Adorazione comunitaria e recita del rosario eucaristico

oggi dalle ore 17 alle ore 18

L’intimità divina con il Cristo, nel silenzio della contemplazione, non ci allontana dai nostri  contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti e aperti alle gioie e agli affanni degli uomini e allarga il cuore alle dimensioni del mondo.

Essa ci rende solidali verso i nostri fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Ogni persona che prega il Salvatore trascina dietro di sé il mondo intero e lo eleva a Dio. Coloro che s’incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio; essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo conoscono o che sono lontani da Lui;

essi vegliano dinanzi a Lui, in loro nome. I fedeli, quando adorano Cristo presente nel Santissimo Sacramento, devono ricordarsi che questa presenza deriva dal Sacrificio e tende alla comunione sia sacramentale che spirituale.

Esorto, chi ne ha la possibilità, in preparazione alla Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, a vivere insieme una tre giorni di preparazione con l’adorazione Eucaristica comunitaria, poiché noi siamo tutti chiamati a rimanere in modo permanente in presenza di Dio, grazie a Colui che resterà con noi fino alla fine dei tempi.

Adorazione comunitaria e recita del rosario eucaristico

oggi dalle ore 17 alle ore 18

L’intimità divina con il Cristo, nel silenzio della contemplazione, non ci allontana dai nostri  contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti e aperti alle gioie e agli affanni degli uomini e allarga il cuore alle dimensioni del mondo.

Essa ci rende solidali verso i nostri fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Ogni persona che prega il Salvatore trascina dietro di sé il mondo intero e lo eleva a Dio. Coloro che s’incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio; essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo conoscono o che sono lontani da Lui;

essi vegliano dinanzi a Lui, in loro nome. I fedeli, quando adorano Cristo presente nel Santissimo Sacramento, devono ricordarsi che questa presenza deriva dal Sacrificio e tende alla comunione sia sacramentale che spirituale.

Esorto, chi ne ha la possibilità, in preparazione alla Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, a vivere insieme una tre giorni di preparazione con l’adorazione Eucaristica comunitaria, poiché noi siamo tutti chiamati a rimanere in modo permanente in presenza di Dio, grazie a Colui che resterà con noi fino alla fine dei tempi.

La geografia dei vizi: la lussuria

“Quando l’altro diventa oggetto”

La Lussuria è un vizio del corpo.  È relativa alla sessualità. La sessualità non è una parte corporea dominata dal desiderio del piacere, ma è un modo di essere persona umana.

L’uomo e la donna sono sessuati in tutte le cellule del loro corpo e in tutte le espressioni della loro vita.

La sessualità è forza di relazione in cui l’uomo e la donna comunicando in un rapporto interpersonale si comunicano a vicenda la loro vita. Il tradimento e la perversione maggiore della sessualità avviene quando la sessualità non è più vissuta come comunicazione feconda di vita, ma come ricerca di piacere fisico nel quale ognuno dei due si chiude, impedendosi di comunicare. Non è più forza di dialogo e di umanizzazione, ma diventa forza di piacere e di incomunicabilità. In questa concezione il peccato maggiore contro la sessualità è il peccato di mancanza di amore. L’uomo e la donna non si uniscono nel linguaggio dell’amore, ma nel mutismo del piacere. La lussuria è proprio questo tradimento della sessualità. Riduce la persona a due corpi in cerca di piacere e attenua o addirittura annulla tutta la capacità di relazione feconda che la sessualità porta dentro di sé. La lussuria non è solo l’immersione della persona nel piacere fisico, ma la negazione della comunicazione di amore e il rispetto dovuto alla persona.

Tuttavia l’affermazione di Gesù: “Dal cuore umano escono fornicazioni, concupiscenze, impudicizia”, ci rende coscienti che la lussuria è anche “un vizio dell’anima”, che nasce dal cuore e che a partire dal cuore va combattuta. Chi è preda di questo “pensiero” assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo una scissione della propria personalità e una “codificazione” dell’altro. Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità voluta da Dio, il quale, all’atto di creare l’uomo e la donna, “li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi”.

Il desiderio sessuale è santo, è un invito a un cammino verso la comunione: il piacere sessuale è un fenomeno complesso, che non riguarda solo la genialità ma la persona intera. Esso è l’epifania del dono di sé all’altro, è il coronamento dell’unione e, come tale, è inscritto nella storia d’amore di un uomo e di una donna; al contrario, la lussuria consiste nell’intendere il piacere come qualcosa che è scisso dai soggetti ed è perciò una ferita inferta a se stessi, all’altro e, in definitiva, a quel Dio di cui l’essere umano è immagine.

Si inizia a essere preda della lussuria con quello sguardo vorace che è già un acconsentire alla tentazione, come Gesù ha avvertito: “Chiunque guarda una donna con concupiscenza ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”. Egli ha anche detto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”, per indicare che solo la percezione del mistero dell’altro può aprire al dono della conoscenza di Dio.

Non è possibile pensare di “vedere Dio”, se non si è imparato a vedere l’altro nella sua verità, cioè come soggetto e oggetto di amore e di libertà: “Chi non ama suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Ecco perché Paolo potrà scrivere: “Il corpo non è per la fornicazione, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo … Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo e che non appartenete a voi stessi?”. La grande tradizione cristiana insegna che per affrontare la lussuria occorre un’igiene dei pensieri, una lotta per dominare fantasie sessuali distorte, e così poter accedere alla percezione del mistero del corpo, il proprio e quello altrui.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Con l’Enciclica Laudato si’, come papa Francesco afferma nella conclusione, il discorso della cura e salvaguardia del creato diventa insieme gioioso e drammatico. Le prospettive sono certamente di speranza, ma strettamente ancorate ad una realtà che è crocifissa. Il Papa ha voluto sintetizzare i tantissimi contributi offerti negli ultimi trent’anni da scienziati, economisti, leader carismatici di differenti credi religiosi, rilanciarne le denunce drammatiche ed indicare profeticamente le piste percorribili per soluzioni efficaci. Le cose che ci ha donato con questo scritto appaiono terribilmente scomode per chi ha da difendere posizioni di potere, conquistate con connivenze criminali. Sì, criminali. Perché sotto accusa c’è un preciso modello di sviluppo che per alimentare se stesso non ha avuto scrupoli ad inquinare più della metà del pianeta, tacitando scienziati, ridicolizzando profeti, calpestando popoli e distruggendo, anche con l’eliminazione fisica, chi ha tentato di opporvisi.

Le cose che ci dice non sono in se stesse nuove. Nuovo è il pulpito da cui vengono annunciate.

                  

La preghiera

Dio amorevole, Creatore del cielo, della terra e di tutto ciò che contengono.Apri le nostre menti e tocca i nostri cuori,affinché possiamo essere parte del creato, tuo dono.Sii presente ai bisognosi in questi tempi difficili,specialmente i più poveri e i più vulnerabili.Aiutaci a mostrare solidarietà creativa nell’affrontare le conseguenze di questa pandemia globale. Rendici coraggiosi nell’abbracciare i cambiamenti rivolti alla ricerca del bene comune. Ora più che mai, che possiamo sentire di essere tutti interconnessi e interdipendenti.

Fai in modo che riusciamo ad ascoltare e rispondere al grido della terra e al grido dei poveri. Possano le sofferenze attuali essere i dolori del parto di un mondo più fraterno e sostenibile.

Sotto lo sguardo amorevole di Maria Ausiliatrice,ti preghiamo per Cristo Nostro Signore. Amen.

Spezziamo il pane 2020

Progetto a sostegno delle famiglie in difficoltà  fortemente aumentate

nel tempo dell’emergenza COVID-19

Come di consueto proponiamo per la solennità del Corpus Domini l’iniziativa: SPEZZIAMO IL PANE. Una delle testimonianze più significative e concrete delle prime comunità cristiane parte dalla famiglia. Le case diventate “piccole chiese domestiche”, erano il luogo dove ci si radunava per celebrare l’Eucaristia nel Giorno del Signore. La semplicità della tavola diventava la mensa dove poter rinnovare il sacrificio della Pasqua, che chiamavano “lo spezzare del pane”, lo stesso gesto di Gesù nell’Ultima cena.

La stessa mensa accoglieva il cibo che i primi cristiani erano capaci di condividere tra loro come fratelli attenti ai bisogni dei più poveri in segno di comunione. Ecco perché, in questo tempo d’emergenza, si è pensato ad un gesto da compiere insieme, in famiglia, in occasione della Festa del Corpus Domini 2020.

A differenza di altri anni, in cui era concessa la possibilità di coinvolgere giovani nella “notte ai forni” per la preparazione del pane che nel giorno del Corpus Domini veniva distribuito alle Parrocchie, quest’anno proponiamo di fare il pane, ognuno nella propria famiglia, con il Kit “fatto in Casa” di Caritas Lodigiana. Una piccola scatola contenete farina, lievito e sale già dosati ed una preghiera per benedire la mensa della domenica. Le offerte che raccoglieremo con il kit “Fatto in casa” (minimo 3 Euro) sosterranno nuclei famigliari che vivono difficoltà legate al basso reddito ed alla mancanza di lavoro. Si tratta di persone che faticano ad arrivare a fine mese, a pagare le bollette e l’affitto, a sostenere le spese sanitarie o alimentari. Non si tratta, purtroppo, di casi isolati e straordinari, ma di un triste quadro che dipinge l’ordinarietà.

Così il fare Eucaristia la domenica in casa non sarà una parentesi che si apre e si chiude, ma il fiorire di un dono di amore intessuto di quotidianità. “Una goccia di carità nel mare dell’emergenza”. Forte, da parte della Caritas, è il desiderio di essere vicini, con azioni concrete ed immediate, alle famiglie in difficoltà fortemente aumentate nel tempo dell’emergenza COVID-19.

È possibile acquistare il kit venendo a messa sabato 13 o domenica 14 giugno oppure telefonando in Parrocchia o ad Antonia Sanchirico e verrà portato a casa.

Tre Persone

La festa di oggi medita il mistero del Dio di Gesù, un Dio che è comunione profonda, Trinità. Dio non è il solitario perfetto, l’incommensurabile, l’onnipotente – certo – ma solitario Motore Immobile (il sommo egoista bastante a se stesso?). Dio è festa, famiglia, comunione, danza, relazione, dono.

Dio è tre persone che si amano talmente, che se la intendono così bene che noi – da fuori – ne vediamo solo uno. Abbiamo una così triste opinione di Dio! La Scrittura ci annuncia che Dio è una festa ben riuscita, una comunione perfetta. Che bello vedere realizzato in Dio ciò che noi da sempre desideriamo: tre persone che non si confondono, che non si annullano in un’indefinita energia cosmica, ma che, nella loro specificità, operano con intesa assoluta. A questa comunione siamo invitati come singoli e come comunità cristiana. È alla Trinità che dobbiamo guardare nel progetto di costruzione delle nostre comunità: la Chiesa è lo spazio pubblicitario della Trinità nel mondo d’oggi.

Guardando alla Chiesa l’uomo si accorge di essere capace di comunione. Uniti nella diversità, nel rispetto l’uno dell’altro, nell’amore semplice, concreto, benevolo, facciamo diventare il nostro essere Chiesa splendore di questo inatteso Dio comunione.

Festa della Ss. Trinità

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza”: è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà.

“O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

La danza della Trinità

Di fronte al mistero infinito della Santissima Trinità le parole non possono che tentare qualche timido balbettio. Non a caso i teologi dei primi secoli usarono il vocabolario della danza per suggerire il paradosso del Dio uno e trino. I Padri della Chiesa videro in alcune immagini dell’Antico Testamento una “prefigurazione” della Trinità, ma essa è “rivelata” veramente solo nel nuovo Testamento. È soprattutto la scena del battesimo di Gesù a essere usata come “base” scritturistica. Un “mistero indicibile”, rivelato ai piccoli, coloro che sono disposti a entrare nel “gioco” della Rivelazione.

La geografia dei vizi: l’accidia

“Tutti in giostra ma con il cuore vuoto”

Accidia, e che sarà mai? Tra tutti i vizi, è l’unico racchiuso in una parola che da tempo non appartiene al linguaggio comune. Che superbo, un attacco d’ira, sei goloso, ti invidio … queste espressioni ci sono chiare, e ci capita di usarle; ma nessun professore dirà a uno studente: ultimamente ti vedo accidioso. Accidia, ovvero: negligenza, indifferenza, trascuratezza, instabilità, pessimismo, sconforto, noia.

È la figura del fannullone, così ben designata dallo scrittore umorista Jerome K. Jerome: “Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo”.

Il sospetto è che l’accidia, nel ventunesimo secolo, sia qualcosa di diffuso.

È la condizione di chi non padroneggia la propria vita, non sa darle una direzione, ha perso lo scopo. Di chi detesta tutto ciò che non ha, salvo detestarlo non appena se ne impossessa. Di chi non sa più perché sta vivendo. Eppure vive. Tutti viviamo e andiamo sempre più veloci, frenetici, con l’agenda strapiena.

Come possiamo dunque essere accidiosi, se non stiamo mai fermi e produciamo e ci arricchiamo senza sosta? Dovremmo essere l’esatto contrario dell’accidioso. La vita degli accidiosi contemporanei è simile a una giostra: si muove frenetica, ma non va da nessuna parte. Gli accidiosi sono indaffaratissimi ma improduttivi, perché privi di ideali e di passioni. Forse ci siamo. L’accidia è l’incapacità di sentir vibrare il proprio cuore, di appassionarsi davvero alla famiglia e alla professione, di perseguire un grande progetto di vita.

Se ciò è vero, l’accidia è forse il più diffuso vizio sociale. “Questo vizio   –  scrive un blogger nel suo sito  –  è il male del nostro tempo. Viviamo senza passione, senza impeto, sforzandoci come matti di mostrare ogni giorno nuovi interessi, tanti impegni, grande dinamismo … ma sempre più attenti a non venir feriti, delusi o abbandonati. Riempiamo, con mille sciocchezze, un contenitore che per molti si è svuotato lentamente. Tanto lentamente da non farcene accorgere: il cuore”.

 L’accidia è il vizio capitale dimenticato, è come calata la cortina del silenzio.

Accidia: la tristezza del bene spirituale, soprattutto del bene divino” (s. Tommaso).

Accidia: una tristezza affaticante” (s. Giovanni Damasceno).

Chi intraprende un cammino di vita spirituale sa per esperienza che la noia, l’aridità, la stanchezza, il rifiuto delle cose divine sono sempre in agguato, mentre rimane vivo il richiamo delle cose terrene e materiali. Questa sensazione non è peccato finché resta allo stadio di sensazione: denota solo l’imperfezione del cristiano e la fragilità della sua conversione. Diventa peccato quando l’uomo si lascia dominare da questo stato d’animo e abbandona il cammino verso Dio, preferendo prima l’inerzia e poi ricercando beni alternativi. L’accidia è il rifiuto dell’amore di Dio e della gioia che l’anima assapora nel suo rapporto con Dio.

Il bene divino che dovrebbe dare gioia all’anima, viene invece vissuto come un  peso e viene rifiutato. E con il bene divino vengono rifiutate tutte le realtà che fanno parte del mondo di Dio e che sono gli strumenti per accedere a questo mondo: la Beatitudine, l’amicizia con Dio, i Sacramenti, la preghiera, la vita di Grazia, le buone opere, la Legge di Dio. Tutto diventa faticoso, noioso, insopportabile. San Tommaso nella risposta a chi obiettava che l’accidia non è un peccato perché non si oppone ad un precetto in particolare, dice che l’accidia si oppone al precetto della santificazione del sabato. È il riposo dello spirito in Dio, che viene invece rifiutato da chi non trova riposo, ma tristezza nel bene divino. Il richiamo al sabato apre un nuovo capitolo sull’accidia. Infatti la cultura attuale propone con sempre maggiore insistenza il tema del “tempo-libero”. Può diventare il tempo del vuoto, il tempo del non-fare, per reazione ad un tempo di stress e di fatica prodotta dal lavoro.

La domenica non come tempo dedicato a Dio e alle cose spirituali.

L’insostenibile leggerezza del Bene

Il male trova un grande sostegno nel tempo presente. È sponsorizzato dalla spettacolarità delle immagini televisive e cinematografiche ed è il filo conduttore del passatempo per i bambini che consumano cartoni, in cui le relazioni umane sono fondate spesso sui fatti di forza o di violenza, e videogiochi. Il male, l’uccidere per esempio, finisce per appassionare e tenere la vista, come anche la mente, occupata nelle tecniche relative a come fare del male al prossimo. Ma ciò che ancor più colpisce, in questa nostra società, è l’inutilità del bene.

Nulla lo promuove e se si offre un gesto di bontà, un’attenzione gratuita, una risposta “strana” rispetto alla regola dominante, essa non trova riconoscimento, nemmeno si viene ringraziati. Penso subito alla strada: se lascio passare un’auto, rallentando, considerate le strade strette in alcuni punti della nostra zona, non sono quasi mai ringraziato. Lo so che il bene dovrebbe essere compiuto per sé, senza ricercarne la mercede e semmai aspettarsela nell’altra vita, oltre il tempo mortale. Ma sono convinto in ogni caso che dovrebbe esserci anche un riconoscimento su questa terra, un valorizzare gesti belli e positivi, altrimenti il bene scompare e saremmo sopraffatti solo dai dispetti, dal male, potendosi dire contenti solo se non abbiamo ricevuto improperi, o evitato disgrazie. Il bene, quando si limita a evitare una disgrazia, grande o piccola, non ha alcun senso, poiché non produce nulla. Il bene tende a essere ridotto ai vantaggi economici. Un bene tramutato in oggetti.

Il bene  –  dal gesto gentile ad un sorriso, fino a dare la propria vita perché si è parte dell’altro  –  è perdente in questa società. Un’insensibilità al bene a cui si è giunti seguendo un decrescendo drammatico: prima la professionalità, poi la paura della violenza quotidiana e il sospetto, dunque la chiusura nel privato, poi il costo del fare il bene, che va dalla “perdita di tempo” al rischio di danni a sé o alle cose proprie, poi la percezione del non riconoscimento: tutto ciò allontana dai bisogni del prossimo. E così non lo vediamo o scappiamo tra mille giustificazioni plausibili. In questa società c’è bisogno di riportare il gusto del bene, il piacere di farlo, la gratificazione per averlo espresso e promosso. Insomma, una società che ha banalizzato il male ed è insensibile al bene fino a nemmeno riconoscerlo, non può che essere una società perduta, una nave in mezzo al mare senza riferimenti, in balia di un’onda che la può inabissare.

Mentre il male va in video, il bene scompare nel silenzio e nell’indifferenza. Sempre più spesso si sente affermare “non sono affari miei”, “non mi riguarda” e il mondo risulta costituito di tante isole, di tanti narcisi dove ognuno guarda a se stesso e ignora l’altro e semmai lo strumentalizza al proprio tornaconto. Non c’è certo posto per il bene, ma per il proprio bene che è sempre una profanazione, poiché il bene ha una dimensione comune, un’appartenenza a una intera società. So che esiste nel nostro paese, nella nostra comunità un volontariato straordinario con la voglia di fare il bene per il bene, anzi con il gusto e il piacere di farlo. Spero proprio che queste persone non si scoraggino di fronte alle molteplici e crescenti difficoltà (soprattutto la mancanza di riconoscimento del bene).

Spero proprio che queste persone continuino a dare volto concreto al bene, a testa alta, con passione e a mostrarlo con “umiltà”, perché il bene deve essere visto, soprattutto dalle nuove generazioni.

Don Giuseppe