Solo nel silenzio si può ascoltare la voce di Dio

Usare le parole con la Parola

Le parole sono importanti. Gesù dice che saremo giudicati su ogni parola infondata. Forse noi cristiani dovremmo ascoltare di più quanto ci dice la Parola di Dio sulle nostre parole Certo, se noi cristiani osservassimo di più la Parola di Dio, cambierebbe e di molto il tono dei nostri dibattiti. Per esempio, come sarebbero i nostri commenti e le nostre riflessioni se mettessimo in pratica queste parole di San Paolo?
“Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano (…) Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Lettera agli Efesini 4, 29-32).

La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti (Romani 12,9-18).

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

“Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”. L’evangelista Luca annota lo stupore di Giuseppe e di Maria. Lo stupore è possibile solo a patto che si rinunci ai propri pregiudizi. Quando si è convinti di aver capito tutto, e di sapere tutto, allora il cuore non è più nella posizione dello stupore. Quando invece ci si ricorda che l’altro, per quanto lo amiamo e lo conosciamo, rimane comunque un mistero ai nostri occhi, allora si è disposti a lasciarsi stupire, perché il tesoro che nell’altro è nascosto è visibile agli occhi di chi ama autenticamente. Maria e Giuseppe vivono con Gesù la loro vita e la loro quotidianità, ma ogni tanto accade qualcosa che li stupisce, che ricorda loro che Gesù è sempre molto più di quello che loro credono o capiscono. Troppo spesso le nostre relazioni non funzionano più perché non siamo più disposti allo stupore dell’altro. Viviamo con il pregiudizio presuntuoso di sapere ormai chi è che ci sta accanto. Pensiamo che l’altro sia la somma dei suoi pregi e dei suoi difetti. Ci illudiamo che conoscendo il suo carattere conosciamo davvero lui o lei, ma la verità è che quando pensiamo di racchiudere chi amiamo in una definizione ben precisa, mozziamo in lui o lei la possibilità dell’imprevisto, del mistero che li abita. Essere familiari con qualcuno non deve mai significare di smettere di attenderci una novità da lui. Giuseppe è capace di questo stupore perché ha vissuto accanto a due misteriose bellezze: Gesù e Maria.

Solo nel silenzio si può ascoltare la voce di Dio

Usare le parole con la Parola

Le parole sono importanti. Gesù dice che saremo giudicati su ogni parola infondata. Forse noi cristiani dovremmo ascoltare di più quanto ci dice la Parola di Dio sulle nostre parole Certo, se noi cristiani osservassimo di più la Parola di Dio, cambierebbe e di molto il tono dei nostri dibattiti. Per esempio, come sarebbero i nostri commenti e le nostre riflessioni se mettessimo in pratica queste parole di San Paolo?
“Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano (…) Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Lettera agli Efesini 4, 29-32).

Il rischio che corriamo noi cristiani è quello di leggere, ascoltare, scrivere e dire tantissime parole (inutili) senza ascoltare più la Parola di Dio. Senza quel silenzio che si mette in ascolto dell’unica Parola necessaria, le nostre parole forse possono voler difendere Dio, Gesù, Maria, la Chiesa, la dottrina cattolica, ma non sono parole cristiane. Senza questo silenzio, chi vuol vedere il male, continuerà a vederlo anche di fronte alla cosa più bella del mondo, anche lì troverà un dettaglio, un piccolo difetto, una piccola macchia scura, per dire che tutto è marcio. E convincerà molti che è così. Passiamo tanto tempo in mezzo alle chiacchiere e ci perdiamo la forza della Parola: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Lettera agli Ebrei 4, 12).
Resta la domanda: noi cristiani, nell’uso delle parole, abbiamo il coraggio di mettere in pratica la Parola di Dio?

Figli nel Figlio…

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione di Nostro Signore. Gesù scelse di prendere con sé alcuni discepoli
per salire sul Monte Tabor a pregare. Pietro, Giacomo e Giovanni furono scelti per assistere all’ineffabile: Cristo apparve nel suo Corpo glorioso. Mentre pregava, «il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e
sfolgorante» e due uomini, anch’essi apparsi nella loro gloria, parlavano con Lui del compimento in Gerusalemme del suo sacrificio: erano Mosè ed Elia che rappresentavano la Legge e i Profeti.

Nella trasfigurazione traspare quel mistero di pienezza di vita che Gesù possiede, una pienezza di vita determinata dal suo legame col Padre, la fonte della vita. Questo è il mistero di Gesù.
In ogni uomo, in realtà c’è un mistero: quel che vediamo con gli occhi della carne è sempre e solo la superficie. Bisogna imparare a cogliere la profondità dell’uomo con gli occhi della fede.
E sono questi occhi a scoprire che anche la nostra vita vive un’eguale comunione con Dio, la fonte della vita.
Ma il nostro volto non risplende…
La vita divina che il Padre ci comunica trova in noi l’ostacolo del peccato. Dio comunica attraverso il suo Spirito questa pienezza di vita, ma il peccato interrompe la comunicazione; noi viviamo una vita dimezzata.
La trasfigurazione ci rivela in Gesù ciò che noi possiamo essere, ciò che siamo chiamati ad essere se ci manteniamo uniti a Dio, la fonte della vita. Alla fine saremo anche noi luminosi, anche noi avremo una pienezza di vita come Gesù. Anche il nostro volto risplenderà e udremo la voce del Padre che si compiacerà di noi. Ma il cammino è ancora lungo e impegnativo, tutto il percorso che i discepoli faranno fino alla Pasqua non è altro che un’immagine del cammino che l’umanità deve ancora percorrere per raggiungere la pienezza della salvezza.

Trasfigurazione: vedere l’invisibile

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione di Nostro Signore. Gesù scelse di prendere con sé alcuni discepoli
per salire sul Monte Tabor a pregare. Pietro, Giacomo e Giovanni furono scelti per assistere all’ineffabile: Cristo apparve nel suo Corpo glorioso. Mentre pregava, «il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e
sfolgorante» e due uomini, anch’essi apparsi nella loro gloria, parlavano con Lui del compimento in Gerusalemme del suo sacrificio: erano Mosè ed Elia che rappresentavano la Legge e i Profeti.

Se apriamo gli occhi della fede sull’invisibile che è reale e presente, la trasfigurazione ci consegna innanzitutto un messaggio che riguarda Gesù. Il grande messaggio della trasfigurazione per il presente è che nella nostra vita non manca la luminosa presenza di Cristo, siamo solo noi che spesso abbiamo occhi incapaci di riconoscerLo. Anche noi come gli apostoli vediamo la sua vita umana e non siamo capaci di intravedere la vita divina in Lui. Dio è presente in mezzo a noi in Cristo, ma i nostri occhi, come quelli dei discepoli, sono spesso incapaci di riconoscerlo. Questa condizione non era solo tipica della via dei discepoli prima della risurrezione di Gesù, ma anche dopo, quando appare il Signore glorioso, il risorto, la loro vista resta spesso debole e offuscata nei confronti della sua presenza. Ancora oggi abbiamo bisogno che Dio apra i nostri occhi perché diventiamo capaci di riconoscerLo presente nella nostra vita: è il dono della fede.

Trasfigurazione del Signore

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione di Nostro Signore. Gesù scelse di prendere con sé alcuni discepoli
per salire sul Monte Tabor a pregare. Pietro, Giacomo e Giovanni furono scelti per assistere all’ineffabile: Cristo apparve nel suo Corpo glorioso. Mentre pregava, «il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e
sfolgorante» e due uomini, anch’essi apparsi nella loro gloria, parlavano con Lui del compimento in Gerusalemme del suo sacrificio: erano Mosè ed Elia che rappresentavano la Legge e i Profeti.

Questo passaggio del vangelo, il momento della trasfigurazione, non è semplicemente un fatto privato, un colloquio intimo tra Gesù e alcuni apostoli per rincuorarli in vista della passione. Se certo immediatamente e storicamente ha avuto questa prima funzione, la sua prospettiva era però più ampia. Su quel monte inizia la rivelazione della vita nuova dei salvati ed il cammino della comunità della nuova alleanza, quella Chiesa che poco prima Gesù stesso aveva promesso di fondare sulla roccia della fede di Pietro e sulla disponibilità dei. discepoli a portare ciascuno la propria croce.
Se leggiamo così il brano della trasfigurazione non c’è quindi alcuna meraviglia nello scoprire che per la Chiesa orientale la festa della Trasfigurazione, che si celebra il 6 agosto, abbia una importanza grandissima.
Nella tradizione orientale è infatti considerata la Pasqua dell’estate: il passaggio dal popolo dell’Antica a quello della Nuova Alleanza. Nella trasfigurazione sul monte, Gesù si manifesta ai suoi discepoli in tutto lo splendore della vita divina che è in Lui. Una vita che è venuto a comunicarci e che in questo brano viene annunciata. Questo splendore è solo anticipo di quello che lo avvolgerà nella notte di Pasqua e che comunicherà a noi rendendoci figli di Dio. La trasfigurazione è dunque l’annuncio della vita divina che Gesù possiede e che ogni cristiano riceve da Lui nella potenza dello Spirito Santo.
La spiritualità cristiana, partendo da questo brano, ha compreso la vita del credente come un processo di lenta trasformazione in Cristo, Cristo glorioso che si compirà nella risurrezione finale.
Un modo di leggere questo brano di vangelo è dunque di vedervi un annuncio della risurrezione e della gloria che ci circonderà. Gesù trasfigurato e Gesù risorto sono le immagini di come saremo anche noi nella risurrezione finale. Ma è possibile distinguere queste due immagini, scoprire che se Gesù trasfigurato annuncia Gesù risorto, parla però anche di una condizione diversa, di una gloria che precede la risurrezione finale, che fa già parte di questo mondo in cammino verso la risurrezione.
Questa immagine ci interessa in modo particolare, perché non parla solo del nostro futuro, ma anche del nostro presente.
Infatti il brano della trasfigurazione, così ricco di simboli che rimandano all’AT, non parla soltanto del futuro, della vita dopo la risurrezione finale, ma anche del presente, del nostro oggi, della nostra vita di figli di Dio nella comunità della nuova alleanza, la Chiesa.
La trasfigurazione è una visione nel senso più vero del termine.
I discepoli non subiscono una allucinazione, non si tratta di una costruzione simbolica della loro fantasia, né di un annuncio profetico di una condizione futura. Essi “vedono” ciò che già prima c’era, ma non erano capaci di vedere. Gesù si mostra loro per quello che è e li rende così capaci di vedere l’invisibile.
Un invisibile che lo riguarda e ci riguarda al tempo stesso

Accuse contro Gesù: trasgressore della Legge e indemoniato

Usare le parole con la Parola

Le parole sono importanti. Gesù dice che saremo giudicati su ogni parola infondata. Forse noi cristiani dovremmo ascoltare di più quanto ci dice la Parola di Dio sulle nostre parole Certo, se noi cristiani osservassimo di più la Parola di Dio, cambierebbe e di molto il tono dei nostri dibattiti. Per esempio, come sarebbero i nostri commenti e le nostre riflessioni se mettessimo in pratica queste parole di San Paolo?
“Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano (…) Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Lettera agli Efesini 4, 29-32).

Quando condanniamo in modo molto facile, pensiamo a Gesù che è stato accusato di essere un bestemmiatore, un sovvertitore della tradizione, un trasgressore delle leggi divine, addirittura un indemoniato. Come cambierebbero le nostre parole se ascoltassimo la sua Parola?
“Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?

Saremo giudicati su ogni parola infondata

Usare le parole con la Parola

Le parole sono importanti. Gesù dice che saremo giudicati su ogni parola infondata. Forse noi cristiani dovremmo ascoltare di più quanto ci dice la Parola di Dio sulle nostre parole Certo, se noi cristiani osservassimo di più la Parola di Dio, cambierebbe e di molto il tono dei nostri dibattiti. Per esempio, come sarebbero i nostri commenti e le nostre riflessioni se mettessimo in pratica queste parole di San Paolo?
“Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano (…) Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Lettera agli Efesini 4, 29-32).

Come cambierebbe il tono delle nostre riflessioni, se prendessimo in seria considerazione questa celebre esortazione di San Paolo? Addirittura gareggiare nello stimarsi a vicenda…
“La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda … Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite … Non rendete a nessuno male per male” (Lettera ai Romani 12, 9-17).

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Ogni vero amore è tale solo se libera e lascia liberi.
L’amore che possiede non è amore, è egoismo travestito da amore.
La teologia chiama “amore casto” l’amore capace di essere libero dal possesso. La castità quindi è la capacità di amare liberi dal possesso.
In questo senso, Giuseppe è castissimo. Nessuno più di lui ha saputo amare senza usare la logica predatoria di voler tenere per sé ciò che ha amato. Lo si capisce da almeno due cose: accogliere la gravidanza di Maria, lasciandosi quindi deludere nelle sue aspettative, e l’episodio di Gesù dodicenne che rimane a Gerusalemme senza che Maria e Giuseppe se ne accorgano. Quella “perdita” è prova del fatto che Giuseppe sa amare Gesù fino al punto di lasciarlo libero di seguire una strada non tracciata da loro.
Quado lo ritrovano è Maria a parlare: “Tuo padre e io angosciati ti cercavamo”.
Giuseppe non interviene e incassa la risposta di Gesù: “Non sapevate che dovevo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ancora silenzio da parte di Giuseppe.
È il silenzio di chi accetta di soffrire nell’amore.
Infatti, l’amore casto è l’amore che accetta che l’altro sia diverso dalle nostre aspettative. È amore che accetta che l’altro sbagli. È amore che sa perdonare. È amore che sa farsi da parte perché l’altro divenga pienamente sé stesso. È amore che sa tacere. È amore che viene a cercarti.
È amore che ti riprende con sé.
È amore che cammina accanto a te.

Comunicare oggi la fede in famiglia

La casa – mi verrebbe da dire – è un luogo di privilegio per il Vangelo, perché il clima della casa sveste inesorabilmente la fede da ogni forma di solennità aulica o di vaga astrattezza, da ogni tono predicatorio.
La casa ridona alla fede il colore della vita quotidiana. Non ci sono pulpiti né amboni, c’è la tavola, il letto, la lampada e le parole sono sposate alle cose di ogni giorno, alla concretezza del vivere. La casa ha la possibilità
di restituire il colore della vita alla fede. Non sarà anche per questo che Gesù i suoi discepoli li manda nelle case. Case e strade sono luoghi dove non si usa il verbo “proclamare”, dove invece prende forma e cuore il verbo “raccontare”, raccontarsi, il verbo della relazione. Se la comunicazione della fede prende la forma del parlarsi dentro il calore di una relazione, una cosa dovrebbe preoccuparci: il venire meno, nelle case, del tempo della relazione, terreno fertile al cui caldo cresce anche il grano della fede.
Tra i sogni di tanti di noi rimane una tavola intorno alla quale ci si possa raccontare.
Una volta accadeva, oggi è diventato quasi un miraggio. Sempre più a fatica coincidono i tempi dell’uno e dell’altro e quando, per grazia, accade, è duro resistere all’invasione, alla fascinazione prepotente dei mezzi di comunicazione.
Il Vangelo deve radicarsi dentro il racconto della vita, nel suono di parole che conoscono sussulti.
È dalla vita che nascono domande, quella che non hanno età. Chi sono io? Chi è l’altro per me?
Che cosa ci facciamo su questa terra? Che cosa cerchiamo? Che cosa significa amare?
Il Vangelo ha a che fare con queste domande. Comunicare la fede conosce l’arte di suscitare domande. Le definizioni ci fanno immobili, come i monumenti. Le domande mettono in cammino.