Siamo in cammino! Dal vivere in casa propria…ad uscire e andare nella casa della comunità

Nella prospettiva del cammino della Chiesa nel tempo, il riferimento alla risurrezione di Cristo e la scadenza settimanale di tale solenne memoria aiutano a ricordare il carattere “pellegrinante” del popolo di Dio. Di domenica in domenica, infatti, la Chiesa procede verso l’ultimo “giorno del Signore”, la domenica senza fine. Siamo chiamati dallo Spirito del Signore, che ci spinge a uscire dal proprio piccolo mondo personale e di famiglia, per entrare in contatto con un mondo più vasto di persone, di idee, di modi di fare e problemi. Ogni persona arriva da posti diversi, dalla propria casa con esperienze varie di vita, di famiglia, di lavoro, di amicizia, di studio… ed entra in una “casa”, che è la “casa della comunità”, si inserisce in una “famiglia”, “la famiglia di Dio”, che si presenta come il luogo delle esperienze che coinvolgono più persone e che aprono al mondo intero, in cui si buttano giù le barriere che ci dividono dagli altri, dai loro problemi e modi di pensare, dai grandi problemi della vita.
Ci si apre più spontaneamente a tutta la realtà e si accetta di comunicare gratuitamente con gli altri credenti, di stare con loro senza troppi tornaconti. Si decide di ascoltare e lasciarsi misurare dalla esperienza degli altri. Si entra in “chiesa”, quale luogo – anche fisico – a cui la comunità fa un costante riferimento.

Cos’è cambiato?

La strada Gerusalemme-Emmaus, il panorama, i chilometri del percorso, le vicende della morte di Gesù, la tomba vuota… I fatti sono ancora gli stessi. Ma ormai c’è una prospettiva nuova: la fede; è cambiato definitivamente il modo di vedere e vivere quei fatti. La fede fa la differenza. 
“Il racconto evangelico attribuisce la trasformazione alla spiegazione delle Sacre Scritture… L’itinerario dischiuso dalla parola di Gesù incrocia lo sconsolato viaggio di ritorno dei due discepoli e lo fa diventare un cammino di speranza, un progressivo avvicinamento ai progetti di Dio, un  pellegrinaggio verso la Pasqua, l’Eucaristia, la Chiesa, la missione fino agli estremi confini della terra”.
“Resta con noi, perché si fa sera”. È la prima e la più commovente preghiera della comunità cristiana rivolta a Gesù risorto. San Giovanni Paolo II, nella lettera Mane Nobiscum Domine (resta con noi, Signore), mette in evidenza il dinamismo missionario che nasce dall’Eucaristia: “I due discepoli di Emmaus «partirono senza indugio», per comunicare ciò che avevano visto e udito…
L’incontro con Cristo, continuamente approfondito nell’intimità eucaristica, suscita nella Chiesa e in ciascun cristiano l’urgenza di testimoniare e di evangelizzare… Il congedo alla fine di ogni Messa costituisce una consegna, che spinge il cristiano all’impegno per la propagazione del Vangelo e la animazione cristiana della società”. Da parte sua, Papa Francesco parla della attrazione, del contagio missionario, della gioia cristiana, che accompagnano la diffusione del Vangelo.
I Vangeli della Pasqua sottolineano con chiarezza la fatica e insieme la gioia dei primi discepoli nel credere. I due di Emmaus riconoscono che quel compagno di strada è Gesù quando Egli spezza il pane. Quando noi condividiamo la nostra vita e diventiamo pane spezzato per gli altri, è il momento in cui facciamo esperienza di risurrezione; le delusioni si trasformano in speranza. Nel momento in cui ci facciamo dono per gli altri, la vita s’accende di luce e di gioia: diventa una Pasqua!

3 domenica di Pasqua

L’esperienza pasquale dei due discepoli di Emmaus (Vangelo della 3 domenica di Pasqua) è scandita su tappe evidenti, simili al cammino spirituale di molte persone. L’evangelista ha costruito tutto il suo racconto attorno all’immagine del cammino: un cammino di andata e un cammino di ritorno. Un cammino che allontana da Gerusalemme (con sentimenti di delusione, tristezza, isolamento…)
e un cammino di ritorno (con occhi aperti, cuore ardente, passo svelto, gioia per portare una ‘bella notizia’…). Si tratta di un’esperienza esemplare, emblematica.  In realtà la strada di Emmaus è il cammino di ogni cristiano, di ogni persona. Il testo di Luca indica anche una chiara metodologia
missionaria e catechetica, in cui si riscontrano le tappe del metodo pastorale: vedere, giudicare,
agire, celebrare…

  1. L’esperienza parte da una realtà di delusione e di fallimento: i due discepoli, incapaci come gli altri di trovare un senso ai fatti avvenuti in quella pasqua, si isolano allontanandosi dal gruppo, hanno il volto triste, “noi speravamo… sono passati tre giorni”.
  2. Il cambio di scenario si produce con l’avvento di un viandante, che risulta essere ignaro dei fatti del giorno. I due accettano di condividere il viaggio con lui e lo ascoltano. Entrano così in una tappa di illuminazione sugli avvenimenti, fatta da Gesù stesso, che spiega loro “in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui.
  3. Ora sono pronti per la celebrazione e la contemplazione: il cuore dei due discepoli arde; 
    pregano assieme il Risorto: “Resta con noi”; sono a tavola, assieme; Gesù compie il gesto rituale di prendere il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo dà; si aprono i loro occhi e lo riconoscono.
  4. E finalmente arriva il momento di agire, l’ora della missione: partono senza indugio di ritorno a Gerusalemme, come per un imperativo che nasce dall’incontro con Gesù. Si ricongiungono alla comunità degli altri discepoli e si comunicano le rispettive esperienze con il Risorto. Ormai i discepoli sono certi che Cristo è risorto e ne sono tutti testimoni, come proclama coraggiosamente Pietro sulla piazza di Gerusalemme la mattina di Pentecoste.

Verso Emmaus: un itinerario eucaristico

L’episodio di Emmaus, descritto in maniera meravigliosa da Luca, indica tutte le tappe dell’eucaristia. È la sera di Pasqua, infatti, che i due discepoli lasciano Gerusalemme, il luogo della speranza, e camminano nella tristezza. Qualcuno si accompagna a loro, misterioso compagno di viaggio, che si mostra inquieto per le loro preoccupazioni. Partendo dalla Scrittura per arrivare al loro vissuto, rivolge loro la parola, che riscalda il loro cuore, al punto che lo invitano a restare.
“Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista”. Gesù, dopo l’apertura delle loro intelligenze alle Scritture, apre i loro occhi alla fede. Gesù scompare, poiché d’ora in poi egli può essere riconosciuto attraverso i segni eucaristici. “E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”. Capovolgimento della direzione di tutta una vita: partiti da Gerusalemme nella tristezza della morte, vi ritornano con il cuore bruciante per aver incontrato il Risorto.

Dal giorno del Signore al giorno della comunità

San Giustino afferma: “Nel giorno detto del sole (la domenica), si fa l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna, convengono nello stesso luogo e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette. Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle. Quindi, tutti insieme, ci alziamo ed eleviamo preghiere ad alta voce e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine, a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi” (Prima Apologia 67).

Cos’è la speranza?

Nella Lettera agli Ebrei che dice: “casa di Dio siete voi cristiani, se custodite libertà e speranza”. Dobbiamo essere costruttori e custodi di speranza e libertà.
La speranza è tendere a qualcosa, custodire germogli dentro di me.
Si tratta di seminare occhi nuovi per guardare in modo nuovo il mondo, per essere pronti a un nuovo inizio. La domenica di Pasqua è il primo giorno della settimana, un nuovo inizio, ma per coglierlo occorre avere gli occhi dell’esploratore che anche nel quotidiano non dà nulla per ovvio o scontato ma cerca ogni giorno l’inedito. A casa mia, nel mio giardino, cammino in modo abitudinario o con l’atteggiamento dell’esploratore? Ho la capacità di vivere in modo diverso le stesse cose?
La novità non è nelle cose che accadono ma nel vederle con occhi nuovi.
La mia speranza è poter vivere in piena libertà.
Noi siamo a immagine di Dio quando riusciamo a non subire i condizionamenti, ad affrancarci dagli ergastoli interiori nei quali ci incateniamo da soli.
Libertà e speranza sono, insieme all’amore, i grandi motori della vita.

La speranza è una corda tesa: un capo è saldo nelle mani di Dio, l’altro raggiunge me

In ebraico speranza ha la stessa radice di corda.
La Pasqua è il momento più bello e più importante per un cristiano: come parlare di speranza e di gioia nel nostro mondo?
La speranza è un atto di fede e non ha nulla dell’ottimismo legato all’andamento positivo della vita, alla ripresa economica o a quant’altro. Il cristiano non è un ottimista; ha speranza.

La mattina di Pasqua corrono tutti come se avessero dentro un fuoco che li spinge …

C’è un dinamismo straordinario. Non si corre così per andare da un morto; corrono perché percepiscono qualcosa di incomprensibile, ma di immenso. Corrono perché la notizia non può aspettare, Gesù merita l’urgenza. Di fronte alla Pasqua ci sentiamo inadeguati, in ritardo; anche noi sentiamo il bisogno di correre interiormente. Forse non è ancora fede ma una speranza, un’ansia illogica e antica come le montagne. Gesù dice alle donne di avvertire i discepoli che lo troveranno in Galilea: anche lui corre per precederli. È un Dio migratore, che avanza e apre cammini.
La fede nasce da una corsa e porta a correre perché ha origine da un’esplosione, da un innamoramento urlato a piena voce del Dio fatto dolore.

Domenica della Divina Misericordia

Questa domenica – seconda domenica di Pasqua o Domenica in albis, cioè in cui si deponevano le vesti bianche del battesimo celebrato nella veglia pasquale – è diventata anche la domenica della divina misericordia, per iniziativa di s. Giovanni Paolo II nel 2000, con riferimento a s. Faustina Kowalska. I discepoli erano scappati, il loro leader, Pietro, aveva rinnegato il Maestro, quasi tutti l’avevano abbandonato: che cosa di meno affidabile di quel gruppo allo sbando? E tuttavia Gesù viene e offre il suo perdono. Lo offre in particolare a Tommaso, che non riusciva ad aprirsi alla fede nella risurrezione. Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero delle fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre.

2 domenica di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
I discepoli erano chiusi in casa per paura. Casa di buio e di paura, mentre fuori è primavera: e venne Gesù a porte chiuse. In mezzo ai suoi, come apertura, schema di aperture continue, passatore di chiusure e di frontiere, pellegrino dell’eternità. Venne Gesù e stette in mezzo a loro. Nel centro della loro paura, in mezzo a loro, non sopra di loro, non in alto, non davanti, ma al centro, perché tutti sono importanti allo stesso modo. Lui sta al centro della comunità, nell’incontro, nel legame: lo Spirito del Signore non abita nell’io, non nel tu, egli abita tra l’io e il tu. In mezzo a loro, senza gesti clamorosi, solo esserci: presenza è l’altro nome dell’amore. Non accusa, non rimprovera, non abbandona, “sta in mezzo”. Pace a voi, annuncia, come una carezza sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulla tristezza che scolora i giorni. Gli avvenimenti di Pasqua, non sono semplici “apparizioni del Risorto”, sono degli incontri, con tutto lo splendore, l’umiltà, la potenza generativa dell’incontro. Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora chiusi in quella stessa stanza. E invece di alzare la voce o di lanciare ultimatum, invece di ritirarsi per l’imperfezione di quelle vite, Gesù incontra, accompagna, con l’arte dell’accompagnamento, la fede nascente dei suoi. Guarda, tocca, metti il dito… La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente di percorso da dimenticare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto che il suo amore folle ha raggiunto, e per questo resteranno eternamente aperte. Ai discepoli ha fatto vedere le sue ferite, tutta la sua umanità.
E dentro c’era tutta la sua divinità. Metti qui la tua mano: qualche volta mi perdo a immaginare che forse un giorno anch’io sentirò le stesse parole, anch’io potrò mettere, tremando, facendomi condurre, cieco di lacrime, mettere la mia mano nel cuore di Dio. E sentirmi amato. Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! L’ultima beatitudine è per noi, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede e inciampa, per chi ricomincia. Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato: con una beatitudine, con il profumo della gioia, col rischio della felicità, con una promessa di vita capace di attraversare tutto il dolore del mondo, e i deserti sanguinosi della storia.