti noi, figli di questo tempo, tornare al cuore essere coraggiosi, strappando al degrado quello spazio interiore dove decidere in modo nuovo le direzioni da prendere, gli orientamenti da dare alla vita perché sia sapiente, sapida, gustosa. Onestà: con rettitudine e franchezza Agostino ha dialogato con la sua coscienza, scegliendo di non mentire mai a sé stesso, ai suoi amici, né ai suoi nemici cercando in tutto la Verità, ammettendo ogni errore, confutando ogni menzogna senza sottrarsi a nessun confronto. La fuga da sé per lui è finita proprio nella consapevolezza di avere in Dio un inseguitore instancabile che lo chiama e lo precede, lo avverte e lo soccorre: “Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace”. Ecco professata l’onestà di arrendersi alla Verità. Umiltà: “filo d’erba assetato” (Conf.) si definisce Agostino, uomo arido mendicante la rugiada di Dio. Questa la sua imitabile umiltà: il sapersi bisognoso dell’Altro e di altro da sé, attendendo all’opera dell’artigiano che con fatica e Grazia leviga le dure pietre del proprio cuore perché sa che solo insieme ai fratelli può costruire la casa della comunione fraterna, casa sicura dove tutti hanno “un cuor solo e un’anima sola”.

Iscrizioni Grest settembre 2026

Grest dal 31 agosto al 11 settembre 2026.
Le iscrizioni saranno raccolte dalle ore 16.00 alle ore 18.00 nei seguenti giorni:
– domenica 23 agosto 2026;
– mercoledì 26 agosto 2026;
– giovedì 27 agosto 2026
… e mattina del 31 agosto.

Si invita a scaricare e compilare preventivamente i moduli editabili qui allegati. È preferibile effettuare il pagamento tramite bonifico bancario.

L’iscrizione si intende perfezionata esclusivamente a seguito della:

  • consegna della distinta di pagamento del bonifico (oppure del saldo in contanti);
  • consegna del modulo di iscrizione compilato in tutte le sue parti.

Modulo di iscrizione per i ragazzi e le ragazze che hanno già frequentato il grest a giugno e luglio
(scarica qui)

Modulo di iscrizione per i ragazzi e le ragazze che NON hanno frequentato il GREST in precedenza
(scarica qui)

Per i/le ragazzi/e che presentano allergie e/o intolleranze alimentari è obbligatoria la compilazione dell’apposito modulo, che dovrà essere consegnato in busta chiusa al momento dell’iscrizione.

L’altruismo di S. Rocco

Ciò che ha impressionato i contemporanei di San Rocco è il coraggio e la dedizione dimostrata, in viaggio verso Roma, con il mettersi a servizio e dare assistenza ai malati di peste senza alcuna preoccupazione per sé, come avvenuto ad Acquapendente e poi a Roma, tra il 1367 e il 1368, e poi ancora, sulla via del ritorno verso la Francia, di dove era originario, a Piacenza nel 1371. Il fatto che ha colpito i contemporanei è che il suo passaggio e i segni della cura di san Rocco agli appestati spesso ottenevano la guarigione. Tanti sono, nel corso della storia, gli esempi di cristiani che si sono messi a servizio degli appestati anche mettendo a repentaglio la propria salute e la propria vita; l’esempio di Rocco è accompagnato, come pochi altri, da una forza di guarigione che lo hanno reso noto in tutta Europa lasciando dietro di sé un ricordo indelebile che dura intatto fino ad oggi. Ancora più ammirevole è la decisione che Rocco prende quando scopre di aver contratto pure lui la peste, così che si ritira in un luogo sconosciuto e irraggiungibile, per evitare di trasmettere ad altri il contagio mortale. Sarà un cane, come racconta la storia della sua vita, a portargli ogni giorno un pezzo di pane così da assicurargli la sopravvivenza fino alla guarigione dalla peste. La nota caratteristica di san Rocco è davvero l’altruismo, la sua premura per il bene degli altri, ai quali si dedica senza nessuna preoccupazione per sé. Pur di fare del bene agli altri, non teme di esporsi al pericolo, e quando sa di essere diventato un pericolo, non esita a fuggire da ogni frequentazione anche a rischio di rimanere solo e abbandonato da tutti. In lui la fede è diventata vita, senza tanti fronzoli e senza inutili discorsi; un esempio di amore cristiano semplice e puro, il suo, consumato in una breve vita, considerato che è morto poco più che trentenne. A san Rocco non dobbiamo ricorrere solo per chiedere aiuto, ma anche per ottenere la capacità di fare come lui, che si è preoccupato degli altri prima che di sé stesso, da vero discepolo di Gesù e da autentico cristiano. E noi? Non vogliamo anche noi essere cristiani? Ma che cristiani siamo e che devoti siamo di san Rocco se contraddiciamo apertamente il suo esempio e la sua testimonianza? Siamo buoni soltanto a pensare a noi stessi o addirittura ricorriamo a san Rocco per consentirci di continuare a vivere egoisticamente solo per noi stessi e per i nostri comodi? C’è in questo una grave contraddizione, una incoerenza insanabile, che dobbiamo contrastare. È significativo nel Vangelo l’atteggiamento della donna cananea che arriva, con la sua insistenza, a far cambiare idea a Gesù, il quale riconosce la sua fede così ostinata e ne accoglie la richiesta di liberarle la figlia dal demonio. Anche noi dobbiamo imparare a essere insistenti e ostinati con il Signore e con i suoi santi. Ma dobbiamo farlo non solo per chiedere la guarigione e la liberazione da ogni male; dobbiamo imparare a farlo soprattutto per venire risanati dall’egoismo e dal ripiegamento su noi stessi. Le nostre comunità, e la società tutta, stanno soffocando perché ciascuno pensa solo a sé stesso, noncurante degli altri e del bene comune. E non ci si accorge che quando si pensa solo a sé stessi, in realtà ci si prepara il peggioramento del proprio malessere, altro che maggiore benessere! Chi pensa che badando solo a sé e curando solo i suoi interessi, magari a danno degli altri, starà bene, si illude; la crisi economica, ambientale e morale, che stiamo attraversando, non è il frutto del caso o di un destino cieco, ma il risultato di comportamenti individuali che rischiano di portare al disastro il futuro della collettività, di cui a pagare per primi saranno i giovani, già di oggi e soprattutto di domani. Impariamo, dall’esempio di san Rocco, la generosità e la dedizione agli altri nel nome di Gesù, e impariamo dalla donna del Vangelo a chiedere e a fare di tutto per risollevarci dal male che ci opprime. La nostra insistenza porterà frutto e ridarà speranza alla nostra vita di persone singole e di comunità.

Maria Assunta: Festa del Cammino e della Meta

La festa di Maria Assunta in Cielo corpo e anima, è la festa del traguardo ma è anche la festa del cammino. Le processioni che si celebrano in questo giorno rappresentano l’uno e l’altro perché la nostra vita è cammino verso il traguardo. Se non ci fosse la meta, la nostra vita sarebbe un vagabondaggio, un girare a zonzo, senza uno scopo, e chi la vive così, o meglio quando la viviamo così, ci rendiamo conto che non ha senso. Non ha senso vivere come dei vagabondi, senza una meta: allora si sente il bisogno di stordirsi, di pensare ad altro e non si sopporta più la vita, c’è bisogno di qualche alternativa, di qualche dipendenza. D’altra parte, anche vivere protesi verso la meta senza amare il cammino, senza assaporare la gioia del percorso, ma avvertendo il percorso solo come un peso, è di nuovo una vita senza significato. Diventa una corsa, una corsa per consumare dei traguardi, una corsa per raggiungere sempre nuove mete, ma così si dimentica la bellezza della strada. È necessario che ci siano entrambi: il traguardo e il cammino; è necessario che li amiamo entrambi. Per questo oggi noi festeggiamo il traguardo, l’Assunzione di Maria, il punto di arrivo, ma festeggiamo anche il cammino. Abbiamo sentito proclamare e commentare da papa Francesco il cammino di Maria da Nazareth verso la casa della parente Elisabetta, cento chilometri più a sud. Maria ha amato il cammino e ha amato il traguardo. C’è un modo per dare senso a questo cammino verso il traguardo, ed è l’incontro: vivere la vita come un incontro, non come uno scontro. Maria, recandosi da Elisabetta, ha rappresentato l’incontro del nord con il sud; Nazareth è a nord, AinKarim è a sud: Galilei e Giudei erano due popoli della stessa grande stirpe ebraica, ma erano due popoli molto diversi, che si guardavano con reciproca diffidenza. Serve il coraggio di incontrare l’altro, il diverso da te. Se la vita noi la riempiamo di incontri, se facciamo incontrare i nostri Nord con i nostri Sud, le nostre diverse culture, religioni, sensibilità, storie, lingue, allora il cammino si riempie di senso. Quello tra Maria ed Elisabetta è stato inoltre un incontro tra due generazioni diverse: Maria era giovanissima, dato che all’epoca si andava in sposa poco più che adolescente; di Elisabetta si dice che nella sua vecchiaia non aveva ancora concepito; quindi, è molto più grande di lei in età. Quando si incontrano nella vita le diverse età e generazioni, quando si ha il coraggio e l’attenzione di trasmettersi le narrazioni e comunicarsi le speranze, quando le storie e i sogni si incrociano, allora la vita si riempie di senso. La vita è anche un incontro tra generazioni. Quando invece si tagliano i rapporti tra le generazioni, ci si accusa a vicenda, ci si tiene distanti, allora la vita è vuota: agli anziani rimangono le loro nostalgie e ai giovani le loro illusioni. Infine, l’incontro tra Maria ed Elisabetta è un incontro di sofferenze e di gioie. Ciascuna porta nel cuore una sofferenza: Maria questa situazione inattesa e anche pericolosa che le stava capitando; era incinta per opera dello Spirito Santo, ma questo lo sapeva solo lei e potevano pensare che fosse una donna adultera, quindi perseguibile per legge; Elisabetta porta nel cuore la sua lunga vita umiliata, perché la donna sterile era considerata abbandonata anche da Dio. Entrambe però con le loro gioie, perché portano in grembo la vita. Per cui quando si incontrano non c’è un accumulo di lamentele, non è semplicemente una comunicazione di malumori; quando si incontrano sboccia un dialogo di gioia: “Benedetta tu fra le donne… il bimbo ha esultato di gioia…l’anima mia magnifica il Signore”. L’incontro nella nostra vita serve anche per trasformare le sofferenze in gioie; se le sofferenze le chiudiamo dentro di noi, se le nostre fatiche le teniamo celate nel cuore, facilmente rendono nere le giornate; se invece abbiamo il coraggio di muoverci, di comunicarle, di apprezzare ciò che c’è nell’altro allora anche le sofferenze si trasformano in gioie. Una sofferenza comunicata si dimezza, una gioia comunicata si raddoppia. Maria ci dà il senso del cammino, di un cammino pieno, di un cammino che è un incontro, perché tende verso una meta bella. Chiediamo al Signore, attraverso l’intercessione di Maria, di amare sia la meta che il cammino. Non solo la meta, per non trasformare la nostra vita in una corsa insensata, non solo il cammino perché non diventi un vagabondaggio; ma la vita come pellegrinaggio, un cammino pieno di incontri che tende alla meta.

Maria Assunta, Madre del Principe della pace

Maria piena di grazia, la più bella tra tutte le creature,
il tuo cuore non è stato risparmiato dai dolori;
anzi, la purezza lo ha reso ancor più sensibile ai contraccolpi della vita; più è puro, un cuore, più ama e più soffre.
Vergine di Nazareth, hai ricevuto dall’angelo l’annuncio che ha capovolto i tuoi progetti e ha turbato la tua pace;
ma ti sei affidata, accettando di entrare nelle sorprese di Dio, come serva del Signore e della sua parola.
Giovane donna in attesa, hai visitato con un lungo viaggio la parente Elisabetta, donando gioia e lode a lei e al figlio che portava nel grembo, Giovanni, l’ultimo profeta dell’antico popolo degli ebrei;
in te era spuntato il nuovo popolo,
che compie l’antico e mette pace tra i due.
Madre di Dio, hai dato alla luce il Figlio dell’Altissimo nel luogo meno degno di lui: una mangiatoia, dentro la stalla di uno sperduto villaggio della Palestina;
ma proprio lì, dove ancor oggi abitano povertà,
guerra e miseria, hai deposto un seme di pace.
Figlia di Israele, presentando il piccolo Gesù al Tempio,
hai acceso l’entusiasmo dei vecchi Anna a Simeone,
ma anche la profezia di una spada che avrebbe trafitto la tua anima, mettendo alla prova la pace del tuo cuore materno, come tante madri in pena per la sorte dei loro figli.
Sposa di Giuseppe, con lui hai vissuto la gioia della visita dei Magi a Betlemme, venuti ad adorare il bambino; ma anche la pena della fuga in Egitto, nei panni dei rifugiati che ancora oggi cercano pace per se stessi e le loro famiglie, scappando dai tanti Erode che scatenano guerre e violenze.
Mamma di Gesù, lo hai visto crescere, cercando nel suo quotidiano il compiersi del sogno di Dio; hai vissuto per tre giorni l’angoscia di averlo perso; e, ritrovatolo nel Tempio, non hai compreso la grandezza della sua vocazione,
ma hai continuato a custodire la pace nel cuore.
Donna del dolore, hai sperimentato la sofferenza più grande della terra, la morte di un figlio;
e non una morte qualsiasi, ma la morte di croce:
morte disonorevole, infame, solitaria.
Nel tuo cuore afflitto si è concentrata la pena di tutte le donne che perdono la pace per la scomparsa dei loro figli.
Madre della Chiesa, dalla croce Gesù ha voluto trasformare la morte in una culla di vita nuova, donando il discepolo amato a te come figlio, e tu a lui come madre.
E a Pentecoste, raccogliendo il testamento di Gesù,
eri raccolta nel Cenacolo insieme ai discepoli.
Hai compreso tutto, allora.
Hai assistito alla vittoria della vita sulla morte.
Hai conquistato la pace che non tramonta.
Aiutaci, Maria, ad accogliere il dono dello Spirito,
l’amore di Dio che porta la pace.
Intercedi dal cielo per noi, Vergine Assunta,
perché ricevendo questo dono
diventiamo operatori di pace.
Regina della pace, prega per noi.

Erio Castellucci

La Madonna degli Angeli – S. Francesco e il perdono di Assisi

San Francesco d’Assisi era al terzo anno della sua conversione e vide una piccola cappella della Madonna, di 4 metri per 7, abbandonata e in rovina, che decise di restaurare. Il terreno era di proprietà dei monaci benedettini, che glielo donarono. Nel 1209 nacque in questo modo la chiesetta della Porziuncola, che oggi si trova all’interno del santuario di Santa Maria degli Angeli. Questa piccola cappella divenne il centro del movimento francescano, e fu proprio qui che nel 1211 Santa Chiara ricevette il suo saio. La Vergine e Cristo apparvero a San Francesco proprio all’interno della Porziuncola. Nel 1216 Maria apparve al Giullare di Dio circondata dagli angeli. In una notte del 1216 il giovane Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione della chiesetta della Porziuncola. All’improvviso, la chiesina fu invasa da una vivissima luce. Il giovane Francesco scorse sopra l’altare Gesù Cristo rivestito di luce. Alla destra del Salvatore vi era la sua Madre Santissima, contornata da una moltitudine di Angeli. Allora Francesco si mise in adorazione del suo Signore in tutto silenzio e con la faccia a terra. Gesù e Maria chiesero al Poverello di Assisi cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di colui che diventerà San Francesco fu pressoché immediata. “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”, disse Francesco. Il Signore allora replicò dicendogli: “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”. Poco dopo Francesco si presentò al Pontefice Onorio III. In quei giorni il Pontefice si trovava a Perugia. San Francesco si recò da lui raccontandogli con grande candore lo speciale incontro avuto in visione. Il Pontefice lo ascoltò con attenzione, non senza difficoltà a recepire le sue parole. Alla fine delle quali, tuttavia, concesse la sua approvazione. Al termine della quale, però, chiese a San Francesco. “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Il giovane rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E si avviò, rallegrato, verso la porta di uscita. “Come, non vuoi nessun documento?”, lo allarmò il Pontefice. La risposta di San Francesco: “Gli Angeli sono i miei testimoni!” Francesco fu ben certo della sua risposta: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”. Passarono pochi giorni, e il santo di Assisi si rivolse, con le lacrime agli occhi e insieme ai Vescovi dell’Umbria, al popolo che era accorso festante e devoto alla Porziuncola, dicendo loro: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”. Il Poverello di Assisi morì proprio all’interno della Porziuncola nel 1226.

Supplica a “Santa Maria degli Angeli”

Vergine degli Angeli,
che da tanti secoli avete posto
il vostro trono di misericordia alla Porziuncola,
ascoltate la preghiera dei figli vostri
che fiduciosi ricorrono a voi.
Da questo luogo veramente santo e abitazione di Dio,
particolarmente caro al cuore di San Francesco,
avete sempre richiamato tutti gli uomini all’Amore.
I vostri occhi, colmi di tenerezza,
ci assicurano una continua, materna assistenza
e promettono aiuto divino
a quanti si prostrano ai piedi del vostro trono
o da lontano si rivolgono a voi,
chiamandovi in loro soccorso.
Voi siete veramente
la nostra dolce Regina e la nostra speranza.
O Madonna degli Angeli, otteneteci,
per la preghiera del Beato Francesco,
il perdono delle nostre colpe,
aiutate la nostra volontà
a tenerci lontani dal peccato e dalla indifferenza
per essere degni di chiamarvi sempre nostra Madre.
Benedite le nostre case, il nostro lavoro, il nostro riposo,
dandoci quella pace serena
che si gusta fra le mura della Porziuncola
dove l’odio, la colpa, il pianto,
per il ritrovato Amore
si tramutano in canto di letizia,
come il canto dei vostri Angeli e del Serafico Francesco.
Aiutate chi non ha sostegno e chi non ha pane,
coloro che si trovano in pericolo o in tentazione,
nella tristezza o nello scoraggiamento,
nella malattia o in punto di morte.
Benediteci come vostri figli prediletti
e con noi vi preghiamo di benedire,
con uno stesso gesto materno,
gli innocenti e i colpevoli,
i fedeli e gli smarriti, i credenti e i dubbiosi.
Benedite l’intera umanità,
affinché gli uomini
riconoscendosi figli di Dio e figli vostri
ritrovino, nell’Amore, la vera Pace e il vero Bene.