S. Stefano

Dopo avere contemplato nel mistero del Natale il Verbo che si è fatto carne per rivelarci il vero volto di Dio e renderci partecipi della stessa vita divina, il giorno seguente la liturgia ci invita a rallegrarci per la nascita al cielo del suo primo martire secondo il Vangelo, il diacono Stefano. Egli appartiene a quella immensa schiera di testimoni che giunge fino ai nostri giorni.

Nel racconto del suo martirio ritroviamo tutto ciò che Gesù aveva predetto: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo”. Il Maestro aveva parlato chiaro e aveva dipinto ai suoi un quadro netto di ciò che si dovevano aspettare: denuncia ai tribunali giudaici e pagani, condanne alla tortura e alla pena capitale, tradimenti da parte dei familiari, odio generalizzato e feroci persecuzioni.

Con questa festa abbiamo l’occasione di constatare come in lui si realizzi in pieno la parola di Gesù: la persecuzione è occasione di testimonianza. Il libro degli Atti mostra con chiarezza come Stefano assuma nella morte gli stessi sentimenti del Crocifisso e ripeta perfino le stesse sue parole: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato” .

È così anche per la nostra testimonianza. Certamente essere testimoni della Parola che si fa carne significa condividerne la debolezza nella logica di una morte che dona la vita. Ma ciò che deve trasparire dalla nostra testimonianza è lo stesso sguardo di Stefano, uno sguardo che indica la meta della nostra vita, la comunione con il Signore Gesù, e che si trasforma in quella compassione che strappa il cuore dell’uomo alle tenebre del peccato.

Buon Natale!

Il Natale torna in mezzo a noi, e torna come un giorno amico degli uomini. Ed è bene che torni perché abbiamo bisogno di giorni che siano amici degli uomini, amici della vita. Sì abbiamo bisogno di giorni più sereni, che siano di vera rinascita della vita. Abbiamo bisogno del giorno del Natale perché il buio dei nostri giorni sia illuminato da quella luce che rischiarò la notte dei pastori. Non sempre i giorni passati ci sono stati amici. Penso a tutto ciò che abbiamo attraversato e ancora oggi con questa Pandemia. Alle persone che ci hanno lasciato, ai loro familiari colpiti dal lutto e che ancora piangono nel dolore del distacco, alle persone che hanno avuto bisogno di cure per la loro “positività” e per tutti coloro che sono segnati dal timore, dalla preoccupazione dell’ora presente e dalle minacce possibili, per la salute, per gli affetti e per il lavoro. Ricordiamole e ricordiamoci tutti insieme nelle Messe di Natale. Sono giorni ancora difficili.

In questo Natale vogliamo rivolgere a Dio una particolare preghiera perché possiamo superare questo momento e guardare con maggiore serenità il futuro. Abbiamo bisogno che il Natale torni. Viene l’angelo e ancora una volta ci ha annunciato che Dio ha mandato il suo Figlio sulla terra. Sì, il Signore, che veglia su di noi, si è commosso nel vedere la debolezza nella quale viviamo e non ha esitato a chiedere al suo Figlio di lasciare il Paradiso per venire sulla terra. È questo il senso profondo del Natale: Dio che si commuove di amore per noi al punto di preferire una stalla al Paradiso. Fermiamoci un momento a considerare questo evento. Aveva ragione l’antico canto dell’Adeste fideles, ossia “Fermatevi genti”, guardate questo mistero. Dio che per amore dell’uomo, pur di starci vicino, lascia il cielo e viene in una stalla. Quello che è ancor più straordinario, quel che è davvero misterioso, è la grandezza di questo amore. Dio si è fatto mendicante di amore per toccarci il cuore. E sa bene che se non lo accogliamo i nostri giorni saranno amari e tristi. Perché c’è una solitudine amara in tanti cuori? Perché abbiamo chiuso la porta del cuore all’amore che è venuto a cercarci. E se nei cuori non c’è l’amore, c’è la violenza e la cattiveria. Ma ecco Natale. E noi, di fronte all’annuncio che ci viene fatto di un Dio che si fa bambino, ci diciamo l’un l’altro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Sì, andiamo sino a Betlemme! Andiamo fino a Betlemme e abbiamo fatto nelle nostre case il presepe. Andiamo fino a Betlemme e veniamo ogni domenica alla messa, perché ogni domenica è Natale, ogni altare è la mangiatoia. Non dimentichiamolo.

Infatti, sull’altare, vediamo la stessa cosa che videro i pastori: essi videro un bambino avvolto in fasce, noi vediamo quello stesso bambino avvolto nel pane e nel vino. E come i pastori anche noi ci inchiniamo e veneriamo il nostro Salvatore. E i nostri giorni saranno benedetti. E sentiremo anche noi la gioia che provarono loro. C’è una gioia del Natale. Cos’è questa gioia? È  il sentimento profondo che non siamo più abbandonati, che c’è qualcuno, il Signore, che ci ama a tal punto da lasciare il cielo e venirci accanto. È la libertà di non essere più schiavi di noi stessi, di non pensare che se sbagliamo è finita. L’amore di Dio è molto più grande del nostro peccato, molto più forte delle nostre debolezze. Sì, la gioia del Natale è sapere di essere amati, e per sempre. Lo compresero bene quei pastori. Per questo se ne partirono da quella stalla pieni di gioia. Sapevano di aver trovato in quel Bambino l’amore, l’amore di un Dio che non ha esitato a scendere tra gli uomini e che per facilitare l’incontro non ha scelto di essere un uomo potente ma un bambino. Chi ha paura di un bambino? Ecco Dio si è fatto piccolo perché noi divenissimo grandi nell’amore. “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”

Amiamoci gli uni gli altri: il Natale è tutto qui, accogliere nel cuore l’amore di Dio e cercare di viverlo ogni giorno.

Le S. Messe di Natale

Quest’anno le S. Messe di Natale saranno un momento di massima attenzione alla sicurezza per il fatto di essere solitamente molto frequentate. Ricordiamo che la nostra chiesa dovrà continuare a mettere a disposizione solo 54 posti. Per partecipare alla Messa sarà necessario essere muniti di autocertificazione. Restano in vigore la misurazione della temperatura e l’igienizzazione delle mani. Vi chiediamo di collaborare e seguire le indicazioni del volontari riguardo all’assegnazione dei posti.

Per la Vigilia

ore 18.00 S. Messa Solenne Natale vespertina della vigilia
ore 20.30 S. Messa Solenne Natale della Notte

Per il Natale del Signore

ore 08.30 S. Messa Solenne Natale dell’aurora
ore 09.30 S. Messa Solenne Natale del giorno
ore 10.30 S. Messa Solenne Natale del giorno

I personaggi dell’Avvento

Un gigante della fede

Un’altra figura caratterizzante l’Avvento è Giuseppe, l’uomo “giusto” che è sposo di Maria e accetta un progetto divino più grande di lui, accogliendo e prendendosi cura di un figlio non suo. Disegno che fa suo nel silenzio, con fede e disponibilità incondizionate.

Giuseppe è il grande silente, l’uomo che riflette e agisce, l’adulto che valuta e discerne, che risolve e interviene. La sua presenza, apparentemente defilata, è essenziale per la formazione della personalità e del carattere di suo figlio Gesù. Giuseppe, annota Matteo, scopre che la sua futura sposa è incinta per opera dello Spirito Santo. Ma questa notizia la sappiamo noi che leggiamo, non certo il povero Giuseppe che si vede crollare il mondo addosso ed è l’unico a sapere che quel figlio non gli appartiene. Che fare? È un uomo giusto, che non giudica secondo le apparenze anche se, in questo caso, le apparenze gli sono del tutto sfavorevoli. Dopo questa scelta così impegnativa, che ridefinisce i suoi progetti e le sue priorità, che mette in discussione la sua vita affettiva, Giuseppe prende sonno e sogna. Un angelo lo rassicura. Solo dopo avere compiuto delle scelte che ci orientano verso Dio possiamo leggere il disegno che egli sta realizzando nelle nostre vite. L’intento del racconto evangelico non è quello di narrare la vita coniugale di Maria e di Giuseppe, ma di raccontare il modo con cui Giuseppe il giusto ha di affrontare l’inaudito di Dio.

Discorso della Montagna: la Luce del mondo

La luce del mondo nella tradizione giudaica era rappresentata dal popolo santo di Dio («ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni») e dalla città di Gerusalemme («Gerusalemme… risplendente della gloria di Dio»). Ora, dice Gesù, questa luce si trova soprattutto nella vita di chi crede in Lui. La luce di cui parla Gesù è quella della verità, la Parola che può dare un senso all’esistenza e far diradare le tenebre dell’angoscia in questi nostri tempi disperati. Questa luce, dice Gesù, risplende nelle opere buone e belle. Ma nelle parole del Gesù di Matteo potrebbe esserci anche un senso ironico e forse soprattutto politico, se il lettore ideale a cui l’evangelista si rivolge avesse saputo che per Cicerone la «luce del mondo intero» era Roma .

Nonostante le nostre povertà di peccatori, grazie a Dio la Chiesa non smette mai di mostrare il lato più bello della propria esperienza, il volto della sua carità. Ogni volta che ciò è mostrato e “visto”, la gloria è resa a Dio.

Voi siete la luce del mondo, siete chiamati a brillare, a far luce a quelli che sono nella casa. Non si può mettere la sorgente di luce sotto il letto o sotto il moggio, una misura, un recipiente che serviva per misurare il grano, che normalmente veniva tenuto capovolto. Se il lucerniere viene posto sotto questo recipiente non fa più luce, diventava una realtà assolutamente inutile, come il sale che non ha più il potere di salare. Il compito della luce è quello di illuminare e voi come potete illuminare? perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. È necessario che il mondo veda la vita dei discepoli e dalle opere riconosca la presenza del Padre. I cristiani sono coloro che hanno gustato la salvezza e, alla luce di Cristo, hanno compreso il senso della vita: per questo ne diventano i naturali portatori e trasmettitori. La Chiesa, dunque, non giudica e non conquista il mondo; lo serve per salvarlo. Gesù sta pensando a qualcosa di completamente diverso dall’esibizionismo, non dice: fatevi vedere. Poco dopo, infatti, dirà: non fatevi vedere nelle vostre opere buone, non esibite l’elemosina, la preghiera, il digiuno, nascondetevi, fatelo e non ditelo a nessuno; il Padre vostro vede nel segreto. Come fanno allora a vedere le opere buone se le fanno in segreto? Vedono la vita, si percepisce, eccome si percepisce. L’ostentazione dà fastidio, chi mostra le proprie opere in modo evidente non avvicina, ma allontana. La luce è discreta, una luce eccessiva dà fastidio, abbaglia, impedisce la visione, acceca addirittura la vista. Quando c’è troppa luce gli occhi patiscono, la luce illumina ed è come se non ci fosse, rende possibile tutti gli oggetti, li rende visibili senza essere urtante.

L’albero di Natale

Faccio i complimenti a coloro che hanno allestito quest’anno l’Albero di Natale. Posto lungo la strada, davanti alla Chiesa, dove vi è un continuo via vai di macchine, di biciclette, di pedoni. Sta davanti a tutti a simboleggiare la figura di Gesù, il Salvatore che ha sconfitto le tenebre del peccato; per questo motivo è tutto adornato di luci. In più ha anche il Presepio che ricorda la vera natura umana assunta dal Verbo con tanta umiltà.

E i personaggi propri di questo evento che ci richiamano al giusto atteggiamento da assumere per vivere il Natale

Il Presepio: segno caratteristico del tempo natalizio

Anche quest’anno è stato allestito nella nostra Chiesa da un gruppo di volontari che ringrazio. Con la loro arte hanno rappresentato la bellezza del mistero del Dio che si fa uomo e ha posto la sua tenda in mezzo a noi e nello stesso tempo, hanno evidenziato il messaggio di questo anno pastorale scelto per la nostra Comunità Parrocchiale.

Infatti in questo bellissimo presepio ho intravisto il nostro cammino segnato dalla geografia della Salvezza: i Monti. Nel punto più basso, ci sono le montagne dei Pagani (i Magi) con le loro divinità. Però, questi personaggi misteriosi, hanno il coraggio di lasciarli e mettersi in viaggio alla ricerca del vero Monte. Strada facendo e salendo, ci si imbatte nei due Monti dell’Antico Testamento (il Sinai e Sion) preludio del Monte più Alto, dove è posta una stalla, e lì si troverà il Figlio di Dio.

La nostra comunità cristiana è pronta a lasciare tutti gli idoli per incamminarsi sui Monti di Dio e così arrivare a Gesù. Tutto questo sotto il vigile sguardo di un Angelo che ci annuncia e ci indica la giusta via.

I personaggi dell’Avvento

L’anziana coppia sterile

L’ambiente in cui sono cresciuti Zaccaria ed Elisabetta è tutto legato al Primo Testamento. Zaccaria è levita della classe di Abia e sua moglie è una discendente di Aronne. Ma la cosa essenziale, al di là dei ruoli, è la condizione in cui si trova la coppia: essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

Una doppia condanna, nella mentalità del tempo: la sterilità cui si aggiunge l’età avanzata. Poiché i figli erano segno della Benedizione del Signore, non averne significava essere ignorati da Dio. O, peggio, maledetti. In una sequenza già nota a chi medita la Scrittura, Dio ascolta il grido del povero che invoca, rallegrando con un figlio il cuore della sterile come già fece con Anna, la madre del profeta Samuele. Zaccaria nel luogo più inaccessibile del tempio, luogo sacro e intangibile, si trova davanti all’ultima, definitiva annunciazione rivolta da Dio al popolo d’Israele. Da qui in poi sarà Dio stesso a venire, a manifestarsi direttamente in Cristo. La reazione dell’anziano Zaccaria davanti all’angelo che gli appare accanto all’altare degli incensi, è scontata: turbamento e timore. La risposta dell’angelo Gabriele è piuttosto stizzita e il povero, tentennante levita viene punito con il mutismo. Nel momento della circoncisione Elisabetta manifesta tutta la sua statura interiore: vuole che il bambino venga chiamato col nome indicato dall’angelo. Elisabetta prende in mano la sua vita, esce dalla condizione di vergogna per richiamare tutti al primato di Dio.

Anzitutto la costanza della coppia che non abbandona il percorso della fede nonostante le delusioni del loro sogno di paternità e maternità e il giudizio delle persone. Zaccaria poi ci insegna a dare spazio al silenzio in questo Avvento. Siamo attorniati e travolti da mille parole, da mille stimoli, da mille rumori. Avvento è anche tempo di silenziare le troppe voci intorno a noi, di ingravidare e far crescere in noi la Parola, di dare il primato alle cose di Dio che svelano e illuminano la quotidianità. Anche la fede deve passare dall’antico al nuovo, dal passato al futuro, dall’abitudine alla passione, dal sacro al santo, dal timore allo stupore. Non importa se siamo avanti con gli anni anagrafici o di anima, non importa se siamo discepoli da tanto tempo e ci siamo abituati all’essere cristiani. Elisabetta e Zaccaria hanno saputo accogliere la novità dell’iniziativa di Dio, generando il profeta che ha scosso i cuori, arandoli, preparandoli alla semina della Parola definitiva del Padre.

Discorso della Montagna: Sale della terra

Matteo parte da questa idea fondamentale: i discepoli si accostano a Gesù e, uniti a lui, diventano come lui. È la vita di Gesù, la vita nuova che vive nei discepoli: voi siete il sale della terra, voi siete coloro che possono dare sapore al mondo. L‟immagine del sale evoca immediatamente l’idea del gusto e del sapore. Così il sale diventa anche simbolo di sapienza, intesa come capacità di gustare la vita avendo il senso di Dio. Il sale, lo sappiamo bene, va dosato in giusta misura, quanto basta, ma non tanto. Con tutti gli ingredienti che si possono mettere in una pietanza il sale ci vuole perché senza di esso è tutto insipido, ma troppo rovina. Questo è un paragone interessante, è un paragone di modestia. I discepoli non sono chiamati a trasformare il mondo in una saliera, ma a dare gusto a tutte le pietanze, loro compito è valorizzare e salvare.
Gesù avrebbe potuto scegliere qualunque altro esempio, ha scelto questo paragone perché aveva un messaggio da comunicare; in piccola dose il sale dà gusto e si scioglie, sparisce e rende saporito sia il pomodoro sia la bistecca. La comunità dei discepoli, dunque, ha il compito di dare sapore al mondo. I cristiani sono coloro che possono offrire all’umanità l’autentico gusto della vita, per guidarla ad assaporare l’incontro con il Dio padre e amico, per vincere le resistenze del male e attualizzare la salvezza. Non è però il compito dello zucchero, bensì quello del sale; non servite per addolcire, ma per dare sapore. Un’altra indicazione dei padri della Chiesa sul sale nasce proprio dal modo antico che avevano di conservare molti alimenti, quello di metterli sotto sale. Non avendo il frigorifero o altri metodi di conservazione dei cibi, per farli durare a lungo li mettevano in conserva con il sale; proprio per questo motivo il sale acquista anche il
valore simbolico di salvezza. Ricordo una predica di san Giovanni Crisostomo che a proposito degli apostoli dice: se la carne fosse già marcia il sale non la fa tornare buona. La carne deve essere buona, fresca e, messa sotto sale, si conserva. Gli apostoli, quindi, non danno la salvezza, non curano ciò che è marcio, ma conservano ciò che è buono. La salvezza viene dal Cristo e gli apostoli custodiscono l’opera del Cristo; l’opera del sale è proprio quella di custodire il cibo.
È compito del cristiano, della comunità cristiana, conservare l’opera del Cristo.

Il personaggio dell’Avvento

Il figlio dello Stupore: Giovanni

Il battezzatore, il profeta austero dalla parola di fuoco come Elia, che richiama tutti alla conversione. E che sperimenta, come noi, i dubbi della fede. Nel cammino di Avvento si incontrano una serie di personaggi biblici che, con il loro atteggiamento, ci possono aiutare a preparare il grande evento del Natale. Fra questi c’è il figlio dello stupore, il profeta  Giovanni “il battezzatore”.

Quante sollecitazioni ci propone Giovanni! Quanto possiamo imparare dalla sua storia potente e drammatica! Ma anche essenziale e spirituale …

– Il Battista, con la sua esistenza, proclama il primato di Dio sulla storia, richiama tutti a uscire da uno stile di vita di fede ripetuto in modo meccanico e immobilista per incontrare l’inaudito di Dio. Persone ragguardevoli e devote come i farisei sono duramente criticate perché la loro grande fede è rovinata da un ritualismo e da un moralismo esasperati. Giovanni li scuote. Ma lo fa anche per noi: siamo chiamati a interrogarci continuamente sul rischio dell’abitudine alla fede.  Anche la più autentica devozione rischia di sconfinare nell’esteriorità, svuotando la fede dall’incontro con Dio.

Giovanni è onesto: lui non è il Cristo. Potrebbe pensarlo: gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristo). Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza. Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità e non mortificazione, possiamo diventare liberi per accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca. Solo entrando nel profondo di noi stessi possiamo trovare la nostra vera identità in Dio.

– Chi sei, allora? Chi siamo, allora? La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei ciò che conti, sei quanto urli. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che mai siamo ciò che possediamo o facciamo. Giovanni ha pensato e ha capito, l’attesa spasmodica di un Messia ha creato dentro di lui uno spazio che saprà riconoscerlo e riconoscersi. Dio ci svela cosa siamo in profondità.

Infine, al Giovanni dubbioso (consolante che il più grande fra i credenti lo sia stato!) Gesù offre una strada: elenca i segni messianici profetizzati da Isaia e dice a suo cugino: “Guardati intorno, Giovanni”. Guardiamoci intorno e riconosciamo i segni della presenza di Dio: quanti amici hanno incontrato Dio, gente disperata che ha convertito il proprio cuore, persone sfregiate dal dolore che hanno imparato a perdonare, fratelli accecati dall’invidia o dalla cupidigia che hanno messo le ali e ora sono diventati gioia e bene e amore quotidiano, crocefisso, donato.  Guarda, Giovanni, guarda i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia.