Festa del papà

“Colui che genera un figlio non è ancora un
padre, un padre è colui che genera un figlio
e se ne rende degno”.

Fëdor Dostoevskij

Il pensiero nella solennità di san Giuseppe va anche a tutti i papà. È l’occasione per manifestare un grazie ai papà che rinascono uomini migliori quando prendono per la prima volta in braccio il loro piccolo, e ai papà che si prendono un po’ più di tempo per entrare nel ruolo e per capirne l’importanza; ai papà che lavorano perché non manchi mai il sostentamento alla famiglia, e a quelli che il lavoro lo hanno perso ma il coraggio no, e lottano per non sentirsi sconfitti e per uscirne vincitori, in un modo o nell’altro. E grazie a quei papà che amano le mamme, e riconoscono tutto ciò che compiono, con impegno, dedizione, passione per la famiglia. Grazie ai papà che sono volati via, perché riescono a farsi sentire dai figli anche se non più presenti fisicamente. E grazie a quei papà i cui figli sono volati via, perché vedranno un pezzettino di quel figlio in ogni ragazzo che incontreranno.
Grazie ai papà che un figlio non lo hanno mai avuto, perché spesso dispensano amore ai figli di altri, perché si può diventare padri anche senza esserlo. Grazie ai papà che sbagliano ma che poi lo comprendono e recuperano; grazie ai papà che permettono ai figli di sbagliare lasciando che loro comprendano, e li spronano poi a recuperare. Grazie a tutti i papà, perché il mondo ha bisogno di paternità, ha bisogno che crescano degli uomini e delle donne migliori. E vi auguro questo: l’intelligenza per godere dell’essere padri e l’amore per lasciare in eredità ai vostri figli il meglio di voi.

I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili

Giuseppe e Maria, sono stati chiamati insieme.. Il silenzio nel quale viene avvolta la vita di Giuseppe acquista un alto valore teologico, se visto alla luce di ciò che i Vangeli riferiscono della sua sposa.
In Giovanni, Maria compare due volte. Alle nozze di Cana, lei pare venga invitata a indietreggiare.
Solo quando sulla croce Gesù dirà che, “tutto è compiuto”, allora Maria sarà chiamata a riprendere la sua vocazione di madre verso il corpo di Cristo che è la Chiesa: “Ecco tuo figlio”.
La vocazione infatti è irrevocabile. Anche per Giuseppe la missione non si limita all’infanzia di Cristo. Una volta nata la Chiesa, anch’essa avrà bisogno della protezione paterna. Il rapporto che lega Giuseppe con la Chiesa non è una simpatica reminiscenza. È un legame voluto da Dio. Lui non è un mercenario, assunto pro tempore. Il rapporto col Verbo incarnato, e di conseguenza con la Chiesa, è fondato sulle parole che non passeranno mai. Passeranno i cieli e la terra, ma il compito di Giuseppe nei confronti della Chiesa durerà fino a quando, avendo Cristo sottomesso tutto al Padre, Dio sarà tutto in tutti.

La persona e la vicenda di Giuseppe: storia di fede

Se la fede nasce dall’ascoltare, nella storia di Giuseppe questo principio lo troviamo allo stato puro. Giuseppe viene sopraffatto dal misterioso operare di Dio. Scoprendo i segni della gravidanza di Maria non è possibile che abbia compreso con le sole forze umane il mistero. Dovette attraversare la tappa del non comprendere. Ha vissuto il dubbio della fede. Ha sperimentato l’inadeguatezza dell’intelletto umano di fronte al mistero divino. Decide quindi, non volendo accusare pubblicamente, diventando responsabile della lapidazione di Maria, di ripudiarla in segreto. Oggi, defezioni e allontanamenti sono frequenti. La decisione di Giuseppe è diventata molto comune. Si rinuncia a partecipare a ciò che non si capisce e che può provocare dolore. Ma è a quel punto che interviene Dio. Giuseppe, quando cade nel sonno, nel riposo delle sue facoltà intellettuali, riceve la verità, la comprensione del mistero del Regno. Fu l’uomo dell’ascolto. Non ha dato assenso ai propri sogni, ma alla rivelazione della Verità.
Alle proprie conclusioni personali egli era già arrivato. Dormendo non è lui ad agire, ma Dio, che fa in lui grandi cose, per pura grazia. L’inizio della fede esige da Giuseppe rinuncia a tutto ciò che ha pensato e deciso prima. Quando si desterà dal sonno, Giuseppe sarà l’icona perfetta del credente.
La storia di fede di Giuseppe di Nazaret ci fa capire la bellezza dell’operare di Dio nella vita dell’uomo. Avendo vissuto lo straordinario incontro con Dio ed essendo stato invitato a svolgere un ruolo nel divino disegno di salvezza, Giuseppe non ha ricevuto una scienza previa. Non sa le cose in anticipo e non conosce tutto il percorso. Sa quale è il prossimo passo da fare e niente di più. Cammina nella fede. La fede che però non spiana la strada. Non rende immuni o intaccabili dal male.
Non toglie le difficoltà, né rimuove gli ostacoli. Li fa notare. Avverte della loro gravità e obbliga ad affrontarli: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto … Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Dio non promette nessun intervento straordinario.
Fa intravedere la soluzione e incita ad adempierla.

Vocazione paterna:

alla riscoperta della figura di san Giuseppe nell’anno a lui dedicato da papa Francesco

È diventato d’obbligo, parlando di san Giuseppe, affermare che i Vangeli dicono poco di lui, come se ciò fosse una carenza e svalutasse la sua figura. I dati biblici su san Giuseppe non sono pochi, sono rari. Proviamo a rivisitare alcuni luoghi dei Vangeli dove lo Spirito di Dio ci narra della persona, della vocazione e dell’operato dell’artigiano di Nazareth. Quei dati, essendo rari, vanno trattati con attenzione.
La vocazione di Giuseppe e il ruolo da lui interpretato nel dramma salvifico sono unici. In quattro versetti per tre volte
si parla del fatto che Giuseppe e Maria sono impegnati nel matrimonio. Non è una semplice informazione. Si dice che abbiamo a che fare con persone capaci di amare e accogliere l’amore. Dio chiede a questi due giovani sposi di accogliere un altro amore, di far spazio all’Amore infinito. È bene considerare quella di Maria e Giuseppe come vocazione comune. Due giovani sposi sono stati chiamati a partecipare insieme, nella più perfetta armonia di intenti, alla più grande opera di Dio. Essere insieme, uniti dal loro amore umano e dall’accoglienza della volontà divina, cooperatori nell’Incarnazione del Verbo di Dio.
Cristo nascendo non distrugge l’integrità verginale di Maria ma la consacra. Non distrugge neanche ma consacra il patto matrimoniale tra Giuseppe e Maria. Dio non si è servito di un grembo femminile. Ha coinvolto nel disegno salvifico una giovane coppia di sposi. Né Maria diventa madre in forza della sua natura femminile, né Giuseppe diventa padre in forza della sua mascolinità.
Essi diventano insieme genitori per grazia.

L’amore non si impone mai

È tipico dell’amore offrirsi, ma non imporsi. Per questo chi ama si presenta sempre in modo disarmante e disarmato. E proprio perché si dona, accetta di correre il rischio di essere rifiutato o addirittura ignorato. Nel suo colloquio con Nicodemo Gesù parla della luce che è venuta nel mondo: ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. È esattamente quello che abbiamo trovato all’inizio del Vangelo di Giovanni, nel prologo.
L’amore si propone alla libertà dell’uomo che decide se accoglierlo e no. L’altra faccia della libertà, però, è la responsabilità. La decisione dell’uomo non è priva di conseguenze. Proprio questo è il giudizio: entrare o escludersi dall’amore di Dio, accedere o rinunciare ai suoi doni. Il giudizio, quindi, non è tanto un’azione di Dio che si riserva di distribuire premi o castighi alla fine del mondo. È l’uomo stesso che orienta il giudizio nel presente, fin da quando accoglie o rifiuta Gesù.

La croce simbolo d’amore

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo, che avviene per scelta di quest’ultimo nella notte, si rivela colmo di luce per l’esistenza del discepolo. Orienta, infatti, il suo sguardo verso la croce e, attraverso di essa, gli rivela in modo del tutto inatteso l’amore di Dio che si è manifestato in Cristo Gesù.
«In modo del tutto inatteso», perché di per sé la croce evoca tutt’altro. Parla di dolore straziante, inflitto come castigo a chi ha avuto l’ardire di ribellarsi ai dominatori. Parla di crudeltà perché condanna ad una lenta e pubblica agonia. Parla, nel caso di Gesù, di una tremenda ingiustizia perché inflitta a chi aveva solo fatto del bene. Del resto anche il serpente di bronzo, eretto da Mosè, richiamava più il pericolo mortale che la guarigione offerta attraverso di esso. Ma allora, che cosa ha trasfigurato la croce al punto di farne un simbolo di salvezza? Solo l’amore, l’amore con cui Gesù l’ha abbracciata. Grazie ad esso noi scopriamo le reali intenzioni di Dio verso l’umanità: non vuole giudicarla e condannarla, ma salvarla perché la ama. È per amore che Gesù ha accettato di essere debole, di consegnarsi alle mani degli uomini, per mostrare di essere disposto a dare la vita per noi.
È per amore che sulle sue labbra non sono affiorate espressioni di astio o di vendetta, ma solo parole di misericordia e di perdono. È per amore che ha affrontato l’oscurità estrema della morte per sconfiggerla una volta per tutte. Tuttavia quante volte noi stessi abbiamo considerato tutto questo scontato! Quante volte la nostra vita si è di fatto allontanata da questa dichiarazione d’amore! Quante volte abbiamo preso come punti di riferimento non la croce, ma i nostri poveri criteri di saggezza umana! Quanto tempo abbiamo sprecato consacrando le nostre energie a obiettivi che non valevano!

La sorpresa di essere amati

C’è vergogna e amarezza quando si devono riconoscere i propri sbagli, soprattutto quando abbiamo sotto gli
occhi gli effetti devastanti del nostro comportamento. Perché è inutile nascondercelo: proviamo vivo il senso della nostra responsabilità e della nostra dissennatezza. Quale cumulo di sofferenza abbiamo provocato, quante rovine abbiamo causato! Tutto questo avrebbe potuto facilmente essere evitato se solo ci fossimo lasciati guidare da Dio, dalla sua parola! Il suo amore è più forte del peccato, dell’infedeltà, dell’ingratitudine degli uomini. È una scoperta imprevista, che induce a riprendere coraggio e fiducia.
Ma l’amore di Dio non dev’essere affatto dato per scontato. Anzi, secondo la logica umana è inspiegabile e paradossale. Dio avrebbe tutto il diritto di rompere una volta per tutte l’alleanza con noi popolo ingrato!
Perché non lo fa? Perché il suo amore è fedele, nonostante tutto, e si è legato all’umanità in modo indissolubile. Il pentimento per il male commesso, un’esperienza dolorosa, è sostenuto dalla certezza di essere accolti ancora una volta. La fiamma della nostalgia, che induce a tornare a Dio, viene alimentata costantemente dalla memoria: «Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo».

Un Gesù violento

Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio.

Non sembra che il gesto di quel giorno corrisponda ad un momento in cui il Messia ha perduto il controllo di se stesso. Anzi, sembra si tratti di un’azione decisa in tutta coscienza, con determinazione, con la consapevolezza del rischio a cui si esponeva. La violenza di Gesù ha una ragione: quello che è in causa è troppo importante per accettare compromessi. È in gioco il buon nome di Dio, la sua identità, la relazione autentica con lui. I traffici che avvengono nel tempio deturpano il luogo designato all’incontro con Dio, fanno credere che anche Dio, in fondo, sia in vendita e che basti qualche ricca offerta per ammansirlo e tirarlo dalla propria parte. Riducono il luogo dell’incontro ad una “bottega” in cui ognuno si serve a piacimento, secondo i suoi gusti, una sorta di supermarket del sacro legato alle bizzarrie, alle nevrosi, alle opinioni di ciascuno.

Mettere le mani su Dio o accettare di lasciarsi cambiare da lui?

Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio.

Quel giorno Gesù sapeva bene che avrebbe provocato un terribile trambusto. E che prima o poi gliel’avrebbero fatta pagare. Eppure non ha rinunciato a intervenire con forza e determinazione. Nel quadro previsto dal culto, la presenza nel tempio di commercianti di animali e di cambiamonete era del tutto giustificata. A Dio non si poteva offrire in sacrificio che un animale perfetto e quindi il fedele ebreo non se lo poteva portare da casa, col rischio che si azzoppasse per strada. Donare al tempio una moneta pagana, che recava in sé l’effigie dell’imperatore o quella di una qualche divinità, appariva un vero e proprio abominio. Allora perché Gesù se la prende tanto con le persone che risultavano funzionali alla liturgia? Perché con la loro attività danno vita a un terribile equivoco, che costituisce un vero oltraggio al buon nome di Dio.
In effetti fanno credere che Dio sia in vendita e che con offerte generose e cospicui sacrifici lo si possa in qualche modo comprare. La loro invadenza, poi, il loro modo di richiamare i possibili acquirenti, riduce la «casa di Dio» a un «mercato». Gesù non è un ingenuo e non approva questa strana alleanza tra l’altare e il denaro, che finisce per sporcare l’immagine di Dio.
Se è vero che la “macchina” del tempio ha bisogno di soldi per funzionare, è altrettanto vero che non si può far credere che l’alleanza con Dio e i riti che la esprimono siano alla mercé di chi può spendere. Ma Gesù quel giorno non ha solo liberato il luogo sacro da animali e da bilancini per pesare le monete, egli ha spazzato via dalle nostre esistenze tutto ciò che può inquinare il rapporto con Dio: la nostra pretesa di ridurre la preghiera e i diversi riti che l’accompagnano ad una transazione commerciale che apre un credito nei confronti di Dio; l’illusione di basare il nostro rapporto con lui su alcune prestazioni che ci danno diritto ad un trattamento di favore; la possibilità di mettere le mani su di lui, di piegarlo alla nostra volontà, se non altro attraverso la nostra insistenza. Dio, invece, è libero e il suo amore è del tutto gratuito. Non solo: con Gesù ogni costruzione sacra decade dal suo ruolo.
Il vero tempio di Dio, infatti, è lui. L’unico altare è la croce. E lui è, contemporaneamente, il sacerdote e la vittima perché offre se stesso per la salvezza dell’umanità. Chi vuole dunque entrare in comunione con lui ha una sola strada da percorrere: vivere
secondo il Vangelo di Gesù, offrire se stesso nella liturgia quotidiana dell’esistenza.

Figli nel Figlio…

Nella trasfigurazione traspare quel mistero di pienezza di vita che Gesù possiede, una pienezza di vita determinata dal suo legame col Padre, la fonte della vita. Questo è il mistero di Gesù. In ogni uomo, in realtà c’è un mistero: quel che vediamo con gli occhi della carne è sempre e solo la superficie.
Bisogna imparare a cogliere la profondità dell’uomo con gli occhi della fede. E sono questi occhi a scoprire che anche la nostra vita vive un’eguale comunione con Dio, la fonte della vita. Anche noi siamo figli e come tali “prediletti” dal padre.
La vita divina che il Padre ci comunica trova in noi l’ostacolo del peccato. Dio comunica attraverso il suo Spirito questa pienezza di vita, ma il peccato interrompe la comunicazione; noi viviamo una vita dimezzata. La trasfigurazione ci rivela in Gesù ciò che noi possiamo essere, ciò che siamo chiamati ad essere se ci manteniamo uniti a Dio, la fonte della vita. Alla fine saremo anche noi luminosi, anche noi avremo una pienezza di vita come Gesù. Ma il cammino è ancora lungo e impegnativo, tutto il percorso che i discepoli faranno fino alla Pasqua non è altro che un’immagine del cammino che l’umanità deve ancora percorrere per raggiungere la pienezza della salvezza. Basta discendere dal monte della trasfigurazione per rendersene conto.

Perché la nostra vita è così debole ed oscura, il nostro volto non è luminoso come il tuo, non siamo ancora capaci di annunciare la risurrezione, anzi, neppure comprenderla? La risposta è sempre la stessa, semplice e diretta, la risposta che spiega perché non accogliamo la pienezza di vita che il Padre ci dona e non lasciamo che traspaia al di fuori di noi.
Perché nonostante il ripetuto annuncio che Gesù ci fa del nostro essere figli del Padre questa figliolanza non porta a piena maturazione i suoi frutti.