Un’offerta sofferta

Cristo – stando al testo della Lettera agli Ebrei – lascia intravedere la possibilità di fare del nostro dolore un’offerta: un’offerta sofferta. Certo, la liturgia della sofferenza non è come quella convenzionale, coi riti e le formule fissate in antecedenza. È una liturgia improvvisata, per la quale ci troviamo sempre impreparati; non segue regole fisse, e le parole non si possono imparare prima.
Sovente siamo costretti a fare ciò che non vogliamo. Ma c’è pure un aspetto pedagogico nella sofferenza.
Il Figlio, infatti, “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”. L’obbedienza non si impara sui trattati o attraverso le prediche. Molte materie, molte scienze umane e religiose, si possono imparare frequentando dei corsi.
Che cosa sia l’obbedienza lo si capisce soltanto attraverso la pedagogia, l’esperienza insostituibile del dolore, dell’abbandono, del negativo, e adottando lo stesso atteggiamento di Cristo nei confronti della croce. Obbedire a Dio non significa semplicemente piegarsi alla sua volontà. Ma essere docili nell’amore. È l’amore lo stile dell’obbedienza caratteristica di chi ha abbandonato l’orizzonte della legge antica, scolpita sulla pietra o scritta nel libro, per entrare nella prospettiva “interiore” della Nuova Alleanza.
Quella della croce è un’educazione dolorosa, eppure necessaria, insostituibile.
Il dolore trasforma l’uomo: ossia soffrendo s’impara. Il dolore accettato per amore diventa così sacramento di fraternità, scuola di umanità. Gesù, tuttavia, indica due sbocchi nel suo dramma: la fecondità del sacrificio e la glorificazione. Il primo aspetto viene illustrato dalla piccola parabola del chicco di grano.
L’altro aspetto è quello della glorificazione. Nella prospettiva specifica di Giovanni, la glorificazione non è altro che la manifestazione dell’amore: la gloria di amare!
Sulla croce Cristo non rivendica altra gloria all’infuori della gloria di amare.

Il Papa annuncia l’Anno dedicato alla “Famiglia Amoris Laetitia”

“Le famiglie del mondo siano sempre più affascinate dall’ideale evangelico della Santa Famiglia e con l’aiuto della Vergine Maria divengano fermento di una nuova umanità e di una solidarietà concreta e universale”. Questo l’auspicio che il Papa esprime per l’anno che verrà che, all’Angelus, proclama Anno dedicato alla Famiglia Amoris laetitia, ispirato all’ideale dell’amore coniugale e familiare incarnato da Gesù, Maria e Giuseppe e sottolineato nell’Esortazione apostolica a cinque anni dalla promulgazione. 

L’esperienza della pandemia ha messo maggiormente in luce il ruolo centrale della famiglia come Chiesa domestica e ha evidenziato l’importanza dei legami tra famiglie, che rendono la Chiesa una ‘famiglia di famiglie’.
Attraverso alcune iniziative spirituali, pastorali, anche la nostra comunità parrocchiale intenderà rivolgersi alle famiglie esortando ogni persona a essere testimone dell’amore familiare.

Festa del papà

“Colui che genera un figlio non è ancora un
padre, un padre è colui che genera un figlio
e se ne rende degno”.

Fëdor Dostoevskij

Il pensiero nella solennità di san Giuseppe va anche a tutti i papà. È l’occasione per manifestare un grazie ai papà che rinascono uomini migliori quando prendono per la prima volta in braccio il loro piccolo, e ai papà che si prendono un po’ più di tempo per entrare nel ruolo e per capirne l’importanza; ai papà che lavorano perché non manchi mai il sostentamento alla famiglia, e a quelli che il lavoro lo hanno perso ma il coraggio no, e lottano per non sentirsi sconfitti e per uscirne vincitori, in un modo o nell’altro. E grazie a quei papà che amano le mamme, e riconoscono tutto ciò che compiono, con impegno, dedizione, passione per la famiglia. Grazie ai papà che sono volati via, perché riescono a farsi sentire dai figli anche se non più presenti fisicamente. E grazie a quei papà i cui figli sono volati via, perché vedranno un pezzettino di quel figlio in ogni ragazzo che incontreranno.
Grazie ai papà che un figlio non lo hanno mai avuto, perché spesso dispensano amore ai figli di altri, perché si può diventare padri anche senza esserlo. Grazie ai papà che sbagliano ma che poi lo comprendono e recuperano; grazie ai papà che permettono ai figli di sbagliare lasciando che loro comprendano, e li spronano poi a recuperare. Grazie a tutti i papà, perché il mondo ha bisogno di paternità, ha bisogno che crescano degli uomini e delle donne migliori. E vi auguro questo: l’intelligenza per godere dell’essere padri e l’amore per lasciare in eredità ai vostri figli il meglio di voi.

Il Papa annuncia l’Anno dedicato alla “Famiglia Amoris Laetitia”

Il 19 marzo 2021 la Chiesa celebra 5 anni dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” sulla bellezza e la gioia dell’amore familiare. In questo stesso giorno papa Francesco inaugurerà l’Anno “Famiglia Amoris Laetitia”, che si concluderà il 26 giugno 2022 in occasione del X Incontro mondiale delle famiglie a Roma con il Santo Padre.

L’annuncio è stato dato dallo stesso Pontefice domenica 27 dicembre, festività della Sacra Famiglia.

I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili

Giuseppe e Maria, sono stati chiamati insieme.. Il silenzio nel quale viene avvolta la vita di Giuseppe acquista un alto valore teologico, se visto alla luce di ciò che i Vangeli riferiscono della sua sposa.
In Giovanni, Maria compare due volte. Alle nozze di Cana, lei pare venga invitata a indietreggiare.
Solo quando sulla croce Gesù dirà che, “tutto è compiuto”, allora Maria sarà chiamata a riprendere la sua vocazione di madre verso il corpo di Cristo che è la Chiesa: “Ecco tuo figlio”.
La vocazione infatti è irrevocabile. Anche per Giuseppe la missione non si limita all’infanzia di Cristo. Una volta nata la Chiesa, anch’essa avrà bisogno della protezione paterna. Il rapporto che lega Giuseppe con la Chiesa non è una simpatica reminiscenza. È un legame voluto da Dio. Lui non è un mercenario, assunto pro tempore. Il rapporto col Verbo incarnato, e di conseguenza con la Chiesa, è fondato sulle parole che non passeranno mai. Passeranno i cieli e la terra, ma il compito di Giuseppe nei confronti della Chiesa durerà fino a quando, avendo Cristo sottomesso tutto al Padre, Dio sarà tutto in tutti.

La persona e la vicenda di Giuseppe: storia di fede

Se la fede nasce dall’ascoltare, nella storia di Giuseppe questo principio lo troviamo allo stato puro. Giuseppe viene sopraffatto dal misterioso operare di Dio. Scoprendo i segni della gravidanza di Maria non è possibile che abbia compreso con le sole forze umane il mistero. Dovette attraversare la tappa del non comprendere. Ha vissuto il dubbio della fede. Ha sperimentato l’inadeguatezza dell’intelletto umano di fronte al mistero divino. Decide quindi, non volendo accusare pubblicamente, diventando responsabile della lapidazione di Maria, di ripudiarla in segreto. Oggi, defezioni e allontanamenti sono frequenti. La decisione di Giuseppe è diventata molto comune. Si rinuncia a partecipare a ciò che non si capisce e che può provocare dolore. Ma è a quel punto che interviene Dio. Giuseppe, quando cade nel sonno, nel riposo delle sue facoltà intellettuali, riceve la verità, la comprensione del mistero del Regno. Fu l’uomo dell’ascolto. Non ha dato assenso ai propri sogni, ma alla rivelazione della Verità.
Alle proprie conclusioni personali egli era già arrivato. Dormendo non è lui ad agire, ma Dio, che fa in lui grandi cose, per pura grazia. L’inizio della fede esige da Giuseppe rinuncia a tutto ciò che ha pensato e deciso prima. Quando si desterà dal sonno, Giuseppe sarà l’icona perfetta del credente.
La storia di fede di Giuseppe di Nazaret ci fa capire la bellezza dell’operare di Dio nella vita dell’uomo. Avendo vissuto lo straordinario incontro con Dio ed essendo stato invitato a svolgere un ruolo nel divino disegno di salvezza, Giuseppe non ha ricevuto una scienza previa. Non sa le cose in anticipo e non conosce tutto il percorso. Sa quale è il prossimo passo da fare e niente di più. Cammina nella fede. La fede che però non spiana la strada. Non rende immuni o intaccabili dal male.
Non toglie le difficoltà, né rimuove gli ostacoli. Li fa notare. Avverte della loro gravità e obbliga ad affrontarli: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto … Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Dio non promette nessun intervento straordinario.
Fa intravedere la soluzione e incita ad adempierla.

Vocazione paterna:

alla riscoperta della figura di san Giuseppe nell’anno a lui dedicato da papa Francesco

È diventato d’obbligo, parlando di san Giuseppe, affermare che i Vangeli dicono poco di lui, come se ciò fosse una carenza e svalutasse la sua figura. I dati biblici su san Giuseppe non sono pochi, sono rari. Proviamo a rivisitare alcuni luoghi dei Vangeli dove lo Spirito di Dio ci narra della persona, della vocazione e dell’operato dell’artigiano di Nazareth. Quei dati, essendo rari, vanno trattati con attenzione.
La vocazione di Giuseppe e il ruolo da lui interpretato nel dramma salvifico sono unici. In quattro versetti per tre volte
si parla del fatto che Giuseppe e Maria sono impegnati nel matrimonio. Non è una semplice informazione. Si dice che abbiamo a che fare con persone capaci di amare e accogliere l’amore. Dio chiede a questi due giovani sposi di accogliere un altro amore, di far spazio all’Amore infinito. È bene considerare quella di Maria e Giuseppe come vocazione comune. Due giovani sposi sono stati chiamati a partecipare insieme, nella più perfetta armonia di intenti, alla più grande opera di Dio. Essere insieme, uniti dal loro amore umano e dall’accoglienza della volontà divina, cooperatori nell’Incarnazione del Verbo di Dio.
Cristo nascendo non distrugge l’integrità verginale di Maria ma la consacra. Non distrugge neanche ma consacra il patto matrimoniale tra Giuseppe e Maria. Dio non si è servito di un grembo femminile. Ha coinvolto nel disegno salvifico una giovane coppia di sposi. Né Maria diventa madre in forza della sua natura femminile, né Giuseppe diventa padre in forza della sua mascolinità.
Essi diventano insieme genitori per grazia.

La croce simbolo d’amore

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo, che avviene per scelta di quest’ultimo nella notte, si rivela colmo di luce per l’esistenza del discepolo. Orienta, infatti, il suo sguardo verso la croce e, attraverso di essa, gli rivela in modo del tutto inatteso l’amore di Dio che si è manifestato in Cristo Gesù.
«In modo del tutto inatteso», perché di per sé la croce evoca tutt’altro. Parla di dolore straziante, inflitto come castigo a chi ha avuto l’ardire di ribellarsi ai dominatori. Parla di crudeltà perché condanna ad una lenta e pubblica agonia. Parla, nel caso di Gesù, di una tremenda ingiustizia perché inflitta a chi aveva solo fatto del bene. Del resto anche il serpente di bronzo, eretto da Mosè, richiamava più il pericolo mortale che la guarigione offerta attraverso di esso. Ma allora, che cosa ha trasfigurato la croce al punto di farne un simbolo di salvezza? Solo l’amore, l’amore con cui Gesù l’ha abbracciata. Grazie ad esso noi scopriamo le reali intenzioni di Dio verso l’umanità: non vuole giudicarla e condannarla, ma salvarla perché la ama. È per amore che Gesù ha accettato di essere debole, di consegnarsi alle mani degli uomini, per mostrare di essere disposto a dare la vita per noi.
È per amore che sulle sue labbra non sono affiorate espressioni di astio o di vendetta, ma solo parole di misericordia e di perdono. È per amore che ha affrontato l’oscurità estrema della morte per sconfiggerla una volta per tutte. Tuttavia quante volte noi stessi abbiamo considerato tutto questo scontato! Quante volte la nostra vita si è di fatto allontanata da questa dichiarazione d’amore! Quante volte abbiamo preso come punti di riferimento non la croce, ma i nostri poveri criteri di saggezza umana! Quanto tempo abbiamo sprecato consacrando le nostre energie a obiettivi che non valevano!

L’amore non si impone mai

È tipico dell’amore offrirsi, ma non imporsi. Per questo chi ama si presenta sempre in modo disarmante e disarmato. E proprio perché si dona, accetta di correre il rischio di essere rifiutato o addirittura ignorato. Nel suo colloquio con Nicodemo Gesù parla della luce che è venuta nel mondo: ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. È esattamente quello che abbiamo trovato all’inizio del Vangelo di Giovanni, nel prologo.
L’amore si propone alla libertà dell’uomo che decide se accoglierlo e no. L’altra faccia della libertà, però, è la responsabilità. La decisione dell’uomo non è priva di conseguenze. Proprio questo è il giudizio: entrare o escludersi dall’amore di Dio, accedere o rinunciare ai suoi doni. Il giudizio, quindi, non è tanto un’azione di Dio che si riserva di distribuire premi o castighi alla fine del mondo. È l’uomo stesso che orienta il giudizio nel presente, fin da quando accoglie o rifiuta Gesù.

Come un tenero padre verso i suoi figli, così è Dio per noi

24 ore per il Signore

Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre, ed in Lui abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia divina, poiché essa è la via che unisce Dio e l’uomo, aprendo il cuore alla speranza di essere amati per sempre, nonostante il limite del nostro peccato. Tuttavia se da un lato è proprio di Dio usare misericordia, poiché paradossalmente in essa si manifesta in modo particolare la sua onnipotenza di amore, dall’altro desidera che questa “potenza” di amore esca da sé, invada e penetri il cuore egli uomini. Qual è, allora, il luogo, lo spazio peculiare nel quale la tenerezza di Dio tocca il cuore dell’uomo e lo avvolge della sua misericordia e del suo perdono?
Certamente il Sacramento della Riconciliazione. Questo è il momento in cui sentiamo l’abbraccio del Padre che viene incontro per restituirci la grazia di essere di nuovo suoi figli. La grazia è più forte, e supera ogni possibile resistenza, perché l’amore tutto vince; proprio la grazia ci precede sempre, e assume il volto della misericordia che si rende efficace nella riconciliazione e nel perdono.
Il Sacramento della Riconciliazione, dunque, ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana, mediante la mediazione materna della Chiesa.