Pasqua di risurrezione

Tanti modi per dire Pasqua

Quando noi confessiamo Cristo risorto non diciamo semplicemente che la sua tomba fu trovata vuota, ma che Egli vive per darci la vita. Quando ogni prova si trasforma in grazia, ogni tristezza e sofferenza in gioia, ogni peccato in perdono, quando ci liberiamo da ogni schiavitù e passiamo anche noi dalla morte alla vita, è la Pasqua di risurrezione.

Ecco il giorno che ha fatto il Signore! Rallegriamoci

È il grido di gioia della Pasqua. È il grido di gioia della nostra comunità cristiana che insieme ha percorso il cammino quaresimale per ora esultare all’unisono in questo giorno. È il giorno della speranza.
Se nella vita odierna si sono rimpicciolite le speranze tanto da ridursi di giorno in giorno di fronte alla pandemia, ora è il momento di rinvigorire il nostro cuore, il nostro coraggio, le nostre passioni.
È l’annuncio di un Dio vivo e vicino, che ci chiama ad una profonda comunione con Lui e di conseguenza ci apre ad una speranza certa. Che cosa significa per la nostra comunità cristiana celebrare insieme la Pasqua del Signore, quali conseguenze?
La vita umana, dono prezioso di Dio, è sana e inviolabile. Sì, questa vita è, nonostante il travaglio dell’ora presente, nonostante i suoi lati oscuri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno di essere cantato in gaudio e in gloria. Ritorniamo a correre, se non troppo lontano perché limitati dalle attuali restrizioni, almeno con il cuore, con la mente e con l’animo. Chi crede non può non sentire su di sé il peso della sofferenza, dei dolori, delle incertezze, delle paure, ma in lui prevale la forza dell’annuncio pasquale. Oggi la nostra comunità parrocchiale si apre all’annuncio del Risorto, perché nel nostro paese rifiorisca la speranza, la gioia, la comprensione, la condivisione.
O Padre, tu che sei il Padre della vita, donaci di vivere la gioia profonda della Risurrezione, di nutrirci di quella speranza che cambia il nostro modo di guardare fin da ora la nostra esistenza e il nostro modo di guardare e valutare la storia dell’umanità.
Maria, Madre di Gesù, che per prima hai visto tuo Figlio risorto, fa di noi dei testimoni della gioia e della speranza. È il mio augurio a tutti voi.

Ascensione del Signore

Per 40 giorni il Risorto ha accompagnato, mediante le apparizioni, il cammino della comunità dei suoi discepoli, nella piena comprensione del suo mistero pasquale. Terminati i 40 giorni è giunto il momento per Gesù, il glorificato, di assumere in pienezza la nuova modalità di presenza e di azione, al modo di Dio. L’Ascensione non è l’allontanamento e l’inizio dell’assenza di Gesù da questo mondo ma, al contrario, l’azione di una presenza più intima e più diffusa: quella che realizza mediante le comunità cristiane. “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro …”.

Dentro questo invito c’è un chiaro avvertimento perché non ci lasciamo tentare di viverlo come uno sforzo personale.

Il verbo caratteristico di questo evento è: “andate”. “Andare” significa “vivere con”, calarsi nelle varie situazioni, abbandonare i ripari rassicuranti, smetterla  di “stare tra noi”, frequentare i luoghi dell’assenza, rischiando una parola insolita, tentando di seminare germi di inquietudine, risvegliare un’attesa, mettere dentro la nostalgia di qualcos’altro. Oggi i discepoli vengono assunti come collaboratori e come prolungamento della missione di Gesù stesso. La comunità cristiana è chiamata, così, ad essere la Corporeità del Signore Gesù: il luogo dove egli si esprime, comunica e agisce. Non è la buona volontà di alcuni, ma la consapevolezza di aver ricevuti un mandato, di obbedire ad un ordine. Siamo mandati ad essere “Cristo” lungo le nostre strade, le strade di questo mondo. Viviamo in una situazione in cui non siamo chiamati a portare il primo annuncio, ma a risvegliare l’entusiasmo, la consapevolezza di un messaggio e di una persona già arrivata, ma per varie, tante e complesse circostanze, non compreso nel suo pieno significato. Lavoriamo con coraggio, entusiasmo e nella piena consapevolezza della presenza di Colui che è la ragione del nostro essere, esistere ed operare.

Don Giuseppe

S. Messa ore 10.30 in streaming

VI Domenica di Pasqua

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Santa Messa ore 10.30 in diretta streaming

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La consolazione

La consolazione, quella vera, è qualcosa di cui sperimentiamo la necessità allorché ci troviamo in situazioni particolari e talvolta drammatiche, quando il dolore bussa alla nostra porta, anzi entra di prepotenza, senza fare troppi complimenti. Una beatitudine evangelica suona così: “Beati quelli che sono nel pianto perché essi saranno consolati” (Mt 5,4). Gesù, durante il pasto d’addio, assicura: “Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Consolatore (lett: Paraclito) perché rimanga con voi per sempre …”.

Gesù ha fatto delle esperienze mentre stava sulla terra. Ha osservato, si è reso conto, ha provato direttamente. Ora, il primo dato ricavato da tale esperienza è questo: l’uomo non può vivere senza un consolatore. Cristo si mostra preoccupato per il futuro dei propri amici. Non vuole che soffrano la solitudine, si sentano abbandonati, si dibattano nello sconforto. Perciò, dopo essere rimasto in mezzo a noi assicurando la sua presenza “di consolazione”, promette che, non appena farà ritorno al Padre, gli presenterà la lista delle cose più urgenti di cui abbiamo bisogno. Sarà una specie di “rapporto” (rapporto sulle nostre povertà), e verrà stilato non sulla base delle nostre richieste (di certe necessità non ci rendiamo neppure conto), ma verrà ricavato dalla sua esperienza personale. “Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal 69,21). Con la sua preghiera, Cristo intende risparmiarci questa prova, che ai suoi occhi appare disumana. Non può, ovviamente, dispensarci dalla sofferenza, dalla croce. Ma chiede al Padre che l’esperienza amara del dolore sia sempre accompagnata dall’esperienza della consolazione. Comunque, secondo Gesù, risulta impossibile vivere sulla terra senza una presenza consolatrice. Morire nella fede è facile e difficile al tempo stesso. Ma morire nell’abbandono è atroce. Consolazione, dunque, come espressione di speranza, come antidoto contro la disperazione, lo sconforto, lo smarrimento.

Stabiliamo un principio basilare: è in grado di consolare gli altri solo chi, essendo stato provato, ha avvertito il bisogno della consolazione e l’ha avuta. Paolo riferisce la propria esperienza personale in proposito: “Sia benedetto … Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo stati consolati da Dio” (2Cor 1,3-4). Da ciò deriva, per noi, una considerazione sul modo di recare conforto, sullo stile della consolazione, che non è semplicemente questione di parole. Spesso le parole di consolazione appaiono banali, scontate, perfino fastidiose, come quelle degli amici di Giobbe: “Ne ho udite già molte di simile cose! Siete tutti consolatori molesti. Non avran termine le parole campate in aria? … Anch’io sarei capace di parlare come voi, se voi foste al mio posto: vi affogherei con parole” (Gb 16,2-4).

La consolazione è, essenzialmente, una presenza partecipe, discreta, rispettosa. Fatta di silenzio, più che di parole. E se proprio parole ci devono essere, bisogna che queste rivelino, oltre che il coinvolgimento diretto della persona, anche la sua esperienza diretta del dolore, della prova e relativo strazio, turbamento. La consolazione è una presenza che rompe il nostro isolamento, va ad abitare nella solitudine dei fratelli per trasformarla in un luogo di comunione, fa emergere dal vuoto la forza di Dio. Le prove, le sofferenze, gli incidenti di percorso indeboliscono, fiaccano la resistenza, paralizzano, bloccano. Consolare è qualcosa più che lenire un dolore. In linguaggio biblico, consolare significa riabilitare, ricostruire, raddrizzare nella fede, rimettere in piedi, incoraggiare (ossia, ridare cuore). Il linguaggio dell’amore è un linguaggio che conforta, non che abbatte.

Dove arriva la consolazione, deve tirare aria di vita.

Il Vangelo inscritto nei nostri cuori

Ma lo Spirito Santo fa vivere in noi la vita vissuta da Gesù in un unico modo: inscrivendo il Vangelo di Cristo nei nostri cuori. Cristo non ha lasciato scritto su carta nessun Vangelo perché lo ha iscritto nel cuore dei discepoli, vivendolo con loro e insegnandolo loro. Di questo Vangelo, gli evangelisti hanno messo per iscritto solo alcune cose, mentre molte altre sono rimaste affidate semplicemente al cuore degli uomini e delle donne di tutti i tempi. Lo Spirito Santo, infatti, non ha mai cessato nella storia, e ancora oggi continua, di inscrivere il Vangelo, che è la vita di Cristo, nel cuore dell’umanità. L’opera dello Spirito è prendere da quel che è di Cristo, cioè dalla sua vita, e insegnarcelo, farcene capire il senso, per guidarci alla verità tutta intera. Lo Spirito Santo è, come dice sant’Agostino, il “maestro interiore”. Sì, maestro in noi della vita di Cristo! Vi è allora un Vangelo mai diventato Scrittura ma che è Vangelo di salvezza tanto quanto lo sono quelli scritti: è il Vangelo che lo Spirito Santo, dal giorno di Pentecoste fino alla fine dei tempi, ha scritto e scriverà nei cuori dei cristiani come nei cuori di tutti i giusti e le giuste della terra. Vivere il tempo pasquale e la sua pienezza, che è la grande festa della Pentecoste, significa credere che il Vangelo non sarà mai concluso, perché è una realtà viva che lo Spirito Santo sta scrivendo, anche in questo momento, nella vita e con la vita di uomini e di donne. Celebrare la Pasqua significa allora confessare che anche oggi lo Spirito Santo sta scrivendo pagine di un Vangelo che vive nella vita delle persone, nei loro gesti, nelle loro scelte, nelle loro umili vicende quotidiane. Nelle situazioni spesso vissute e portate con coraggio, dedizione, sacrificio di sé anche per una vita intera e di cui la storia del mondo di certo non parlerà mai. Pagine vive di Vangelo che noi credenti dovremmo saper discernere nell’opacità dei giorni, nelle pieghe della storia. Pagine vive da leggere, meditare, contemplare e anche pregare come facciamo con le pagine dei Vangeli. Là dove questo avviene, lo Spirito Santo continua a iscrivere il Vangelo nella carne viva di uomini e di donne, anche di quelli che, forse, neppure sanno che uno Spirito Santo esista. Ecco in cosa consiste la spiritualità pasquale: ogni giorno sarà Pasqua fino a quando, per opera dello Spirito Santo, qualcuno vivrà ancora la vita vissuta da Gesù.

Don Giuseppe

3 maggio – Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

L’immagine scelta è estremamente ricca di riferimenti biblici nascosti nella scena. Il motivo principale è l’annuncio che il «meglio della vita» è Gesù, raffigurato al centro e riconoscibile per due ‘indizi’: l’abito rosso rivestito di blu, colori tipici dell’iconografia per indicare la duplice natura umana e divina di Cristo e la sciarpa con tre righe orizzontali che vuole ‘simboleggiare’ il mantello della preghiera del quale è sufficiente toccare un lembo per essere guariti (Mt 9,20; Mt 14,36).

Appena dopo l’incontro con Gesù i due giovani intuiscono la promessa del loro futuro – la loro vocazione, il meglio di loro stessi – raffigurata dalle loro stesse ombre che, proiettate in avanti, danzano la vita. La felicità, la fecondità, la vocazione è sempre in movimento, in avanti, ‘per’ qualcuno.I due guardano Gesù, forse ancora non lo hanno riconosciuto, ma sono accesi di quella promessa che avvince senza costringere, sempre lascia spazio alla libertà nella sequela (Lc 18,27). All’alba (Mt 20,1; Mt 28,1; Gv 21,4) dell’incontro, il Risorto è già un passo oltre, sempre in cammino.

Il dipinto è ricco di segni che ricordano coloro che dopo l’incontro con il Signore, hanno riconosciuto la loro vocazione: sullo sfondo la casa di Zaccheo con accanto il sicomoro (Lc 19,1-10) e lì accanto la punta della barca di Simone ed Andrea (Mc 1,16); poco più avanti la brocca dimenticata dalla Samaritana (Gv 4,28) e il fuoco di brace ancora acceso dopo il pranzo di pesce arrostito consumato con il Risorto (Lc 24,36-42; Gv 21,1-9). Ancora, sulla sinistra, le monete lasciate da Matteo (Mt 9,9; Lc 5,27) e ai piedi di Gesù, il vaso di nardo, di cui ancora sentiamo il profumo, insieme al Vangelo (Gv 12,3; Mc 14,1.9).

Sulla sinistra alcuni alberi che iniziano a germogliare (Is 61,11) perché c’è un motivo per cui alzarsi (Ct 2,10) e decidersi a spendere la vita: c’è un inverno che sta finendo e qualcosa di nuovo che sorge (Is 43,19) e si impone come la scelta da fare, la via da prendere, qualcuno per cui spendere tutta la propria vita.