Il Dio della tenda…

Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura, per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza.
Rispondere alla domanda su chi è l’uomo, porta a progettare la casa dove possa abitare, una casa dove Dio dimora perché egli possa dimorare in Dio. La casa concepita non come fine, ma mezzo attraverso il quale il progetto degli uomini si trasforma in progetto di Dio, attraverso cui una casa di uomini diventa parte di Lui, parte della Sua casa. Dio è relazione, è comunione, è famiglia.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno.

Una maestra di una scuola materna aveva portato la sua classe
a visitare una chiesa con le figure dei santi sulle vetrate luminose.
A scuola il parroco domanda ai bambini: “Chi sono i santi?”.
Un bambino risponde: “Sono quelli che fanno passare la luce”.
 

Commemorazione di tutti i defunti (2)

L’essenziale è questo: piegarsi su quel mistero che è la partecipazione alla vita di Dio, attraverso l’alleanza in Cristo Gesù, nel suo Spirito. Si tratta di un mistero, e quindi non possiamo offrire una definizione o una prova, ma siamo in grado, nonostante tutto, di balbettare sempre qualcosa per far percepire la grandezza di ciò che avviene. La nostra vita viene strappata all’anonimato, a una solitudine angosciosa, e ci sentiamo (e siamo veramente) «figli di Dio». Che cosa significa questo concretamente nella vita quotidiana?
Quale dignità, quale novità comporta? Quali esigenze richiede questa condizione, segnata dalla vicinanza di Dio, dalla sua presenza in noi? Nell’affrontare questo tema si dovrebbe sfuggire a due tentazioni: una sicurezza invadente, e per certi aspetti offensiva; e un atteggiamento spiritualistico che perde di vista i concreti problemi quotidiani. Non si dimentichi che «fin d’ora siamo figli di Dio», ma che questa nostra condizione verrà manifestata solo al tempo del compimento: si sia quindi saggi, pensosi e attenti davanti al mistero. E nello stesso tempo si cerchi di offrire alcune tracce, o anche semplici indizi, di un modo nuovo di vivere, nel segno della fiducia, della benevolenza, della limpidezza, della fraternità, che rendono evidenti l’amore per Dio e per i fratelli.

L’annuncio della vita eterna diventa «Vangelo» per tutti coloro che sono disposti a riporre in Dio la loro fiducia, a seguire la sua Parola, a lanciarsi nell’avventura del Regno. I discepoli di Gesù non sono affatto esenti da insuccessi talora brucianti, da fallimenti, da sofferenze. Essi devono spesso fare i conti con la loro fragilità, con la debolezza, con il peccato. Quanto essi vivono quaggiù, però, è già l’inizio di una adesione a Dio che diverrà definitiva e si manifesterà compiutamente dopo la morte.
Tutto ciò che di nobile e di grande attraversa la vita di un credente, non è destinato ad essere perduto.
Al contrario, ogni gesto e ogni parola di tenerezza e di misericordia, di cordialità e di fraternità, di giustizia e di onestà concorre a far crescere in noi quella vita che Dio ci ha donato e ci porta verso una realizzazione piena. La prospettiva della vita eterna rianima tutti coloro che rischiano di lasciarsi afferrare dal dubbio e dalla sfiducia, o di cedere alla stanchezza e alla durezza del cammino.

Giovedì eucaristico

Il sommo Mistero della nostra fede è la Santissima Eucaristia, reale presenza del Signore Gesù Cristo nel Sacramento dell’altare. Anche dopo la celebrazione dei divini misteri il Signore Gesù resta vivo nel tabernacolo; per questo a Lui viene resa lode specialmente con l’adorazione eucaristica. Esiste un legame intrinseco tra la celebrazione e l’adorazione. La Santa Messa infatti è in se stessa il più grande atto di adorazione della Chiesa.
L’adorazione al di fuori della santa Messa prolunga e intensifica quanto è avvenuto nella celebrazione liturgica, e rende possibile un’accoglienza vera e profonda di Cristo. È bello che la nostra comunità parrocchiale senta e viva la bellezza dell’adorazione. Nella vita di oggi, spesso rumorosa e dispersiva, è più che mai importante recuperare la capacità di silenzio interiore e di raccoglimento: l’adorazione eucaristica permette di farlo non solo intorno all’io, bensì in compagnia di quel Tu pieno d’amore che è Gesù Cristo, il Dio a noi vicino.
La celebrazione eucaristica non esaurisce tutto il contenuto del mistero eucaristico.
L’adorazione è il prolungamento dell’Eucaristia nella vita, in uno spazio e in un momento che tende ad approfondire e a sviluppare tutto ciò che è stato espresso, celebrato e vissuto nell’azione liturgica. L’Eucaristia è prima di tutto una celebrazione, un’azione vivente che sollecita il nostro impegno. Perché essa si realizzi pienamente nella nostra vita, la dobbiamo interiorizzare con una preghiera che ci guidi, ci conduca al servizio dei nostri fratelli in uno spirito d’amore.
Nell’adorazione eucaristica interiorizziamo la celebrazione della Pasqua del Signore.
Il fine dell’Eucaristia è che la Chiesa possa essere progressivamente incorporata nella Pasqua del Signore per non restare «sterile e ingrata» (S. Ireneo).
Con la preghiera di adorazione partecipiamo più profondamente al mistero pasquale.


Commemorazione di tutti i defunti (1)

Ci fa bene, almeno una volta all’anno, essere messi di fronte alla nostra radicale povertà, fare i conti con la nostra vita, in cui è presente anche la morte. Non per cadere nella tristezza, nell’angoscia o nella paura, ma per ritrovare il vero senso della saggezza cristiana, che è colma di speranza.
Tutto questo ci induce, alla fin fine, ad un sano realismo: se troviamo il coraggio di guardare in faccia anche al momento oscuro e doloroso della morte, è perché siamo certi che con la morte non è finito tutto. Il nostro destino è la vita eterna. E la vita eterna comincia quaggiù grazie alla vita di Dio che, a partire dal battesimo, scorre già nelle vene della nostra esistenza. Un motivo in più, allora, per vivere bene questa esistenza che sfocia non in un sepolcro, ma nell’eternità.
Un motivo in più per fare di questo corpo, destinato ad essere trasfigurato dalla gloria di Dio, un riflesso continuo del suo amore e della sua tenerezza.

Nella pienezza di Dio

Parlare di vita eterna obbliga a fare i conti con “questa vita” e quindi con il suo senso, la sua direzione, la sua prospettiva; con il valore affidato al corpo, con una nozione specifica di vita morale, con quel passaggio obbligato da questa all’altra vita che è il momento della morte, con la valutazione della sofferenza, del sacrificio, della “perdita” connessa con un “bene” più grande. Se il cristiano di alcuni secoli fa aveva molto chiaro il fine della sua vita («andare in Paradiso») ed era disposto ad affrontare fatiche e disagi anche grandi pur di raggiungerlo, non si può dire altrettanto del cristiano comune di oggi. È prima di tutto una questione di prospettiva, di impostazione della propria esistenza. Sta avvenendo qualcosa di significativo e di preoccupante, anticipato dalla riflessione filosofica e dalle indagini sociologiche. Uomini e donne di oggi, anche credenti, stanno smarrendo il senso del “centro”, dell’“obiettivo”, della “direzione” della propria esistenza. È come se la vita si frantumasse in tanti pezzetti, ciascuno per conto proprio.
Una collana che ha tante perle, ma che ha perso il filo che le tiene unite. Una fede episodica, che attraversa esperienze anche significative, “forti”, ma non trova un legame solido e una direzione chiara.

Solennità di Tutti i Santi

Un santo è un avaro che va riempiendosi di Dio a furia di vuotarsi di sé. Un santo è un povero che fa la sua fortuna svaligiando i forzieri di Dio. Un santo è un debole che si asserraglia in Dio e in Lui costruisce la sua fortezza. Un santo è un imbecille del mondo, stulta mundi, che si istruisce e si laurea con la sapienza di Dio. Un santo è un ribelle che lega se stesso con le catene della libertà di Dio. Un santo è un miserabile che lava la sua sporcizia nella misericordia di Dio. Un santo è un paria della terra che costruisce in Dio la sua casa, la sua città e la sua patria. Un santo è un codardo che diventa audace e
coraggioso facendosi scudo della potenza di Dio. Un santo è un pusillanime che cresce
e ingigantisce con la magnificenza di Dio. Un santo è un ambizioso di tale statura da
soddisfarsi soltanto possedendo razioni sempre più grandi di Dio… Un santo è un uomo che prende tutto da Dio: un ladro che ruba a Dio anche l’amore con cui può amarlo.

La casa cantiere di santità

La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza, casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e trovare calore e ristoro.
La casa come ambiente naturale e indispensabile per la vita dell’uomo.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama? Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro. Ma l’uomo ha bisogno di ben altro! “Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale. La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas… Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio. Bella e suggestiva è l’immagine tratta dall’Antico Testamento, della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia, tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra, si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.

Uniti possiamo

Riuscirà la nostra comunità parrocchiale a raccogliere in un mese il necessario per il sostentamento di un sacerdote?

Nel mese di novembre la nostra comunità parrocchiale, come altre comunità che sono state scelte, è invitata a contribuire al sostentamento dei parroci attraverso la raccolta di offerte. Possono partecipare tutti. Con la raccolta di circa 1000 euro riusciremo a garantire una mensilità ad un sacerdote dei circa 33.000 impegnati ogni giorno a diffondere i valori del Vangelo in Italia e nei Paesi in via di sviluppo.
Concretamente, nel mese di novembre, sul tavolino dove ci sono i disinfettanti per le mani, all’ingresso della Chiesa, troverai una busta.
La puoi portare a casa compilare il modulo che trovi in essa e inserire la tua offerta libera. Chiudi il tutto e puoi riporlo nell’urna
situata sempre all’ingresso della Chiesa prima delle Messe del sabato pomeriggio e della domenica mattina.
Riceverai direttamente a casa tua la ricevuta per dedurre l’offerta in sede di dichiarazione dei redditi. Grazie per il tuo gesto, è un
segno di vicinanza.

Solennità Dedicazione della nostra Chiesa (2)

Con gioia e letizia celebriamo il giorno natalizio di questa chiesa:
ma il tempio vivo e vero di Dio dobbiamo esserlo noi.
Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente. Dopo il battesimo siamo diventati tempio di Cristo. Cerchiamo di fare con il suo aiuto quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Cristo si è degnato di fare di noi la sua dimora. Se dunque vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio.
Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa’ piuttosto in modo che in essa risplenda la luce delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli.
(Cesario di Arles)

Il secondo passaggio che dovremmo riuscire a cogliere, è che un’esistenza che costruisce ogni frammento di vita in questa esperienza dovrebbe condurci al rapporto con il Padre; è il vivo rapporto con Padre il quale vuole questo culto in spirito e verità perché il senso della nostra vita è la nostalgia del volto del Padre!
Quando ci ritroviamo in chiesa, abbiamo accesso al volto del Padre, ci ritroviamo attorno a Gesù Cristo, nello Spirito Santo, in una meravigliosa comunione fraterna perché lo sguardo del cuore sia rivolto al Padre. Gesù è venuto in mezzo a noi per parlarci del Padre, Gesù ci comunica la sapienza che è presso il Padre perché la nostra esistenza sia tutta nel Padre.
Ecco perché nella preghiera della Chiesa ci rivolgiamo sempre al Padre, alla fonte della vita, al senso della vita e alla meta della nostra esistenza.
Il cristiano è autentico, quando dice: “Padre!” In quel momento il cristiano è veramente uomo, in quel momento è veramente discepolo del Signore, nel momento in cui dice Padre riempie di eternità la propria storia.

Solennità Dedicazione della nostra Chiesa (1)

Il discepolo è colui nel quale si celebra il culto in spirito e verità.
È il senso della solennità della Dedicazione della nostra Chiesa
che celebriamo Domenica 30 ottobre
.
In questo ricordo dobbiamo tenere sempre presente le parole che Gesù ci ha detto: “Né su
questo monte, né in Gerusalemme adoriamo il Padre”. Il culto a Dio non avviene nel tempo
e nello spazio e allora, davanti a questa forte provocazione di Gesù per il quale il vero culto
è l’uomo che, nella sua identità, dà gloria a Dio, cerchiamo di chiederci: cosa voglia dire
ritrovarci in una chiesa?

E la risposta immediata è molto semplice: riscoprire ogni giorno la propria identità di discepoli.
La bellezza di ritrovarci in un luogo di culto non è assommare riti, non è ritrovare criteri morali, non è gratificare una coscienza giuridica, ma ritrovarci nel luogo di culto è ritrovare la gioia di essere uomini che vivono e danno un culto in spirito e verità.
La bellezza di una comunità è condividere il senso della vita che viene dall’alto.
Il Signore sempre si rende presente dove c’è una comunità che respira la sua mentalità.
La bellezza della fede non è fare tante cose, non è di per sé neanche entrare in un tempio, ma la bellezza della fede è imparare quella sapienza che viene dall’alto, quella sapienza che ci viene comunicata continuamente, quella sapienza che è il gusto della vita.
Il luogo è semplicemente un segno, non è un valore. Il valore è essere nel mistero di Cristo che vuole essere presente in una comunità, per regalarci la sua interiorità. Il cristiano è culto in spirito e verità, è una mentalità che viene dal Padre, che nello Spirito Santo ci è regalata e ci fa diventare sempre più il volto di Cristo. E il volto di Cristo è il volto della pienezza della nostra umanità.
Saremmo dei cristiani molto poveri se venissimo in chiesa perché dobbiamo porre i riti della tradizione; noi siamo cristiani perché veniamo in chiesa per essere alunni del Risorto che ci regala la vera sapienza, quella interiorità che ci permette di costruire la nostra esistenza.
Il cristiano è colui che nasce ogni giorno da lassù e quindi, a livello personale, ha il gusto delle realtà divine. Ecco il primo elemento che possiamo percepire nella festa di oggi: diventare il Cristo che in noi è culto in spirito e verità.

Andiamo con gioia alla casa del Signore

“Andiamo con gioia alla casa del Signore” che non è questa chiesa di mattoni ma in quel ” Andiamo alla casa del Signore” orientiamo la nostra vita verso l’eternità beata.
Il fatto di ritrovarci nella nostra Chiesa è gustare la nostalgia dell’incontro glorioso.
Potrebbero abbattere anche questa chiesa e noi non abbiamo nessun problema perché la Chiesa siamo noi che gustiamo la stessa mentalità di Cristo nello Spirito Santo per tendere verso il volto del Padre.
E se riuscissimo a cogliere questo aspetto della festa di oggi, di quella provocazione che Gesù ci dà di essere un culto in spirito e verità, è chiaro che non ci guarderemmo più d’attorno, non guarderemmo a tanti riti…
Il Signore è molto semplice, il Signore guarda solo la nostra persona nella quale Egli con il Padre e lo Spirito Santo abita, anima le emozioni del nostro cuore, ci fa desiderare la sua parola, ma soprattutto ci dà quel gusto alla nostra umanità sacramento della presenza trinitaria.
Noi non amiamo nessun luogo perché noi siamo il luogo in cui il mistero divino si realizza in pienezza e, allora, ci accorgiamo che la vita di tutti i giorni è un meraviglioso culto in spirito e verità.
Gesù ci ha detto: “È venuto il momento ed è questo in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. L’uomo, che è nato da Dio Padre, gusta il volto del Cristo nella quotidiana docilità allo Spirito e allora ogni frammento della vita, qualunque cosa noi possiamo fare, qualunque aspirazione nasce dal nostro cuore è il culto in spirito e verità! I troppi riti possono far dimenticare il volto di Dio Padre, le troppe prescrizioni ci rendono autoreferenziali e dimentichiamo che il vero culto è la Trinità che opera in noi per cantare eternamente la Trinità. Non c’è momento della nostra vita che non sia un adorare il Padre in spirito e verità e in questo cogliamo lo sviluppo della nostra identità umana.

Giovedì eucaristico

L’Adorazione che cos’è?
L’adorazione eucaristica è ascolto. Fare adorazione non è soltanto parlare a Gesù: la prima cosa da fare è ascoltare, perché Colui che sta dinanzi a noi non è l’oggetto passivo della nostra contemplazione, della nostra adorazione: Gesù è Colui che ci parla e noi dobbiamo stare in ascolto. Nell’adorazione il nostro atteggiamento non deve essere il fare ma l’ascoltare.
Quando si va a fare un’ora di adorazione si sa con quali atteggiamenti si entra ma non si sa con quali atteggiamenti si esce; qualche volta possiamo anche andare per protestare nei confronti di Gesù, poi si ascolta Lui che parla attraverso la nostra coscienza e scombussola i nostri piani.
Noi abbiamo bisogno di conoscere il pensiero di Dio, dobbiamo conoscere il suo pensiero sul significato della vita, sul significato degli anni che ci restano da vivere. Oggi siamo bombardati dallo stile di vita corrente, allergico al pensiero di Dio, e viviamo giorno dopo giorno senza dare senso a quello che facciamo.
Il Valore dell’Adorazione
È qui che si innesta il valore dell’Adorazione eucaristica che non è un monologo che io faccio dinanzi a Dio, ma è un dialogo dove io sono colui che ascolta e il Signore è Colui che parla. Adorare è lasciarci trafiggere il cuore da Gesù, lasciarci giudicare da Lui, lasciarci parlare da Lui; se c’è una domanda da fargli è proprio:” fammi conoscere le vie della vita”.
C’è una tentazione da evitare nel concepire l’ora di adorazione ed è il concepirla come un’ora di evasione dalla realtà, dal mondo, dalle nostre responsabilità. Non è un’ora che nasce dal desiderio di evasione, dal desiderio di liberarsi da tutto ciò che dà fastidio nella vita. Dovrebbe essere invece un bisogno di stare con il Signore, un’ora per pensare e meditare.