Maria SS. Madre di Dio

Nel primo giorno dell’anno la Liturgia celebra la Santa Madre di Dio, Maria, la Vergine di Nazareth che ha dato alla luce Gesù, il Salvatore. In questo primo giorno dell’anno solare, fissiamo lo sguardo su di lei, per riprendere, sotto la sua materna protezione, il cammino lungo i sentieri del tempo. È mediante Maria che il Figlio di Dio assume la corporeità. Ma la maternità di Maria non si riduce a questo: grazie alla sua fede, Lei è anche la prima discepola di Gesù e questo “dilata” la sua maternità. Maria è la prima e perfetta discepola di Gesù,
la prima e perfetta credente, modello della Chiesa in cammino,
è Colei che apre questa strada di maternità della Chiesa e ne sostiene sempre la missione materna rivolta a tutti gli uomini. La sua testimonianza discreta e materna cammina con la Chiesa fin dalle origini. Ella, Madre di Dio, è anche Madre della Chiesa e, per mezzo della Chiesa, è la Madre di tutti gli uomini e di tutti i popoli.

Buon 2023

­Ecco finalmente tra le nostre mani il calendario 2023: come sarà questo anno che inizia? viene da chiedersi. Lo guardiamo con un poco di timore e preoccupazione.
Paure e fantasmi abitano dentro di noi e non bastano i botti di fine anno a cacciarli lontano.
Alziamo allora gli occhi al cielo per osservare le stelle e non per chiedere loro un’impossibile previsione di futuro. Gli antichi pensavano che la volta celeste fosse assolutamente stabile, a differenza delle stagioni umane caratterizzate da un continuo altalenare di fortune e sfortune. Per questo il salmista coglie nel cielo stellato la testimonianza della fedeltà di Dio, che
dall’alto veglia su ciascuna delle sue creature e che dell’uomo, di ogni uomo, si prende cura gratuitamente. È in questa gratuità che sta la forza della nostra fede, in una bellezza della volta stellata che è perfezione di forme e di rapporti, architettura del passato e del futuro.
La bellezza di Dio si manifesta nelle cose di tutti i giorni e non ha un costo.
Quanto ci costa la bellezza di un giorno di sole in pieno inverno? E il sorriso che ci accoglie tra le mura di casa ogni mattino augurandoci il buon giorno? Che cosa ci costa una mattina limpida in cui puoi vedere disegnarsi all’orizzonte il profilo delle montagne?
Che cosa dobbiamo sborsare per il saluto amico di tanti che incontriamo ogni giorno? Quanto per ammirare gli affreschi e le opere d’arte custodite nella nostra chiesa? Quanto si paga una lettura che illumina l’intelligenza e un’idea che dilata l’orizzonte del nostro respiro interiore? Siamo immersi nella bellezza di ciò che è gratuito. Abituati a pensare che tutto ha un costo, non sappiamo più valutare quanto conta ciò che non si acquista, perché semplicemente troppo bello per essere comprato. Gratis, cioè “per grazia”, potente intreccio di bellezza e gratuità. A noi credenti è concessa la gioia di riscoprire giorno per giorno le mille manifestazioni della grazia di Dio e di ricreare attorno a noi gli spazi per un mondo “grazioso” (pieno di grazia), in cui la bellezza torni a mostrarsi forza e impronta di tutte le cose.

A tutti voi il più sentito augurio di un buon 2023, che sia davvero un anno di grazia e di bellezza per tutti.

“Te Deum” di ringraziamento di fine anno

Ogni fine ci incupisce sempre, ma solo perché a noi non piacciono le cose che finiscono. Certo, a volte si è molto felici che certi anni siano passati, perché magari sono state delle cisterne di problemi e di sofferenza o di cose difficili da vivere. Ma normalmente alcune date ci mettono dentro molta nostalgia e pensieri. Un cristiano è uno che non solo sa fare spazio in sé alla nostalgia, ma sa collocare accanto ad essa la gratitudine.
Noi non possiamo vivere l’ultimo giorno dell’anno non ricordandoci che siamo figli di Uno che ci ha salvati e che ha riempito di luce le nostre tenebre. Ecco perché la fine per noi cristiani è sempre la memoria del fine. Solo se apriamo gli occhi allo scopo della vita, al suo vero fine, allora possiamo trovare il coraggio di guardare in faccia anche la fine senza avere paura, ma anzi riuscendo a dire anche ad alta voce il nostro grazie.
Ogni anno sperimentiamo la fine, eppure cambiare calendario ci dà l’impressione di un rinnovamento, perché riconosciamo di essere limitati. Il nostro limite diventa pesante e negativo solo se è in opposizione a Dio: la grandezza cristiana invece sta nel riconoscere che Dio è dalla nostra parte! Riconoscere di essere nelle sue mani dà senso e forza alla nostra fragilità umana.
Pur coscienti della nostra debolezza, non siamo smarriti e umiliati, perché liberamente mettiamo tutto nelle mani del Signore. Sappiamo che tutto viene da Lui: egli la fonte di ogni esistenza, non ci siamo fatti da soli e non viviamo per noi stessi. Vogliamo liberamente, in modo intelligente, vivere per Lui: mettendo nelle sue mani la memoria, l’intelletto, la volontà, tutto ciò che abbiamo.
Restituiamo a Lui ogni suo dono.

Santa Famiglia: l’amore di Dio genera comunione

Solo ciò che nasce dall’amore guarisce la solitudine e solo chi mette al centro della propria vita il valore delle persone, prima delle cose e dei servizi, riesce a gustare la gioia dell’incontro. L’amore lenisce le ferite dell’anima, quando è continuo, e mostra che la persona e le sue esigenze contano più di tutto: dei soldi, del doppio lavoro, della casa bella e ricca di cose, delle feste. Solo l’amore penetra dentro ed è il balsamo che guarisce.
E l’amore esige tempo, tanto tempo per stare vicino, per parlarsi ed ascoltarsi, per condividere, per guardare negli occhi e sentire il cuore di una persona. Ma non è solo l’amore umano, pure forte e importante, il fondamento di relazioni sincere e feconde di bene; occorre l’amore di Dio, che cementa la comunione di vita nelle case con la sua divina presenza. Riferire le relazioni familiari al Signore ci fa comprendere quanto importante sia trovare il tempo, nella propria casa, per la preghiera, via privilegiata che permette di scoprire ed accogliere ogni giorno la volontà di Dio. La casa dei cristiani è sempre stata considerata come una “piccola Chiesa” dove è, non solo possibile, ma doveroso pregare e dove i genitori e gli anziani esercitano, con la loro guida e testimonianza, il compito di essere sacerdoti e profeti. I tempi e i modi sono diversi e ciascuno deve trovare i propri, ma quello che importa è aprire uno spazio di preghiera nel vortice delle mille “cose da fare”.

Un Buon Anno per tutti!

Il tempo difficile che stiamo vivendo rende affaticato l’augurio di buon anno.
Ma possiamo augurarci buon anno perché sono tanti i volti di persone che nelle case, nelle famiglie, nel nostro paese, nella nostra comunità parrocchiale, nel volontariato, scrivono pagine di generosità e di impegno per gli altri. Sono tanti coloro che rimangono umani, rimangono solidali, sono capaci di gesti di tenerezza.
Allora a tutti, forti di questi volti, dico di nuovo “buon anno!”: buon anno sul terreno del dono di sé, dell’incontro e della fraternità. Buon anno a tutti coloro che hanno ansia di pace. Buon anno soprattutto a chi è più solo, più affaticato, più dimenticato.

Dio oggi cerca casa…

Dio oggi cerca casa: è l’annuncio meraviglioso del Natale.
La cerca proprio in questo nostro mondo, nella nostra comunità cristiana, in ognuno di noi, perché ciascuno trovi in Lui la propria casa.
Per Natale abbiamo ornato e abbellito le nostre case.
Qualcuno questi giorni ha fatto il presepio, qualche altro l’albero.
Proviamo in queste festa a rendere più accogliente anche il nostro cuore.
Non occorre fare tante cose: basta dar voce alla nostalgia di Dio che c’è dentro di noi. Che poi è la nostalgia di amare ed essere amati, il bisogno di vita che c’è in ognuno. Dio non ha bisogno che il nostro cuore e quello della comunità cristiana, siano lussuosi: è abituato alle case della povera gente e non ha paura della nostra povertà.
Per quanto profonda sia la nostra lontananza e grande il nostro peccato, non c’è abisso che non possa essere colmato dal Signore.
Dio cerca casa nella nostra vita, per dirci che vale la pena di sperare ancora.

Buon Natale (1)

Torna ancora il Natale a ricordarci che Dio si prende cura di noi.
Dio si prende cura di noi, ha a cuore la nostra vita e per noi dona la sua vita.
Il Natale ci ricorda la grande avventura d’amore in cui Dio ha voluto scommettere: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”.
Dio per amore e con amore si prende cura degli uomini. Al contrario, quanta difficoltà abbiamo noi oggi a prenderci cura di noi stessi e degli altri in modo vero, autentico e liberante! Quanta difficoltà a gestire con amore la vita, il tempo, gli ideali, gli affetti, i sentimenti, le relazioni! Quanta difficoltà a ricercare l’essenziale della vita!
L’annuncio del Natale non è compiuto finché non prendiamo seriamente coscienza della scelta di Dio di avere cura degli uomini e se quindi non facciamo nostra questa scelta d’amore nell’esistenza quotidiana. Sì, perché Natale è innanzitutto una domanda rivolta a noi cristiani: che cosa posso fare per rendere migliore la mia vita e la vita degli altri? Il Natale è un giorno che apre alla speranza, ci dice che qualcosa di nuovo e di diverso può ancora accadere.
Il Natale ci dice che anche dall’umile Nazareth della nostra vita qualcosa di straordinario può ancora venire. E allora il Natale è per tutti noi un impegno.

Buon Natale (2)

Genitori, prendetevi cura dei vostri figli con amore e devozione, fatevi educatori e testimoni di vera spiritualità, anche nella solitudine, ma con speranza.
Sposo o sposa, prenditi cura del tuo coniuge, custodisci l’amore, esercita la responsabilità, non fuggire alle prime difficoltà, ricusa le scorciatoie di amori rubati o superficiali relazioni.
Figli, prendetevi cura dei vostri genitori, dei vostri fratelli, dei vostri nonni; abbiate il coraggio di ascoltare la loro “saggezza” frutto degli anni e anche del loro soffrire.
Prendiamoci cura della nostra comunità. Sentiamola come nostra famiglia. Viviamola nella verità del suo essere cristiano. Facciamoci riconoscere come dono per il nostro tempo.

A Betlemme: casa del pane…

Giuseppe, con Maria sua sposa, salì «alla città di Davide chiamata Betlemme». Anche noi, durante il tempo di Avvento, siamo saliti a Betlemme per scoprirvi il mistero del Natale.
Betlemme: il nome significa casa del pane. In questa “casa” il Signore dà oggi appuntamento all’umanità. Egli sa che abbiamo bisogno di cibo per vivere. Ma sa anche che i nutrimenti del mondo non saziano il cuore. Nella Scrittura, il peccato originale dell’umanità è associato proprio col prendere cibo: «prese del frutto e ne mangiò», dice il libro della Genesi. Prese e mangiò.
L’uomo è diventato avido e vorace. Avere, riempirsi di cose pare a tanti il senso della vita.
Un’insaziabile ingordigia attraversa la storia umana, fino ai paradossi di oggi.
Betlemme è la svolta per cambiare il corso della storia. Lì Dio, nella casa del pane, nasce in una mangiatoia. Come a dirci: eccomi a voi, come vostro cibo. Non prende, offre da mangiare; non dà qualcosa, ma sé stesso. A Betlemme scopriamo che Dio non è qualcuno che prende la vita, ma Colui che dona la vita. All’uomo, abituato dalle origini a prendere e mangiare, Gesù comincia a dire: «Prendete, mangiate. Questo è il mio corpo». Il corpicino del Bambino di Betlemme lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare, ma condividere e donare.
Dio si fa piccolo per essere nostro cibo. Nutrendoci di Lui, Pane di vita, possiamo rinascere nell’amore e spezzare la spirale dell’avidità e dell’ingordigia. Dalla “casa del pane”, Gesù riporta l’uomo a casa, perché diventi familiare del suo Dio e fratello del suo prossimo.
Davanti alla mangiatoia, capiamo che ad alimentare la vita non sono i beni, ma l’amore; non la voracità, ma la carità; non l’abbondanza da ostentare, ma la semplicità da custodire.

I pastori di Betlemme ci dicono…

I pastori di Betlemme ci dicono anche come andare incontro al Signore.
Essi vegliano nella notte: non dormono, ma fanno quello che Gesù più volte chiederà: vegliare. Restano vigili, attendono svegli nel buio; e Dio «li avvolse di luce» Vale anche per noi.
La nostra vita può essere un’attesa, che anche nelle notti dei problemi si affida al Signore e lo desidera; allora riceverà la sua luce. Oppure una pretesa, dove contano solo le proprie forze e i propri mezzi; ma in questo caso il cuore rimane chiuso alla luce di Dio.
Il Signore ama essere atteso e non lo si può attendere sul divano, dormendo. Infatti i pastori si muovono: «andarono senza indugio», dice il testo. Non stanno fermi come chi si sente arrivato e non ha bisogno di nulla, ma vanno, lasciano il gregge incustodito, rischiano per Dio.
E dopo aver visto Gesù, pur non essendo esperti nel parlare, vanno ad annunciarlo, tanto che «tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori».
Attendere svegli, andare, rischiare, raccontare la bellezza: sono gesti di amore.

«Andiamo dunque fino a Betlemme»: così dissero e fecero i pastori. Pure noi, Signore, vogliamo venire a Betlemme. La strada, anche oggi, è in salita: va superata la vetta dell’egoismo, non bisogna scivolare nei burroni della mondanità e del consumismo. Voglio arrivare a Betlemme, Signore, perché è lì che mi attendi. E accorgermi che Tu, deposto in una mangiatoia, sei il pane della mia vita.
Ho bisogno della fragranza tenera del tuo amore per essere, a mia volta, pane spezzato per il mondo.
Prendimi sulle tue spalle, buon Pastore: da Te amato, potrò anch’io amare e prendere per mano i fratelli. Allora sarà Natale, quando potrò dirti: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo”.