Apertura dell’Anno Catechistico 2026-2027

Domenica 4 ottobre prende il via il nuovo percorso catechistico per l’Iniziazione Cristiana 2026-2027, con una giornata dedicata a bambini, ragazzi e famiglie.

Programma della giornata:

  • Ore 10.00 – Messa di apertura
  • Ore 10.50 – Catechesi
  • Ore 11.45 – Processione verso Piazza S. Francesco
  • Ore 12.30 – Pranzo al sacco in oratorio
    (chi desidera può portare un dolce da condividere per la merenda)
  • Ore 14.00 – Giochi

Durante il pranzo sarà possibile effettuare le iscrizioni al Catechismo e al NOI.

Per l’iscrizione al NOI è richiesto il versamento della quota di € 10. Chi desiderasse contribuire con un’offerta maggiore potrà farlo liberamente: ogni contributo sarà particolarmente gradito, anche in considerazione delle spese della parrocchia per le prossime bollette invernali e per i lavori di restauro.

Vi aspettiamo per vivere insieme una giornata di festa, incontro e condivisione, affidando il nuovo anno catechistico al Signore.

A Santa Francesca Cabrini patrona dei Migranti

Inviata in America da Papa Leone XIII per aiutare gli Italiani costretti ad emigrare oltreoceano tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, ha fondato, in 34 anni, 67 istituti tra ospedali, scuole e orfanotrofi.
Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona di tutti gli emigranti, tu che hai preso con te il dramma della disperazione di migliaia e migliaia di emigranti: da New York, fino all’Argentina e in altre Nazioni del mondo. Tu che hai riversato in queste Nazioni i tesori del tuo Amore, e con affetto di madre hai accolto e consolato tanti afflitti e disperati di ogni razza e Nazione, e a chi si dimostrava ammirato per il successo di tante opere di bene, rispondevi con sincera umiltà: “Tutte queste cose non le ha fatte forse il Signore?”. Noi ti preghiamo, che i popoli apprendano da te ad essere solidali, caritatevoli e accoglienti con i fratelli che sono costretti ad abbandonare la loro Patria.
Ti preghiamo, anche che gli immigrati rispettino le leggi e che amino il prossimo accogliente. Supplica il Cuore di Gesù, che gli uomini delle diverse Nazioni della terra apprendano che sono fratelli e figli dello stesso Padre celeste, e che sono chiamati a formare una sola famiglia. Allontana da essi: le divisioni, le discriminazioni, le rivalità, inimicizie. Fa’ che tutta l’umanità possa essere unita dal tuo amorevole esempio. S. Francesca Saverio Cabrini, noi tutti ti chiediamo, di intercedere presso la Madre di Dio, di ottenere la grazia della pace in tutte le famiglie e tra le Nazioni della terra, quella pace che viene da Gesù Cristo, Principe della Pace.

Anche uno solo di questi bambini”

112^ Giornata del Migrante e del Rifugiato

Cari fratelli e care sorelle!
Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per la 112ª Giornata che celebreremo il prossimo 27 settembre, il tema «Anche uno solo di questi bambini» richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me».
Minori sfollati: una realtà complessa di vulnerabilità
I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza. Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infine dimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio. A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata. Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2017, dedicata al tema “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, ricordava che essi «sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari». Eppure, in mezzo a tanta oscurità, non manca la luce della solidarietà: persone, famiglie, istituzioni civili e comunità ecclesiali scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Pensiamo alle famiglie che aprono le porte delle proprie case per restituire il calore di un focolare a questi minori, agli educatori nelle comunità d’accoglienza, ai volontari e agli operatori che ogni giorno, sulle rotte e nelle nostre città, si dedicano alla cura delle ferite invisibili di questi piccoli. Con il loro impegno, testimoniano che l’amore può vincere l’indifferenza.
Anche uno solo di questi bambini
Dinanzi a questa drammatica realtà, il mio pensiero va a una parola di Gesù che interpella profondamente la coscienza di ciascuno: «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita. È immagine e somiglianza di Dio, è presenza del Signore. Davanti a ciascun minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore. Questa chiamata si fa ancora più pressante alla luce dell’altra affermazione del Signore nel Vangelo di Matteo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Purtroppo, i minori migranti sono più facilmente ridotti all’invisibilità, perché privi di adulti che li proteggano e sostengano. È necessario intervenire nei Paesi d’origine per rimuovere le eventuali cause che costringono alla fuga, oltre a offrire protezione e accoglienza nei Paesi di transito e di arrivo. Il grido dei minori sfollati sale oggi a Dio, proprio come quello ascoltato nel libro dell’Esodo: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo». Dio ascolta e per liberare interpella con forza la coscienza e l’azione di ciascuno di noi, come aveva fatto con Mosè. Non possiamo restare indifferenti, né abituarci a tanta sofferenza.
Un appello alla responsabilità di tutti
Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di “migrante”, e a tutelarne i diritti fondamentali: alla vita, all’educazione, ad un livello di esistenza che gli consenta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale. Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella vita ecclesiale, a trasformare l’accoglienza da concetto astratto a pratica pastorale stabile. Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno. Occorre incoraggiare le comunità cristiane all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo. In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli dei migranti, e promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia. Anche uno solo di questi bambini, nell’orizzonte delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa. Essa diventa terreno fecondo per un dialogo interreligioso concreto, dove i credenti, attingendo al proprio senso della trascendenza, cooperino nel tessere reti di protezione. Le comunità di fede sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali, prevenendo il rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremistici. Proteggere un minore significa, in ultima istanza, custodire l’impronta divina impressa in lui. Anche uno solo di questi bambini, nel contesto delle istituzioni civili, ci chiama a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani, adottando «una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra». Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto; sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.

Dal Vaticano, 11 agosto 2026, S. Chiara d’Assisi.
LEONE PP. XIV

Festa dell’accoglienza

Organizzata dal gruppo Caritas e Missioni
Programma:
11.30-12.00 ritrovo all’oratorio
12.00: preghiera interreligiosa – Parteciperà Don Antonello Martinenghi missionario fidei donum in Costa d’Avorio e Niger;
a seguire, nel giardino dell’oratorio allestimento di zone: gastronomica; musicale; letteratura; pittura; gioco libero. La festa si concluderà alle 18/18:30.
Per informazioni e collaborazioni: Antonia Sanchirico, Daniela Marchiotti, Rachele Rossi.

Ordinazione Diaconale di Filippo Vanelli

L’11 ottobre, a Ferrara, alle 16.00, Filippo Vanelli di San Fiorano, diventa diacono.
Per tutte quattro le parrocchie della comunità pastorale, organizziamo la partecipazione in pullman partendo dalla Piazza del Comune di San Fiorano alle ore 13.00, rientro per le 20.00. L’iniziativa sarà confermata con almeno 25 iscritti. Quota di partecipazione: offerta libera. Adesioni entro il 27 settembre rivolgendosi a Don Gianmario, Antonia Sanchirico, Bruno Groppi.

San Michele Arcangelo

Il nome ‘Michele’ è quasi una professione di fede e significa “Chi è come Dio?”. Nel libro dell’Apocalisse, è colui che difende la Donna e il Figlio da lei partorito. É immagine del popolo di Dio, della Chiesa, di Maria. Vengono usate parole altisonanti per dire che Michele è il portabandiera del bene che difende i giusti e sfida il potere del male che si annida negli imperi opprimendo e scatenando guerre. Ci troviamo di fronte a tante paure che affliggono molte persone; ci sono nuove povertà; c’è bisogno di sicurezze; ci si sente insicuri; spesso sono compromesse le relazioni sociali e ci si rifugia nel privato, a volte anche in forme di isolamento. La vita ecclesiale ha come caposaldo l’incontro, cioè il sentirsi convocati, radunati dal Signore. Non è pensabile che un cristiano viva da solo. Ricordare San Miche è una bella occasione per pregare Dio e mettere nelle sue mani noi, la nostra comunità, la nostra storia e le nostre famiglie attraverso la mediazione dell’Arcangelo Michele. Il Signore stesso aveva raccomandato ai suoi “chiedete e otterrete, bussate vi sarà aperto”. Ebbene vogliamo invocare San Michele perché ci aiuti a superare il senso di insicurezza che spesso ci attanaglia e ci impedisce di esprimerci pienamente. Abbiamo bisogno di guardare in avanti, coscienti dei nostri limiti, ma fiduciosi in un avvenire decisamente migliore. All’intercessione di San Michele affidiamo le nostre famiglie: sono i luoghi dove siamo trattati meglio e sono i luoghi dove abbiamo imparato ed impariamo ad amare, a rispettarci, ad aiutarci, all’essere sensibili specie verso coloro che fanno più fatica a reggere le prove della vita. Sono i luoghi dove sperimentiamo nei gesti di tutti i giorni la bellezza del camminare insieme. Spesso sono stati anche i luoghi dove è nata la nostra fede in Dio grazie ai valori cristiani passati a noi nelle scelte quotidiane dei nostri cari. A San Michele chiediamo la grazia di saper cogliere gli appelli dei più poveri, di chi cerca lavoro per poter vivere una vita dignitosa per sé e per chi gli sta attorno, di chi vive situazioni di disagio e fragilità, di chi vive ai margini ed è dimenticato da tutti.
A San Michele chiediamo la forza della speranza che ci fa guardare oltre le prove, certi che Dio non ci ha dimenticati, ma continua a parlare, a guidarci, a consolarci, a indicarci le strade da percorrere. Non basta vivere di ricordi o di nostalgie per un passato che ormai non c’è più. Non basta aver ricevuto dei sacramenti e relegare il nostro rapporto con Dio a gesti occasionali, spesso troppo isolati e privi di senso. Non basta nemmeno rifugiarsi in un attivismo sfrenato per non pensare. Oggi abbiamo bisogno di leggere la nostra realtà per cogliere le sfide, farle nostre: in esse Dio ci sta parlando. Va vissuta la vera vita cristiana, fatta di ascolto, di preghiera personale e comunitaria, di gesti di carità, di uno stile di vita evangelico. I santi, gli angeli e gli arcangeli sono al nostro fianco. Spetta a noi fidarci di più di Dio che non smette di compiere autentici miracoli.

L’esperienza di Jessica Todaro

Da sbattezzata a credente

Jessica Todaro, classe 1993, laureata in scienze giuridiche, ha conseguito un master in sicurezza informatica. Sposata, mamma di un Bambino. Da oltre dieci anni attiva nella cooperazione internazionale, ha collaborato in progetti tra Africa, Kurdistan, Ucraina e Palestina.

Avevo perso la fede. Poi in Ucraina ho incontrato chi soffriva e mi sono vergognata di me. Anni fa, dopo l’adolescenza, ho perso la fede. Ero molto arrabbiata con Dio e con la Chiesa, e mi sono allontanata. Ho vissuto una vita con il cuore desolato, e sono persino arrivata a chiedere lo sbattezzo. Ho lavorato, per tanti anni in contesti di guerra, cercando giustizia in situazioni difficili. Giustizia non ne ho trovata, ma in Ucraina ho ritrovato il Signore. L’ho visto illuminare il cuore di chi soffriva; davanti alla loro fede incrollabile, mi sono vergognata di me. Ho ripreso in mano la Bibbia, da due anni la studio settimanalmente con una cara amica, molto devota, che ha avuto la pazienza di starmi accanto nella mia paura di tornare in Chiesa. Oggi mi sento pronta a tornare a casa. Il Signore è stato accanto a me nonostante io non lo guardassi e non lo ascoltassi; è stato sempre un padre fedele, e io vorrei tornare a essere una figlia fedele. Nella sofferenza anche Dio diventa un problema. Nella vita personale, questo è per me un momento di sfida. Quando riceviamo una cattiva notizia, una delle reazioni più spontanee è domandarci: “Perché proprio a me?”, oppure dirsi “Non è giusto”. Sono domande profondamente umane. Di fronte al dolore, alla malattia, alla perdita o al fallimento, ci sentiamo spesso smarriti e tentati di pensare che tutto sia privo di senso. Per qualcuno, la sofferenza diventa persino un motivo per dubitare di Dio: “Se Dio esistesse, non ci sarebbe tutto questo dolore nel mondo”; “Se Dio esistesse non mi farebbe questo”. Eppure, la Bibbia non ci presenta mai un Dio che promette una vita facile. Nella Bibbia, però, Dio non ci promette una vita senza dolori. Ci promette “soltanto” la Sua presenza. Dio non ci promette che saremo sempre in salute. Non ci garantisce che i nostri cari non soffriranno mai. Non ci vende l’illusione di poterci distaccare dal dolore, di raggiungere la beata apatia. Non ci promette che realizzeremo facilmente tutti i nostri sogni o che saremo risparmiati dalle prove della vita. Nulla di tutto questo si trova nelle Scritture. C’è però una promessa infinitamente più bella che attraversa tutta la Bibbia: Dio sarà con noi. Nel Salmo 91, Davide descrive il Signore come il suo rifugio e la sua fortezza. Nei Vangeli vediamo Gesù presente sulla barca durante la tempesta; i discepoli sono terrorizzati dalle onde, ma la sua presenza cambia tutto. La tempesta non scompare immediatamente; ciò che cambia è la certezza che non sono soli. La fede non consiste nel credere che non accadranno cose terribili. Consiste nel sapere che, qualunque cosa accada, Dio non ci abbandonerà. Dio è fedele. È costante. È l’unico punto fermo in un mondo che cambia continuamente. Le circostanze mutano, la salute può venir meno, i progetti possono fallire, ma il suo amore rimane. Per questo la fede può diventare una fonte di consolazione nei momenti più difficili. Non perché renda il dolore meno reale, o ci ovatti la coscienza con una dolce bugia, ma perché ci ricorda che nel mezzo del dolore possiamo trovare la sua pace e la sua grazia. Ci ricorda che esiste un’ancora capace di tenerci saldi quando tutto sembra crollare. Il Creatore della Vita, l’origine degli atomi e delle galassie, è una fonte d’amore: ecco la grande consolazione della fede, che consente di attraversare il dolore con grazia e speranza. Nel luogo della nostra ferita Dio ci viene incontro. Dio non desidera la nostra sofferenza e non si diverte a punire i suoi figli. Il dolore fa parte della condizione umana, di un mondo segnato dalla fragilità. Ma proprio lì, nel luogo della nostra ferita, Dio ci viene incontro e ci dice: “Non temere. Io sono con te”. L’amore non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l’ultima parola. L’amore ci permette di essere feriti senza diventare disperati, di piangere senza perdere completamente la speranza, di arrabbiarci senza odiare. Nel suo disegno di grazia, anche il dolore ha la sua bellezza, perché ci apre il cuore alla sofferenza altrui. Accettiamo e accogliamo la sofferenza! Gioiremo, perché Dio è con noi, porta con noi e per noi il nostro “giogo”, nel Suo morire con noi, se crediamo, sperimentiamo la Vita.

Riprendiamo il cammino: la Parola di Dio “lampada ai nostri passi”

Questo è il compito dei cristiani: imparare da Gesù, ascoltare la sua Parola e lasciarsi illuminare dal suo insegnamento. Tutta la nostra vita di discepoli di Cristo consiste proprio in questo continuo allenamento nell’ascolto della sua parola, che non è solo esercizio di orecchie che sentono dei suoni, ma impegno del cuore che mette in pratica ciò che ha sentito e capito. Ascoltare vuol dire fare, agire di conseguenza. Quando una mamma sgrida il suo bambino dicendo: “Tu non mi ascolti!”, intende dire “tu non fai quello che ti ho detto”. Il bambino poi dice: “Sì che ti ho ascoltato, ho sentito tutto quello che mi hai detto!” – “Sì, ma l’hai fatto? No, allora non mi ascolti!”. Concretamente la vita del cristiano è conseguenza dell’ascolto della Parola di Dio. In questo deposito scritto della rivelazione noi abbiamo la Luce che guida la nostra esperienza umana e cristiana; abbiamo come solido fondamento la parola dei profeti e la testimonianza degli apostoli messa per iscritto nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Sono le parole che da sempre la Chiesa ci propone come fondamento della nostra vita. Il nostro impegno è quello di ascoltare, di conoscere, di comprendere e di realizzare. “È una lampada per i miei passi la tua parola, o Signore”. È una lampada che brilla in un luogo oscuro. Non è ancora giorno, siamo ancora nella notte, aspettiamo il giorno, quando il volto del Signore brillerà come il sole; non è ancora spuntato quell’ultimo giorno definitivo, siamo ancora nella notte del mondo. L’apostolo Paolo precisa: «La notte è avanzata, il giorno è vicino»; eppure è ancora notte … e di notte c’è bisogno di una luce. Noi ormai siamo abituati a premere un interruttore e a illuminare a giorno tutti i nostri ambienti. Nell’antichità la lampada era l’unico modo per avere un po’ di luce. La Parola di Dio è una lampada nel buio della nostra vita, nel buio della nostra coscienza, in mezzo alle tenebre del male che ci avvolgono, delle opinioni cattive, delle tante situazioni che rovinano il mondo. Abbiamo una luce. L’evangelista Matteo adopera una immagine paradossale, parla di una «nube luminosa». La nuvola di solito è oscura, quando il cielo si annuvola viene scuro, qui invece è una nube luminosa. Così è l’esperienza della nostra conoscenza: non vediamo tutto chiaro, non possiamo spiegare tutto, ci sono infinità di cose che non sappiamo comprendere e spiegare, abbiamo l’illusione che la scienza abbia chiarito tutto, ma è solo una illusione. Abbiamo l’impressione che i medici con la conoscenza di oggi sappiano curare tutto, ma è solo l’impressione! Ci sono tantissime cose del nostro mondo che non capiamo … basta guardarci attorno. Un marito e una moglie possono dirsi a vicenda: “Non ho ancora capito cos’hai nella testa”, lo si può dire di un figlio: “Ma cosa pensa?” Ma come fai a spiegare chi è quella persona? Siamo avvolti nella nube della non-conoscenza. Sono molte di più le cose che non sappiamo di quelle che sappiamo, e riconoscerlo ci fa bene. Anche nei confronti del Signore non abbiamo una conoscenza diretta, completa: l’avremo un giorno per grazia di Dio, ma adesso siamo nella notte, siamo ancora avvolti nella nube della non-conoscenza … eppure abbiamo una luce. Quella nube è luminosa, ci permette di vedere dove mettiamo i passi. Non sono favole quelle che gli i profeti e gli apostoli ci hanno raccontato: è la testimonianza fedele di testimoni oculari che hanno sperimentato con Gesù un evento straordinario e ci hanno lasciato per iscritto la loro testimonianza di fede. Tale testimonianza è una lampada che brilla nella nostra vita oscura, finché non spunti il giorno e non sorga nei nostri cuori la stella del mattino. La stella del mattino è Cristo stesso, che annuncia il giorno ultimo e definitivo. Siamo in attesa di quel mattino decisivo e adesso, nella notte della nostra vita, teniamo accesa quella lampada che è l’ascolto della Parola di Dio. Facciamo tesoro di tutto quello che ascoltiamo nella liturgia, impegniamoci a leggere personalmente la Parola di Dio, non per sapere delle cose, ma per poter vivere meglio. Facciamo tesoro poco per volta, parola per parola della ricchezza che ci è data … è quello il tesoro nascosto nel nostro campo che noi abbiamo trovato, è quella la perla di grande valore che ci è stata regalata. Nella nube luminosa della nostra vita ascoltiamo il Signore: è lui la nostra luce, è lui che ci insegna a vivere.

A San Francesco

Tu, che hai tanto avvicinato il Cristo alla tua epoca, aiutaci ad avvicinare Cristo alla nostra epoca, ai nostri difficili e critici tempi.
Aiutaci! Questi tempi attendono Cristo con grandissima ansia, […] Non saranno tempi che ci prepareranno ad una rinascita del Cristo, ad un nuovo Avvento?
Noi, ogni giorno, nella preghiera eucaristica esprimiamo la nostra attesa, rivolta a lui solo, nostro Redentore e Salvatore, a lui che è compimento della storia dell’uomo e del mondo.
Aiutaci, san Francesco d’Assisi, ad avvicinare alla Chiesa e al mondo di oggi il Cristo.
Tu, che hai portato nel tuo cuore le vicissitudini dei tuoi contemporanei, aiutaci, col cuore vicino al cuore del Redentore, ad abbracciare le vicende degli uomini della nostra epoca.
I difficili problemi sociali, economici, politici, i problemi della cultura e della civiltà contemporanea, tutte le sofferenze dell’uomo di oggi, i suoi dubbi, le sue negazioni, i suoi sbandamenti, le sue tensioni, i suoi complessi, le sue inquietudini…Aiutaci a tradurre tutto ciò in semplice e fruttifero linguaggio del Vangelo. Aiutaci a risolvere tutto in chiave evangelica, affinché Cristo stesso possa essere «Via, Verità, Vita» per l’uomo del nostro tempo. […]

Giovanni Paolo II