In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo

Come Lui, che per divina condiscendenza riceve ciò che è nostro, escluso il peccato, ci invita ogni anno a preparare la nostra anima e il nostro corpo per farne Sua dimora regale, così ci invita a pregare e a collaborare per la riconciliazione e il superamento delle nostre divisioni. Cristo nasce e diventa bambino per la nostra salvezza. Come gli angeli, i magi, i pastori e l’intera creazione Lo hanno accolto con devozione e la stella l’ha manifestato ai popoli, così spetta a noi convertirci ed unirci nell’unico corpo mistico per lodare ed inneggiare, con una sola voce ed un solo cuore, il Suo onorabilissimo e magnifico Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

S. Agnese

Le notizie sulla vita e il martirio di Agnese sono varie e talvolta contrastanti, ma hanno riferimenti antichi, primo fra tutti un carme inciso sulla sua lastra tombale, composto da papa Damaso, morto nel 384, che riporta una fonte orale. Collezionando le fonti ne escono alcuni dati: Agnese di famiglia romana e cristiana – forse patrizia, ma secondo alcuni figlia di liberti – si consacrò giovanissima a Dio; a dodici anni, durante le persecuzioni di Diocleziano, mentre molti cristiani abiuravano, mantenne la sua fedeltà al Cristo. Il figlio del prefetto di Roma, invaghitosi di lei e respinto, la denunciò alle autorità; forse lo stesso prefetto la fece esporre nuda in un luogo per pubbliche prostitute nel circo Agonale, oggi cripta di Sant’Agnese in piazza Navona. Fu gettata nel fuoco, ma le fiamme si divisero senza lambirla, mentre i capelli le crebbero al punto di ricoprire il corpo nudo. Fu infine trafitta con un colpo di spada alla gola, così come si uccidevano gli agnelli. Anche per questo nell’iconografia è raffigurata spesso con un agnello, simbolo del candore e del sacrificio. Il martirio è stato collocato da alcuni fra 249 e 251 durante la persecuzione decretata dall’imperatore Decio, altri lo pongono nel 304, durante l’ultima grande persecuzione, voluta da Diocleziano. Dopo la sua morte, il corpo fu sepolto nelle catacombe lungo la via Nomentana, oggi conosciute con il suo nome.
La donna e la bellezza
La festa di sant’Agnese ci fa pensare e pregare per il mondo femminile, soprattutto le ragazze, le adolescenti e preadolescenti. Come dice papa Francesco, «la donna è colei che fa bello il mondo, che lo custodisce e mantiene in vita. Vi porta la grazia che fa nuove le cose, l’abbraccio che include, il coraggio di donarsi». Ma a quale bellezza sono chiamate le ragazze e le donne? Ecco perché guardare a Sant’Agnese: lasciarsi interpellare da lei che ha lasciato un segno di bellezza nel mondo, facendosi dono e testimone della “bellezza dell’amore” nella misura in cui si è donata incondizionatamente per un bene più grande.
In questo senso ciascuna ragazza, nel suo quotidiano, può essere generatrice di bellezza.
Più in generale, è la femminilità in sé ad avere uno stile proprio, che si riflette nei diversi contesti della vita quotidiana e lasciare un segno indelebile di autentica bellezza.

Ogni giorno è da vivere

Ogni mattina è una giornata intera che riceviamo dalle mani di Dio. Dio ci dà una giornata intera da lui stesso preparata per noi. Non vi è nulla di troppo e nulla di “non abbondanza”, nulla di indifferente e nulla di inutile. È un capolavoro di giornata che viene a chiederci di essere vissuto. Noi la guardiamo come una pagina di agenda, segnata d’una cifra e d’un mese.
La trattiamo alla leggera come un foglio di carta. Se potessimo frugare il mondo e vedere questo giorno elaborarsi e nascere dal fondo dei secoli, comprenderemmo il valore di un solo giorno umano.

S. Bassiano, vescovo

Se Lodi fu a lungo ritenuta una “città miracolosa”, il merito è del suo patrono San Bassiano. Secondo la leggenda infatti, il santo di Siracusa, entrando in città come vescovo nel 374 d.C., guarì molte persone dalla lebbra, promettendo che nessun lodigiano ne sarebbe più stato colpito. E così fu.
I miracoli di Bassiano, erano in realtà cominciati assai prima, quando, ancora giovinetto, volendo diventare cristiano, riparò a Ravenna per sfuggire alle ire del padre di fede pagana.
Durante il viaggio, in un bosco egli incappò in una cerva con due cerbiatti che si accucciarono ai suoi piedi. Pur davanti alla scena di un animale selvatico ammansito, i cacciatori che li inseguivano non vollero rinunciare alla preda, e per questo caddero tramortiti a terra per mano di Bassiano, intenzionato a difendere gli animali. Si poterono rialzare solo dopo il suo perdono, ma da questa popolare leggenda l’attributo iconografico del santo, oltre al pastorale da vescovo, è proprio quella cerva. Il santo morì a ben 90 anni, nel 409, dopo una vita intensa e dopo aver partecipato anche ai funerali dell’amico Ambrogio. Le sue reliquie, poste prima nella Basilica di Lodi Vecchio, sono ora nella cattedrale di Lodi, dove il 19 gennaio si tiene la tradizionale Festa di San Bassiano.

L’unità dei cristiani

In questa Settimana, la Chiesa di Cristo invita i suoi figli a pregare per la così tanto desiderata, ma così lacerata nei secoli, unità visibile della Chiesa. Rivolge questo invito sempre inalterato nei momenti felici, nei momenti di guerra, di carestie, di malattie. Non lo rivolge riferendosi all’uomo, stressato da tante preoccupazioni e dalle tentazioni tramite le quali la nostra epoca cerca di distrarlo, rendendolo indifferente verso le questioni di fede, ma lo rivolge, perlopiù, alle conseguenze che queste distrazioni e tentazioni, in generale, portano, come la paura, l’angoscia, la mancanza di fiducia verso il prossimo, che potenzialmente rischia di diventare la causa della nostra sofferenza. L’umanità di oggi si richiude in se stessa, cerca di recidere i rapporti con il prossimo e vivere non soltanto in una separatezza fisica, ma in un isolamento spirituale, che fa crescere a dismisura la sua solitudine e la sua sofferenza psicofisica.

Arenandosi nella loro solitudine esistenziale, gli uomini e le donne di oggi gridano a se stessi e si chiedono: ma che valore può avere la nostra preghiera davanti alle tante divisioni che strappano l’unica tunica di Cristo? Che valore può avere la preghiera di fronte al dominio della morte? Non si può rispondere a queste domande, se prima l’essere umano non accetta spiritualmente il grande evento della Visita Divina. Tante volte le condizioni della vita umana induriscono il cuore e la grazia di Dio fa fatica a penetrarlo. Per poter capire e accettare chi è Colui che ci visita e al Quale rivolgiamo la preghiera, l’uomo deve preparare il presepio della sua anima, non tramite un cambiamento esteriore o attraverso uno sterile perfezionamento morale. Ci vuole la conversione di tutto il nostro essere, accettare Cristo come il Signore della nostra vita, accogliendolo nella nostra anima, pur sapendo che essa assomiglia più ad una stalla, riempita da tutto ciò che ci affligge e ci opprime. È molto bello il paragone che i Padri fanno tra anima e stalla.
Come Cristo si è degnato di nascere in una stalla, così si degna e sì rallegra quando entra nella nostra anima convertita

Stando insieme come comunità cristiana, pregando, elevando suppliche e dossologia al nostro unico Salvatore in ogni giorno di questa Settimana, nella celebrazione dell’Eucaristia, riviviamo anche noi misticamente quella notte, dove il cielo e la terra si sono uniti in un’unica lode. Illuminati dal comune battesimo, insieme siamo come piccole stelle che adornano in modo intellegibile il cielo spirituale della Chiesa di Cristo e l’intero universo. Una grande casa capace di accogliere il prossimo non come straniero ma quale fratello e sorella che cerca una famiglia dove trovare sollievo, luce e speranza.

«La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla».

In Russia nel XIII secolo furono abbandonati dei bambini e fu dato l’ordine di lasciarli vivere nel bosco, dove trovavano cibo ma senza rivolgere loro la parola, senza dare loro segni di affetto. 
Morirono. Sì, noi siamo umani perché ci viene rivolta la parola e perché parliamo. 
Le parole ci servono per vivere insieme; ma interiormente ogni parola ha una risonanza, accende immagini e pensieri, forgia emozioni e sentimenti.
Le parole sono come sassi scagliati in una pozza: anche il più piccolo provoca un fremito dell’acqua. 
Per questo occorre fare attenzione quando si parla. Bisogna evitare i toni apodittici, perentori, la parola
che vuole imporsi: occorre rispettare la persona che ascolta e la sua dignità; evitare le affermazioni in cui risuonano i paragoni tra le persone; evitare le parole che esigono dagli altri, che ci fanno sembrare persone che danno ordini; evitare “si deve”, “bisogna”, perché queste espressioni negano agli altri discernimento e libera decisione, soprattutto la scelta. Così la comunicazione si spoglia dell’aggressività e può avvenire nella mitezza. Ma ci sono altri pericoli nel linguaggio, a cominciare dall’uso di un doppio linguaggio, di parole contrastanti con i segni o viceversa. Non si devono avere parole e comportamenti contraddittori, in particolare con i bambini, perché si instilla in loro la sfiducia. Un altro pericolo è parlare dell’altro parlando di noi stessi. È facile questa patologia che proietta sugli altri i nostri bisogni e sentimenti, peggio ancora i nostri progetti. L’altro è altro, e occorre rispetto anche nell’amore più forte e passionale.
L’altro deve accendere in me la responsabilità, deve darmi il desiderio di esercitarmi nella bontà e di aiutarlo a crescere nella bontà. È capitale, perché si deve stare insieme, tra amici o amanti, innanzitutto per questo: si sta insieme per farsi del bene, per diventare più buoni. L’uno ha la responsabilità di rendere più buono l’altro. Infine, nel linguaggio occorre vigilare per non diventare negativi, lamentosi, sempre in
collera o abitati dalla rabbia. Succede sovente alle persone iperattive, ma è una situazione che genera
tristezza. Chi si lamenta sempre, vede poco alla volta gli altri allontanarsi da sé. 
Invece è cosa buona comunicare l’essenziale, semplificare, dire tutto con calma e dolcezza, e raccontare: mi sembra l’unica maniera per parlare senza lamentarsi, ma raccontando il mondo e ciò che si vive.
Dirsi all’altro è sempre un’opera di distacco da sé, per poter trasmettere non la propria verità ma la bellezza e i significati possibili della vita: è un’opera di speranza e di fiducia nel mondo. 

Cammini d’amore

La fedeltà del giorno per giorno all’orazione, ai nostri doveri realizzati con amore, si trasforma in un processo che rende straordinario l’ordinario. Abbiamo grandi santi straordinari. Ma ciò che sta ora sulla cresta dell’onda sono i santi ordinari, piccoli nella vita ma grandi nell’amore, come Santa Teresina. Questo spiega il senso della spiritualità del tempo ordinario. È come preparare il pranzo: se fatto con sapore, esso alimenta non solo il corpo, ma anche il cuore. Il sapore è sempre differente. Il pranzo preparato dalla madre non ha solo il sapore ma anche l’amore. Questo amore fa del cibo un legame che unisce. Così è anche del vivere quotidiano; ci doniamo il sapore dello stare uniti, del servire gli altri, nel compimento del dovere. Tutto fatto con amore, è questo che diventa straordinario. Un grande gesto è bello. Un gesto permanente diventa vita.

Nella gioia di vivere

La spiritualità del Tempo Ordinario ci fa scoprire che la vita non è fatta solo di grandi momenti, di grandi eventi, ma di fatti piccoli e soprattutto costanti. Anche la natura ha i suoi  temporali e le sue giornate di bel tempo. Poi c’è il quotidiano del giorno che inizia e della notte che finisce, e diciamo: sempre la stessa cosa! Ci sembra tutto uguale, abbiamo orari, usanze, manie. Ogni giorno può essere, come un bicchiere d’acqua, gustato con piacere. Partecipare la vita: della famiglia, della società, della natura, può essere percepito come dono che genera allegria e crescita.
Lo stesso gesto, fatto con gratuità, si trasforma per noi in un elemento di crescita, allo stesso modo dell’alimento per il corpo: è sempre lo stesso, ma dona sempre vita nuova. Anche il dolore e la sofferenza possono, anche se è difficile, diventare liberatori. La spiritualità del popolo rifiuta la sofferenza e non è capace di percepire in essa il valore della vita, che invece possiede. La croce libera. Certamente dobbiamo curarci, ma anche comprendere che la fragilità fa parte della vita.

Un tempo molto comune

Con la vita che scorre.
Nella liturgia abbiamo diversi tempi. Il più importante è il tempo Pasquale. Dopo abbiamo il Tempo di Natale (che abbiamo appena terminato) e per finire il Tempo Comune o Ordinario (che iniziamo) che occupa 34 settimane dell’anno. È il più grande come estensione e non è meno importante degli altri tempi. In esso non celebriamo un mistero particolare della vita del Signore. Celebriamo ogni settimana, in modo particolare la Domenica, il mistero di Cristo e della Chiesa nella sua globalità. In questo periodo celebriamo con maggiore intensità le feste di Cristo, della Vergine Maria e dei Santi. Così come scorre la vita, percorriamo i cammini del Signore che si intersecano con i nostri. La nostra storia diventa storia di salvezza. Il Tempo Ordinario è una scuola di spiritualità per la vita cristiana. In esso, il Mistero dell’Incarnazione e la Nascita di Gesù si incarnano nella nostra vita. In esso, la Pasqua di liberazione e la Pasqua della Nuova Alleanza, rivivono settimanalmente nel giorno del Signore, la Domenica, e la nostra vita spirituale cresce e prende forza. Così ci prepariamo all’incontro del Signore. In questo tempo, si potrebbe dire: ma è sempre la stessa cosa! invece è così che impariamo a conoscere il valore di ciò che è comune e ripetitivo nella nostra vita. Ogni momento, anche facendo e vivendo la stessa cosa, non viviamo una monotonia, ma un tempo sempre nuovo, poiché ogni momento è un morire e un rinascere. Tutti i tempi grandi derivano da altri tempi che sono il loro piccolo fondamento. In ogni momento viviamo la Nascita e la Pasqua di Cristo. Egli dice sempre: “Ecco che faccio nuove tutte le cose”. La vita fluisce, e ci conduce ad un bella meta.

Che cosa cercano? (3)

I vuoti che sempre di più vengono lasciati nella comunità cristiana, tra le altre cose, dovrebbero pesare sull’anima dei credenti e di quanti hanno a cuore la vita della Chiesa. Le assenze, oltre alle responsabilità proprie e personali, parlano di una Chiesa che affatica nella sintonia con le persone e, prima ancora, con
il Vangelo. Le varie prese di distanza sono un invito ad un nuovo modo di credere: più fedele al Vangelo; capace di coinvolgere tutta la persona: cuore, mente, emozioni, corpo, scelte, progetti di vita.
È necessario comprendere che si può credere con i propri dubbi, con le proprie e altrui fragilità, con i propri e altrui tradimenti: affidarsi alla misericordia significa credere che Dio si prende cura della nostra umanità ferita, e vorrebbe guarirla.
Credere è un giogo leggero, di cui parla il Vangelo. È questa una fede bella per tutti.

“Anime sfiduciate non vedono altro che tenebre gravare sulla faccia della terra. Noi, invece, amiamo riaffermare tutta la nostra fiducia nel Salvatore nostro, che non si è dipartito dal mondo, da Lui redento. Anzi, facendo nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere “i segni dei tempi”, ci sembra di scorgere, in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno bene sperare sulle sorti della chiesa e dell’umanità”.

Con queste parole, il 25 dicembre 1961, nella Bolla Humanae salutis di indizione del Concilio, Giovanni XXIII introduceva la categoria di “segni dei tempi” che divenne poi una cifra di riferimento per esprimere l’atteggiamento nuovo della Chiesa nei confronti del mondo. È necessario osservare il mondo puntando diritto lo sguardo sulla figura di Gesù, motivo di fiducia e di speranza per ogni epoca della storia.
Si tratta di una lettura di fede della storia che cerca i “germogli di bene”.