La ricchezza del limite (2)

È fondamentale giungere a comprendere l’importanza – in noi e fuori di noi, nelle nostre relazioni – della presenza dei limiti, delle ferite, delle zone d’ombra; capire, alla luce del messaggio evangelico, che tutto ciò che del nostro ed altrui mondo interiore è segnato dall’ombra e dal limite, è l’unica nostra ricchezza, e che proprio lì è possibile fare esperienza della nostra salvezza.
Insomma, che non vi è nulla dentro di noi che meriti di essere gettato via.
Tutto può essere trasformato in grazia, persino il peccato, diceva sant’Agostino.
Se cominciamo a ragionare in questo modo, vuol dire che s’è compiuta in noi la vera conversione evangelica: abbiamo fatto nostro un pensiero “altro”, ovvero siamo finalmente giunti a non pensare più che la “purezza”, l’essenza di debolezza e di peccato, siano la nostra salvezza, ma proprio il contrario.
La salvezza, la santità, sarà finalmente renderci conto della nostra verità, ovvero che siamo feriti, limitati, fragili, ma al contempo oggetto dell’amore “folle” di un Dio che – proprio perché siamo fatti così – viene a visitarci e ad inabitarci. Il Vangelo rivela continuamente che tutto ciò che ha il sapore del limite racchiude in sé anche la possibilità del suo compimento.
Gesù dice a ciascuno di noi: “Ama quella parte di te che non vorresti avere.
Comincia ad avvolgerla con l’amore e alla fine constaterai di avere in te una perla preziosa, perché nella ferita riconosciuta, avvolta dall’amore, sperimenterai il tesoro che ti porti dentro.”
Mettere nel mezzo le nostre zone d’ombra vuol dire riconoscere da una parte la loro esistenza, e dall’altra che esse, dinanzi alla resurrezione di Cristo, non sono l’ultima parola sulla nostra umanità.
Dobbiamo deciderci se operare per la forza o per la debolezza.
La nostra inadeguatezza, la nostra debolezza, è una forza più grande di ogni altra, poiché ha la forza stessa di Dio: “Quando sono debole, è allora che sono forte” scriveva san Paolo.
Questa verità dovrebbe tornare al centro del nostro vivere cristiano.
Nei Vangeli al centro vi è sempre l’uomo nella sua malattia, nel suo essere ferito, debole e fragile.
Perciò anche al centro dell’assemblea (della comunità, della nostra famiglia, della Chiesa …), al centro del nostro vivere da cristiani non campeggiano la forza, il farcela da sé, l’osservanza ossessiva dei precetti santi, l’essere moralmente irreprensibili … ma vi è solo la nostra debolezza.

La ricchezza del limite (1)

La perla è splendida e preziosa. Nasce dal dolore. Nasce quando un’ostrica viene ferita.
Quando un corpo estraneo — un’impurità, un granello di sabbia penetra al suo interno e la inabita, la conchiglia inizia a produrre una sostanza (la madreperla) con cui lo ricopre per proteggere il proprio corpo indifeso. Alla fine si sarà formata una bella perla, lucente e pregiata. 
Se non viene ferita, l’ostrica non potrà mai produrre perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata. 
Quante ferite ci portiamo dentro, quante sostanze impure c’inabitano? Limiti, debolezze, peccati, incapacità, inadeguatezze, fragilità psico-fisiche… E quante ferite nei nostri rapporti interpersonali?
La questione fondamentale per noi sarà sempre: cosa ne facciamo? Come le viviamo?
La sola via d’uscita è avvolgere le nostre ferite con quella sostanza cicatrizzante che è l’amore: unica possibilità di crescere e di vedere le proprie impurità diventare perle. L’alternativa è quella di coltivare risentimenti verso gli altri per le loro debolezze, e tormentare noi stessi con continui e devastanti sensi di colpa per ciò che non dovremmo essere e per ciò che non dovremmo provare.
L’idea che spesso ci portiamo dentro è che dovremmo essere in un altro modo; che, per essere accettati da noi stessi, dagli altri e da Dio, non dovremmo avere dentro di noi quelle impurità indecenti.
Vorremmo essere semplici “ostriche vuote”, senza corpi estranei di vario genere, dei “puri” insomma.
Ma questo è impossibile, e anche qualora ci considerassimo tali, ciò non significherebbe che non siamo mai stati feriti, ma solo che non lo riconosciamo, non riusciamo ad accettarlo, che non abbiamo saputo perdonarci e perdonare, comprendere e trasformare il dolore in amore; e saremmo semplicemente poveri
e terribilmente vuoti.

Davanti a Dio non ci sono personaggi

Il desiderio di essere dei personaggi oggi è abbastanza diffuso: si ambisce ad essere influencer con tanti followers; oppure ad andare in televisione, ad essere protagonisti di qualcuno di quei programmi che permettono anche alle persone comuni e senza doti particolari di farsi vedere, di essere famosi per una sera o per un giorno, di essere riconosciuti il giorno dopo quando si va a fare la spesa. Oppure non fare nulla senza che un fotografo possa immortalare quanto è accaduto e di cui l’io personale diventa protagonista.
Le persone per le quali la fede è ancora un’esperienza importante può darsi che ambiscano ad essere dei personaggi davanti a Dio: persone che si segnalano per il proprio impegno, il proprio zelo, le loro opere buone.
È molto difficile vivere la verità della propria vita: c’è un Narciso che vigila sulla soglia della nostra coscienza, a difesa del nostro onore, del nostro buon nome, della nostra onestà: anche davanti a Dio, che vorremmo costringere a riconoscere i nostri meriti e a darci la “patente” di cristiani per bene, meritevoli dell’elogio di Dio.
Questo è il paradosso: la nostra vita buona ci ha permesso di costruire il personaggio che pretendiamo di esibire anche davanti a Dio.
Questa vita impegnata spesso fa crescere il senso di noi stessi, ci fa sentire protagonisti, mette al centro della scena della nostra vita il nostro Io. Chi vive con questo spirito, non ha bisogno di salvezza: sono le sue scelte, le sue azioni, le sue opere a salvarlo.
La vera fede è quella che si affida a Dio, nel dono e nella dimenticanza di sé.
Dio non chiede di essere convinto dalle nostre opere buone: piuttosto è un Padre buono che conosce la nostra fragilità, anche quando noi stessi non la sappiamo riconoscere, ed è pronto ad accoglierci così come siamo, perché ci vuole bene.
Restituiti alla verità della nostra condizione personale, che fare? Disperarci perché si è infranta la maschera che ci teneva prigionieri del nostro personaggio? Oppure gioire perché attraverso quello scacco abbiamo potuto conoscere che c’è un amore che è più forte del peccato, del limite e della fragilità umana e che ci permette di riconciliarci con la persona che siamo?
Fine di un personaggio; inizio di una vita da persona.
Allora possiamo permetterci anche di essere fragili; non abbiamo nulla da dimostrare a Dio. Possiamo permetterci di continuare a fare il bene, con cuore libero e semplice, che non tiene il conto dei propri meriti.
Così, resi veri da una nuova esperienza di Dio, possiamo anche guardare con benevolenza ai nostri fratelli, senza più la pretesa di essere migliori di loro.
La comunità cristiana ha un grande bisogno di persone che non accampino la pretesa di essere migliori degli altri, e che siano disposte umilmente a mettersi a servizio di ciò di cui vi è bisogno, dove vi è bisogno. Così insegna il Vangelo.

S. Francesco d’Assisi

San Francesco è un “autentico gigante della santità”, che con la sua gioia “continua ad affascinare moltissime persone di ogni età e di ogni credo religioso”. Tra la gioia e la santità c’è infatti un rapporto indissolubile, e il “giullare di Dio”, con la sua vita, ne è stato un esempio insuperabile.
Fu proprio Pio XII – che nel 1939 lo proclamò, insieme a santa Caterina, patrono d’Italia – a utilizzare queste parole, sottolineando gli “insuperabili esempi di vita evangelica” che il Poverello diede ai “cittadini di quella sua tanto turbolenta età”. Colpisce che, oggi come ieri, si parla di una età turbolenta.
Siamo chiamati a vivere “l’ora presente” perché “svegliati dagli urti della realtà” e ci muoviamo, come credenti, non per ambizione di novità o per riformare il mondo, ma per “riformare noi stessi”.
Ecco allora che in questa prospettiva evangelica, in un periodo in cui la Chiesa viene raccontata e interpretata soltanto attraverso le categorie della “crisi” e dello “scandalo”, l’attualità di san Francesco rappresenta un esempio di vita concreta. Due parole possono aiutarci: la “rinuncia” e la “fede”.
La rinuncia “semplice e dolce” di Francesco rappresenta, in realtà, per l’uomo di ogni tempo qualcosa di sconvolgente e scandaloso. Rinunciare a tutto, abbandonare i beni terreni, dimenticarsi della carriera e dei successi mondani per intraprendere una “vita nuova”, e trovarsi poi alla fine della vita “nudo sulla nuda terra”, rappresenta ancora oggi qualcosa di indicibile.
E poi la “fede” che è, sostanzialmente, la risposta attuale alle domande di ogni tempo.
La fede che in Francesco si fa anche magnifica obbedienza, e che segna un crocevia fondamentale tra
l’eresia e la salvezza della Chiesa.
Uno degli snodi decisivi della vita del Poverello di Assisi, ancora oggi estremamente attuale, è il rapporto che si viene a configurare con papa Innocenzo III, a cui Francesco chiede il “permesso” di vivere il Vangelo. Francesco non esige, né sale in cattedra, ma chiede con umiltà.
È la cosiddetta “grazia delle origini” francescane.

Ottobre: mese del rosario

Il rosario resta oggi, come ieri, come sempre e fin dalle sue origini, la preghiera mariana della fede, con una sua caratteristica sintesi della fede, incentrata nel mistero della salvezza.
La caratteristica del Rosario non sta tanto nell’essere una preghiera a Maria costituita in quel determinato modo quanto nell’essere una preghiera con Maria. Se la grande dignità della preghiera liturgica sta nella sua unione con Cristo e la Chiesa, l’umile dignità del Rosario sta nella sua unione con Maria.
E allora non è questione né di cultura né di inculturazione di popolo di clero, né di massa o di elite, né di liturgia o di devozione: il rosario è la preghiera di chiunque -dotto oppure no, laico o religioso, liturgista o devoto- vuol vivere qualche momento della giornata in amabile famigliarità con la Madre del Signore perché senza fine gli parli del Signore.
La preghiera dell’Ave Maria non è altro che la ripetizione dell’evento fondamentale del mistero cristiano: Dio diventa uomo nel grembo della vergine, perché l’uomo diventi il figlio di Dio.
Il mistero dell’amore di Dio si svela al mondo in quell’evento che viene mirabilmente compendiato nella preghiera dell’ Ave Maria.
Maria, che è anche la chiave di accesso al mistero di Dio, nella preghiera del Rosario apre le porte della contemplazione a chiunque voglia entrare per fare esperienza di Dio.
Perché, come accade in Galilea la Vergine aveva chiesto il miracolo e Gesù lo aveva fatto, così ancor oggi questa attenta Madre si prende cura di noi se la invitiamo a partecipare alle vicende della nostra vita.
Lei intercederà affinché Gesù, come a Cana, non “sostituisca” la nostra vita -come tante volte noi vorremmo per sfuggire dalla nostra realtà – ma la trasforma per poterci realizzare in pienezza.
Il rosario della vergine è un efficace strumento di preghiera di contemplazione che ci potrà aiutare a riscoprire questa presenza di Dio nel nostro quotidiano a rivivere la vita del Cristo sull’esempio di Maria che conservava viva nel suo cuore la memoria delle cose di Dio.
La contemplazione di Maria è fatta di parola, di croce, di spirito Santo. Ogni vita contemplativa, nella chiesa nasce essenzialmente da una parola che lo Spirito genera nel cuore dell’uomo e fa maturare nella fecondità pasquale della croce. Per questo una vita contemplativa autentica ha bisogno di tanto deserto, di tanta solitudine feconda nello spirito, di tanta gioia di una vera penitenza.
È nota l’affermazione del cardinal Newman: “il rosario è il credo che diventa preghiera” più che una definizione vera è proprio un’intuizione, che però cogliere il senso più autentico, più originale e originario di queste devozione

Pregare per le nostre guide e chi ci governa

“Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.” In questi versi riceviamo una chiara esortazione dall’apostolo Paolo che dobbiamo pregare per tutte le persone. Questo include coloro che saranno chiamati a governare l’Italia dopo le votazioni. Quando guardiamo alla politica e a chi ha il potere e a coloro che lottano per il potere può sembrare come se questo sia un compito inutile. Possiamo quasi chiederci che tipo di aiuto sarebbe pregare per persone forse lontane da Dio e orgogliose, che certamente non sono disposte ad essere guidate da Dio! È bene prestare attenzione a quello che ha scritto Paolo e pregare per le nostre guide e chiedere a Dio di guidare le loro vie. Possiamo chiedere a Dio di agire e guidare le questioni affinché possiamo condurre “una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.”
Per esempio, possiamo pregare che non passi alcuna legge o che non venga presa alcuna decisione che abbatterebbe l’integrità morale del paese. Possiamo chiedere che l’interesse personale, la rincorsa al successo, alla ricchezza non debba prendere il sopravvento nel pensiero dei politici. Possiamo anche chiedere a Dio di proteggere la sicurezza della nostra patria soprattutto per il bene delle nostre famiglie, la loro serenità, la loro tranquillità e dignità. Possiamo chiedere che vengano tutelate le persone più povere, fragili, anziane. Possiamo chiedere che i giovani possano avere un futuro garantito sia per il lavoro che per una vita all’altezza delle aspettative. Che i più piccoli possano crescere in ambienti educativi validi e di estrema sicurezza. Possiamo chiedere a Dio tutto ciò che riteniamo utile per il bene comune.

Torniamo al gusto del pane

“Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale”.
È il tema del XXVII Congresso Eucaristico Nazionale a Matera. Il Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana lo ha definito «parte integrante del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, in quanto manifestazione di una Chiesa che trae dall’Eucaristia il proprio paradigma sinodale».
Se Chiesa e Sinodo sono sinonimi, come affermava Giovanni Crisostomo, entrambi hanno nell’Eucaristia la fonte della comunione, il principio della missione e il sostegno per il cammino. La prassi celebrativa e la riflessione teologica ci insegnano che anche Chiesa ed Eucaristia non si possono pensare se non fortemente unite attraverso la partecipazione alla mensa di Cristo, quando secondo le parole di sant’Agostino, «fatti membra del suo corpo, siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto». Lì, Eucaristia e Chiesa appaiono così strettamente congiunte da essere l’unico Corpo di Cristo.
A Matera, le Chiese che sono in Italia in cammino sinodale si ritroveranno intorno all’Eucaristia per vivere un tempo di contemplazione e di preghiera. In quelle giornate, a far da guida sarà il tema del Pane, quel cibo che ci rende partecipi della vita vera e che è, in Cristo, l’offerta a Dio di noi stessi e del mondo intero. Il Signore «ci raduni intorno alla mensa, ci doni di tornare al gusto del pane: frutto della terra, segno del suo amore, che diffonde il profumo del lavoro dell’uomo. Dal fuoco dello Spirito è reso nutrimento che di molti fa uno, Vita nuova per il mondo». Con queste parole, che risuoneranno nel canto dell’inno del Congresso Eucaristico, nella preghiera e nelle celebrazioni Eucaristiche ci sentiamo uniti a tutti coloro che
vivranno di persona il Congresso Eucaristico Nazionale.

Congresso Eucaristico a Matera

Insieme siamo l’unico corpo di Cristo, l’unica famiglia di Dio.
Il senso di appartenenza ci conferma che solo insieme esprimiamo la Chiesa e mostriamo la bellezza di essere immagine e somiglianza di Dio. Siamo inseriti nel mistero trinitario dove la relazione tra le persone esprime la pienezza dell’amore fecondo, mentre la solitudine e l’isolamento producono la sterilità di un amore autoreferenziale. È nell’Eucaristia che Gesù si è fatto nostro cibo e bevanda di salvezza, consentendoci di essere in comunione piena con lui, attraverso la comunione che si vive con i fratelli. È esattamente il contrario di quella forma rituale che diventa ripetitiva esclusivamente per rispettare un precetto e ricevere la comunione ma senza vivere la comunione. È la logica dell’abitudine, della ripetitività formale.
Tornare al gusto del pane significa soprattutto ripartire dall’Eucaristia.
Una Chiesa che rispondendo alle sfide del momento presente pone l’Eucaristia quale “fonte e apice di tutta la vita cristiana”. Il cammino sinodale è risposta a quanto lo Spirito Santo sta suggerendo e indicando: Chiesa che ascolta, partendo dal basso, in uscita. «Le nostre Chiese in Italia sono coinvolte nel cambiamento epocale; allora non bastano alcuni ritocchi marginali per mettersi in ascolto di ciò che, gemendo, lo Spirito dice alle Chiese. Siamo dentro le doglie del parto.
È tempo di sottoporre con decisione al discernimento comunitario l’assetto della nostra pastorale, lasciando da parte le tentazioni conservative e restauratrici e, nello spirito della viva tradizione ecclesiale – tutt’altra cosa dagli allestimenti museali – affrontare con decisione il tema della “riforma”, cioè del recupero di una “forma” più evangelica; se la riforma è compito continuo della Chiesa»

Giovedì eucaristico

Adorazione Eucaristica per la Pace in Ucraina

Il sussidio è stato preparato dall’Ufficio Liturgico Nazionale.
Il momento di preghiera per invocare il dono della pace in Ucraina è suggerito dalla CEI aderendo alla proposta del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa in occasione del viaggio apostolico di Sua Santità Francesco in Kazakhstan.
Il sussidio per l’adorazione per la pace lo potrete trovare e usare personalmente giovedì mattina quando il Santissimo Sacramento sarà esposto per l’adorazione personale in Chiesina dalle ore 8.00 alle ore 11.30

“Torniamo al gusto del pane”
Tutti ne abbiamo conosciuto la bontà! Il pane, che è “frutto della terra” e porta con sé “il profumo del lavoro dell’uomo”, è segno dell’amore del Creatore e insieme della dignità del creato e di ogni creatura.
Gesù lo sapeva bene, per questo “ci dona di tornare al gusto del pane”: il gusto del pane è il gusto degli altri. Non solo quel gusto odoroso placa la nostra fame fisica ma anche quella di fraternità: “è il pane della festa sulla tavola dei figli” , di reciproca fiducia perché “crea condivisione”, di bellezza di cose buone che danno senso ai nostri giorni; di quei valori senza i quali mancherebbe il gusto stesso del vivere. Sa sempre di amicizia e fraternità: è “il pane della pace nelle nostre contese, dov’è divisione ricrea l’unione, placa dissidi, riapre al dialogo, risana ferite, profuma di perdono”.
Invito chiaro e forse troppo impegnativo per noi, Chiesa in cammino nella storia. “Il pane della forza sulle strade di chi è stanco, sostegno ai profeti, ristoro ai viandanti”.
“Io sono il pane vivo” : nutrirsi di Cristo Eucarestia ci fa più vivi, più autenticamente veri! È davvero vivo chi è pane buono per gli altri, chi “si spezza” in briciole d’oro di fraternità, chi si fa mangiare come il Maestro. Con la stessa straordinaria libertà di Cristo, con la sua stessa immensa fiducia, con il suo stesso incommensurabile Amore possiamo divenire pane che consola, raccoglie il pianto, ascolta fatiche, sostiene stanchezze Efrem il Siro (teologo e poeta del IV secolo) diceva: “Abbiamo mangiato il fuoco nel pane”. Ricevere il Pane eucaristico è come ricevere il fuoco dello Spirito ed essere vivificati; accogliere Cristo, il Figlio, è accogliere la sua “offerta d’amore” al Padre; la sua vita in noi ci fa suo corpo. “Dal fuoco dello Spirito è reso nutrimento che di molti fa uno”. Arrestare questo dinamismo è il peggiore tradimento dell’Eucarestia! “Fate questo in memoria di me”: è la consegna per sempre del pane della cura, della fiducia, della tenerezza per la terra e per ogni creatura; “rinnova la speranza”, “memoria della Pasqua, profezia del Regno”, questo Pane è “Vita nuova per il mondo”.

RITORNANO I GIOVEDÌ ESUCARISTICI, CIOÈ LA POSSIBILITÀ, DURANTE LA MATTINATA DI QUESTO GIORNO, DI INCONTRARE PERSONALMENTE GESÙ EUCARISTIA ESPOSTO SULL’ALTARE IN CAPPELLINA.

Esaltazione S. Croce

Gli storici dicono che la festa dell’Esaltazione delle Croce abbia avuto origine a Gerusalemme dove esistevano due basiliche costruite al tempo e per opera di Costantino. La ricorrenza della loro dedicazione era ogni anno celebrata con grande solennità; vi convenivano da ogni parte vescovi, ecclesiastici, monaci e fedeli, molti dei quali pellegrini. In tale occasione si facevano venerare le reliquie della croce del Signore. Nell’anno 335 a Gerusalemme l’imperatore Costantino, assieme alla madre Elena, fece consacrare la grande Basilica della Resurrezione, divenuta, col tempo, la Basilica del Santo Sepolcro, ancor oggi, meta di pellegrinaggi. La Basilica include, al suo interno, la piccola altura del Calvario e il Sepolcro del Redentore. Qui si venera il legno ritenuto della croce di Gesù. Per i cristiani orientali la solennità della Esaltazione della Croce è paragonabile a quella della Pasqua.
 Nei due termini della Festa di oggi – Esaltazione della Croce – c’è tutto il paradosso cristiano in quanto essi sembrano uno la negazione dell’altro. Infatti, che senso può avere celebrare una festa chiamata “Esaltazione della Croce” in una società che cerca appassionatamente ogni genere di “confort”, la comodità e il massimo benessere? Più di una persona si chiederà come sia possibile ancora esaltare la croce. Dobbiamo continuare ad alimentare un cristianesimo centrato sull’agonia del Calvario e nelle piaghe del Crocifisso?  Sono interrogativi molto ragionevoli che hanno bisogno di una risposta chiarificatrice. La croce è simbolo di sofferenza atroce, «il supplizio più terribile e più infamante» (Cicerone, In Verrem II) riservato dai romani agli schiavi. Al contrario nel Prefazio la Chiesa canta: «Nell’albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dall’albero traeva vittoria, [il Maligno, autore della morte] dall’albero venisse sconfitto». Lo strumento di supplizio, fino allora oggetto di infamia, diventò per i cristiani la gloria e san Paolo non volle che gloriarsi «se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (Antifona d’ingresso della Messa).
 Esaltare la Santa Croce significa richiamare insieme i due volti della redenzione compiuta da Cristo Gesù il Figlio di Dio: la morte e la risurrezione. E se le celebrazioni pasquali li presentano in due momenti distinti, la morte in croce nel venerdì santo, e la risurrezione nella domenica di Pasqua, essi costituiscono un unico mistero. Due volti dunque dello stesso mistero pasquale che i primi cristiani avevano ben compreso raffigurando non il Crocifisso ma la sola croce d’oro e impreziosita da gemme. La Croce esaltata in quanto strumento e segno di salvezza e dell’amore più grande. La festa della Esaltazione della Santa Croce, infatti, non intende celebrare il legno dalla croce, ma il mistero d’amore che su di essa si è compiuto. Nell’Innocente Crocifisso la croce da strumento di condanna diventa strumento di salvezza in forza del dono di sé. L’atto d’infinito amore compiuto da Gesù in croce è diventato l’unico atto di amore dell’umanità redenta. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».