La fede non va in vacanza (2)

Ma il tempo delle vacanze e del riposo può mettere in evidenza un pericolo sempre incombente: quando arriva l’estate serpeggia la tentazione di andare in vacanza anche dal punto di vista della pratica cristiana. Sole, mare, montagna, relax sembrano essere in contrasto con preghiera, messa, sacramenti.
Non sono pochi, quindi, i cristiani che sospendono il loro rapporto con Dio per poi riprenderlo dopo la calura estiva. Tre, quattro mesi di “astinenza” liturgica e sacramentale, giustificata da una visione angusta e radicalmente errata della vita di fede.
È ovvio, infatti, che la fede non può andare in vacanza e che anche nel periodo estivo bisogna continuare a coltivare la propria relazione col Signore, magari in una dimensione nuova e, sotto tanti aspetti, anche più ricca rispetto a quello che si riesce a fare nel tempo invernale. L’estate, infatti, consente di avere più tempo a disposizione, sia perché le giornate si allungano, sia perché quasi tutti possono godere del periodo di ferie.
Il contatto con la natura, la contemplazione estatica delle meraviglie del creato, i maggiori lassi di tempo a disposizione possono consentire una preghiera più prolungata, una partecipazione anche nei giorni feriali alla messa, nutrienti letture spirituali.
Il pericolo di una “diserzione” dai normali impegni spirituali è sempre incombente, perciò bisogna vigilare affinché non ci faccia precipitare in un’accidiosa esistenza che si conduce nel dolce far niente, nella pigrizia e nell’evasione stordente. Riposarsi è legittimo, anzi doveroso, al fine di recuperare le energie perdute durante i mesi lavorativi. Questo però non significa allontanarsi completamente dalla preghiera e dalla pratica sacramentale.

La fede non va in vacanza (1)

Ricordo benissimo che alla vigilia delle vacanze estive, quanto terminata la sessione degli esami di giugno si concludeva la vita comunitaria in seminario, il rettore raccomandava sempre a noi seminaristi che anche fuori dai ritmi della vita in seminario non potevamo mancare ai nostri doveri della preghiera e della meditazione personale.
“Gesù non va in vacanza”, ci diceva per ribadire che ogni momento della vita, in qualsiasi situazione ci trovavamo, la vita spirituale rimane sempre. Mi è rimasta sempre nella mente questa raccomandazione, e lo slogan “Gesù non va in vacanza”, come espressione l’ho avvertita stimolante per mantenere viva la mia vita cristiana.
Il riposo ha un valore fondamentale proprio dal punto di vista divino.
La Bibbia stessa ci racconta come Dio stesso al settimo giorno della creazione si riposa.
Gesù vede i suoi discepoli stanchi e allora li invita a riposare, perché ama i suoi discepoli.
Gesù non va in vacanza, quindi continua ad insegnarci e testimoniarci (nel suo Vangelo) che il vero tempo ben speso della vita non sarà mai quello del guadagno fine a sé stesso, ma il tempo che ci ha portato a crescere nell’amore per noi stessi e per il prossimo, il tempo speso per la riconciliazione e la pace, il tempo nel quale ci prendiamo cura gli uni degli altri. Se diventiamo schiavi del lavoro e facciamo diventare schiavi del lavoro gli altri, se ci dimentichiamo del bene del prossimo e alla fine anche del nostro vero bene, allora si che abbiamo mandato in vacanza Gesù dal nostro cuore, e allora si che il riposo, quello vero del cuore, è finito.

Allentamento delle misure di prevenzione della pandemia

All’inizio del periodo estivo il Governo ha ancora allentato le misure di prevenzione della pandemia.
Alla luce del nuovo quadro, riteniamo opportuno condividere i seguenti consigli e suggerimenti:

  • sintomi influenzali: è importante ribadire che non partecipi alle celebrazioni chi ha sintomi influenzali e chi è sottoposto a isolamento perché positivo al SARSCoV-2;
  • utilizzo delle mascherine: in occasione delle celebrazioni non è obbligatorio ma è raccomandato; igienizzazione: si continui a osservare l’indicazione di igienizzare le mani all’ingresso dei luoghi di culto;
  • acquasantiere: è possibile tornare nuovamente a usarle;
  • processioni offertoriali: è possibile svolgerle;
  • distribuzione della Comunione: si consiglia ai Ministri di indossare la mascherina e a igienizzare le mani prima di distribuire la Comunione.

La presidenza CEI

Grest: serata finale ore 21 in Oratorio

L’esperienza del grest parrocchiale, volge vero la fine. Vivremo, in compagnia di tutti coloro che hanno partecipato a questa proposta, una serata all’insegna della gioia, del canto, di balletti e di immagini ricordo.
Vorrei, di cuore, ringraziare tutti coloro, non faccio un elenco di nomi che sarebbe infinito, che hanno fatto parte di questo momento. I tanti volti che sono stati una ricchezza con la loro presenza. Dei molti che sono stati una risorsa grazie alla loro ammirevole disponibilità. Ognuno una storia importante.
La straordinaria bellezza è stata volerla condividere con tanti altri.
Speriamo che ciascuno, soprattutto i più giovani, abbiano raccolto dall’abbondanza di queste testimonianze.
Le loro giovani vite cresceranno e cammineranno sulle strade della storia, ciascuno secondo la propria vocazione. Mi auguro che quanto hanno ricevuto nelle calde giornate di giugno all’oratorio possa essere un tesoro da cui attingere in tanti momenti e aiutarli a raggiungere la piena felicità della vita.

Emozione e “sentire”: essere empatici

L’uomo percepisce le emozioni e impara a nominarle perché incontra qualcosa o qualcuno che gli fa da specchio e permette il processo di riconoscimento. Chiamiamo questa dinamica “empatia”, che non significa semplicemente “essere nei panni dell’altro”, ma più profondamente scoprire che io sento l’emozione dell’altro perché è come la mia e, reciprocamente, codifico la mia perché la percepisco nell’altro.
Tale processo, inoltre, è veramente maturo quando passa attraverso il riconoscimento, la riflessività e la consapevolezza cognitiva. Tramite l’empatia è possibile percepire l’esperienza e il vissuto dell’altro pur restando all’interno della propria prospettiva personale. Allo stesso tempo, mentre si impara a sentire come sente l’altro, si scopre la sua trascendenza, irriducibile nella sua alterità, al punto che sarà sempre impossibile sostituirsi realmente al suo vissuto. È come se, attraverso l’atto empatico, il soggetto avesse la possibilità di assumere il punto di vista dell’altro, senza però confondersi in lui. È fondamentale, quindi, ricordarsi che l’alterità è necessaria proprio per la costruzione e riconoscimento della propria identità: l’Io si dà sempre con un Tu. L’altro è misura e condizione di giudicabilità, non come atto negativo, ma come occasione di confronto e riflessione. Questa consapevolezza ha sempre orientato la spiritualità cristiana, soprattutto l’approccio mistico al mistero di Dio: la forma d’amore che unisce il Creatore alla creatura, infatti, non è mai di tipo fusionale. Ciò significa che il prezzo del rapporto con Dio, per un cristiano, non è mai l’annullamento di sé, come invece avveniva in altre forme di misticismo antico o avviene oggi in alcune proposte spirituali. La forma del legame cristiano di carità è sempre un’«unione nella (non oltre la) differenza».

Emozione ad essere uomo: aspetto cognitivo

Parlare oggi di emozioni significa interrogarsi sul significato più profondo (antropologico) dell’uomo. In prospettiva pedagogica e pastorale, questo invito si fa sempre più urgente e parlare di emozioni significa parlare dell’uomo, della sua vitalità, delle sue caratteristiche e di quello che lo costituisce, non esaurendosi in particolari abilità o specifiche competenze. Queste non hanno un mero compito strumentale, dal momento in cui sono parte dell’uomo e sono antecedenti della sua capacità razionale.
L’uomo è fatto di emozioni, ne compongono l’interiorità e queste sono processi della conoscenza, intesi sul piano funzionale come guida del comportamento. Nonostante la nostra storia occidentale stia uscendo solamente negli ultimi decenni da secoli di tabuizzazione del vissuto emotivo, la mentalità biblica è decisamente aperta a questo discorso: Sansone che fa fuori mille uomini con una mascella d’asino come arma, il popolo che piange di commozione quando sente pronunciare, dopo decenni, la legge di Dio che credeva dimenticata, Giobbe che si lamenta per quasi 40 capitoli, Giona che fa il risentito, Gesù che grida come un matto nel tempio e piange a dirotto quando muore Lazzaro (ecc.).
La Bibbia è un testo coloratissimo di emozioni e la storia della Salvezza non può fare a meno del temperamento dei suoi eroi. Per questo, il cammino che è stato proposto al grest ha voluto ribadire la necessità di riconoscere, nominare, esprimere e comprendere le emozioni, per armonizzarle all’esercizio del pensiero e al comportamento nelle relazioni.

Santi Pietro e Paolo (3)

Molto diversa è la vicenda umana e spirituale di Paolo di Tarso, che, a differenza di Pietro, non ha modo di incontrare il Gesù storico lungo le strade della Palestina. Lo incontra invece in modo misterioso, dopo anni di feroci persecuzioni contro la Chiesa. Per una parte della sua vita Saulo (questo il suo nome prima della conversione) è un uomo inflessibile, spietato, e colpisce i Cristiani con una determinazione che sembra sconfinare nel fanatismo. Poi, improvvisamente, accade qualcosa. Tutta la vita dell’Apostolo è segnata da quell’evento.
È difficile per noi capirlo, perché, in realtà, Paolo stesso comprende solo al momento della morte che cosa abbia significato per lui quell’episodio. È la cosiddetta folgorazione sulla via di Damasco.
È quell’incidente di percorso che lo costringe a un cambio di prospettiva. E ad incamminarsi verso una vita nuova: inizia così il suo apostolato. Paolo comprende che il messaggio evangelico non si può limitare alle comunità giudaiche, ma ha una dimensione universale. Con lui la Chiesa si scopre a tutti gli effetti missionaria, aperta ai “gentili”, i pagani, i lontani. Uomo caparbio, infaticabile, di grande cultura, eccellente oratore, Paolo abbandona le sue sicurezze per mettersi costantemente in gioco, spinto da un’unica certezza: «per me vivere è Cristo», come scrive lui stesso nella Lettera ai Filippesi. I suoi viaggi lo portano dall’Arabia alla Grecia, dalla Turchia all’Italia. A Roma viene arrestato, ma per un certo tempo riesce, pur tra mille difficoltà, a predicare. Come Pietro muore martire. 
Le sue 13 lettere, inserite nel canone del Nuovo Testamento, sono un pilastro dottrinale del cristianesimo e un riferimento imprescindibile per i fedeli di tutte le epoche storiche e di tutti i continenti.

La storia dei due santi è decisamente diversa ma entrambi hanno svolto un ruolo essenziale per la costruzione della chiesa che viviamo e che conosciamo. Due vite diverse accomunate dall’amore per Gesù e dall’impegno per diffondere il Suo Messaggio di Fede. A Roma Pietro ritrova Paolo. Non sappiamo se nel quotidiano della testimonianza cristiana, ma certamente nel segno grande del martirio. Paolo, “l’altro”, l’apostolo differente, posto accanto a Pietro nella sua alterità, quasi a garantire fin dai primi passi che la Chiesa cristiana è sempre plurale e si nutre di diversità.

Santi Pietro e Paolo (2)

Di Simone (poi ribattezzato Pietro da Gesù stesso) i Vangeli, solitamente molto parchi nelle caratterizzazioni psicologiche, ci offrono un ritratto vivido. E’ irruento, sanguigno: parla e agisce d’impulso, al punto da meritarsi i rimproveri del Maestro. Ma è anche colui che, ispirato dallo Spirito Santo, intuisce prima degli altri la natura divina di Gesù: «Io credo Signore che tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Da qui la chiamata a una particolarissima missione, quella di guida e sostegno della comunità. «E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». E’ questo stesso primato che la Chiesa cattolica riconosce nel Papa, i cui simboli, le chiavi e l’anello del pescatore, immediatamente rimandano alla figura dell’apostolo.
Umanissimo nella sua fragilità, Pietro è, come gli altri discepoli, smarrito nel momento terribile della condanna e dell’agonia di Gesù. Ma più degli altri porta addosso un peso. 
«Non conosco quell’uomo»: con queste parole per tre volte rinnega pubblicamente Cristo, abbandonandolo di fatto al suo destino. Eppure, paradossalmente, proprio questo episodio gli consente di sperimentare, forse più di chiunque altro, l’abbraccio della misericordia. «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?», gli domanda per tre volte il Risorto, rinnovando poi subito la chiamata a guidare il gregge dei fedeli «Pasci le mie pecorelle». Una chiamata cui, dopo la Pentecoste, l’apostolo consacra la vita, diventando un riferimento per i Cristiani a Gerusalemme, in Palestina, ad Antiochia, e operando miracoli nel nome di Gesù. Fin qui le fonti bibliche: il resto è tradizione.
Varie testimonianze raccontano di un trasferimento a Roma.
Nel cuore dell’impero il discepolo vive per alcuni anni, predica e coordina la comunità

Santi Pietro e Paolo (1)

San Pietro e Paolo sono due apostoli molto diversi tra loro, ritenuti essenziali per la storia della chiesa. Il 29 giugno è il giorno dedicato ai due santi e con l’occasione, raccogliamo qualche pensiero di questi due grandi esempi di fede e del loro ruolo all’interno della chiesa.
San Pietro e San Paolo sono due uomini segnati da una storia e percorso di fede completamente diversi tra loro. Nonostante questo, entrambi vengono ricordati come due colonne portanti e come simboli della chiesa stessa, tanto che condividono la stessa festa, il 29 giugno.
Intorno al 67 d.C. i due santi sono stati martirizzati a Roma durante le persecuzioni ordinate dall’imperatore Nerone contro i cristiani. Questo ci è stato riportato dal Martirologio Romani, dai Sinassari delle chiese orientali, che raccolgono le vite dei santi, e dal Decretum Gelasianum, un documento del V secolo che all’interno è ricco di contenuti che ci permettono di ricostruire avvenimenti religiosi e storici importanti.
Abbiamo la certezza che i due santi sono stati entrambi martirizzati per volere di Nerone e che San Pietro è stato crocifisso a testa in giù mentre San Paolo è stato decapitato, tra il 64 d.C. e il 67 d.C. Non abbiamo però la conferma che questi due eventi siano accaduti lo stesso giorno e lo stesso anno Sembra invece che la scelta di commemorare i due santi il 29 giugno sia frutto della volontà di voler convertire una festa pagana così come è avvenuto per molte altre festività religiose.
In origine il 29 giugno era la festa di Romolo e Remo.
I cristiani hanno voluto rendere omaggio ai due fondatori della chiesa scegliendo lo stesso giorno dei fondatori di Roma, come a voler creare una nuova Roma cristiana.

Giornata per la Carità del Papa 26 giugno 2022 “Confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate.”

È il contesto imprevedibile nel quale si colloca quest’anno la Giornata per la Carità del Papa, nell’ultima domenica di giugno.
La parola di Francesco ci ha sostenuti sin dall’inizio della pandemia, da quella memorabile sera di due anni fa in Piazza San Pietro con la sua preghiera solitaria a nome di tutta l’umanità.
Ancora adesso, sono la sua presenza e la sua voce a darci coraggio e speranza.
Non può mancare il nostro aiuto generoso alla sua instancabile azione caritativa per le necessità di popoli e famiglie, di poveri e profughi.
Abbracciare gli altri attraverso le mani del Papa è un gesto che realizza la pace, perché sostenendo la premura del Santo Padre per le innumerevoli situazioni di indigenza e di “scarto” mostriamo di aver capito di «trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme».
Solo su questa strada si avvicina la pace vera, quella promessa dal Risorto.