Siamo caduti e abbiamo bisogno

È un momento di grazia, questo inizio di Quaresima, tempo di conversione, in cui siamo esortati a rientrare in noi stessi, a ripensare la nostra vita in cui vi sono cose buone, ma anche cose che chiedono d’esser riviste e cambiate. Vorrei richiamare l’attenzione sulle tre letture di questo Mercoledì delle Ceneri, inizio dei quaranta giorni che sono gli esercizi spirituali annuali.

Il profeta Gioele (Gl 2,12-18) ci invita a superare l’esteriorità, a lacerarci il cuore e non le vesti; all’inizio della Quaresima dobbiamo davvero penetrare in noi stessi. E, come ci dice l’apostolo Paolo (2Cor 5,20 – 6,2), lasciarci riconciliare con Dio. È quasi un grido il suo: “Lasciatevi riconciliare con Dio”. Tutti abbiamo necessità d’imparare un fondamentale della vita spirituale: siamo caduti e abbiamo bisogno di Qualcuno che ci rialzi; da soli non ce la possiamo fare e l’atto di umiltà essenziale è quello di chiedere perdono al Signore, riconoscendo d’essere bisognosi del suo aiuto e della sua misericordia. Pur percorrendo strade diverse, ci troveremo insieme a camminare lungo la stessa via (cfr. Mt 6,1-6.16-18); è una strada semplice che ci fa avvertire lo sguardo del Padre e sentire che Dio scruta il nostro cuore. E tutti quei gesti di fede che accompagnano la nostra comunità cristiana in tempo di Quaresima debbono essere consegnati al Padre che è nei cieli. Dobbiamo combattere l’ipocrisia, il desiderio di apparire e lasciare che il Signore si manifesti nelle nostre fragilità, non perché le fragilità siano in sé virtù, ma perché, riconoscendole e accettandole, diventino per noi punti di appiglio e, con i fratelli, di concreta ripartenza verso Dio. La vita sociale nasce dal cuore degli uomini. Sì, le leggi hanno origine dal cuore dell’uomo, l’obbedienza alle leggi nasce dal cuore dell’uomo, la stessa cultura ha a che fare col cuore dell’uomo. La Quaresima, tempo di ripensamento e ridefinizione delle vie che a fatica accettiamo di mettere in discussione, sia risposta alla grazia del Signore, e un consegnarci gli uni agli altri per ritornare con tutto il cuore al Padre celeste.

Sant’Agata co-patrona della Parrocchia

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La città di Catania ha l’onore di aver dato i natali a questo mistico fiore reciso dalla bufera nella persecuzione di Decio nell’anno 251. Discendente d’illustre famiglia, nel fiore dell’età si era consacrata a Dio col voto di perfetta castità. Ma Quinziano, pretore della Sicilia, conosciutane la bellezza e l’immenso patrimonio, decise di sposarla, e vedendo che non riusciva con le lusinghe, pensò di saziare almeno la sua avarizia valendosi dei decreti imperiali allora pubblicati contro i Cristiani. Agata venne arrestata e per ordine del duce consegnata ad una donna malvagia di nome Afrodisia la quale aveva l’incarico di condurla poco per volta al male. A nulla giovarono contro la giovane vergine le arti di quella spudorata megera, tanto che dopo un mese abbandonò la scellerata impresa.

Quinziano, informato dell’insuccesso, richiamò Agata al tribunale, e con tono benigno le disse: « Come mai tu che sei nobile ti abbassi alla vita umile e servile dei Cristiani? “Perchè, disse ella, sebbene io sia nobile, tuttavia sono schiava di Gesù Cristo.” Ed allora, continuò il giudice, in che consiste la vera nobiltà? “Nel servire Dio” fu la sapiente risposta. Egli irritato dalla fermezza della martire, la fece schiaffeggiare e gettare in carcere. Il giorno seguente Quinziano trovando in Agata non minore coraggio di prima, la fece stendere sul cavalletto, e più crudele di una belva, comandò che le fosse strappato il seno con le tenaglie. Dopo l’esecuzione dell’ordine feroce la fece rimettere in carcere vietando a chiunque di medicarla o di darle da mangiare. Ma Iddio si burla dell’arroganza e dei disegni umani; infatti in una visione apparve ad Agata l’Apostolo S. Pietro il quale, confortatala ricordandole la corona che l’attendeva, fece su di lei il segno della croce e la guarì completamente. Non si può descrivere la sorpresa di Quinziano quando, dopo quattro giorni, fatta di nuovo condurre Agata al tribunale, dovette constatare la prodigiosa guarigione. Al colmo della rabbia, preparato un gran braciere, in cui ai carboni ardenti erano mescolati cocci di vasi, vi fece stendere sopra e rigirare la vittima. Ad un tratto, mentre i carnefici compivano quell’orribile ufficio, un terribile terremoto scosse la città, e fra le altre vittime seppellì pure due intimi consiglieri del pretore. Frattanto tutta la città spaventata, cominciò a gridare che quello era un castigo di Dio per la crudeltà usata verso la sua serva e tutti correvano tumultuando verso la casa del pretore, il quale al sentire lo schiamazzo della folla, temendo che gli fosse tolta di mano la preda, nascostamente la rimandò nel carcere. La martire stremata di forze, ma lieta di aver consumato il suo sacrificio, in un supremo sforzo, congiunte le mani, così pregò: « Signore mio Dio, che mi avete protetto fin dall’infanzia ed avete estirpato dal mio cuore ogni affetto mondano e mi avete dato forza nei patimenti, ricevete ora in pace il mio spirito ». Ciò detto chiudeva per sempre gli occhi alla luce del mondo

L’opera educativa: essere adulti

L’educazione è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni.
Il dialogo richiede una significativa presenza reciproca e la disponibilità di tempo. L’educazione si realizza attraverso la dialettica dell’incontro/scontro con l’alterità che permette la composizione e configurazione della propria identità in crescita.
Il percorso e processo educativo non si realizza pertanto in modo automatico e indolore: è infatti attraversato da una necessaria dose di conflittualità, la quale, lasciando emergere le differenze, favorisce pure lo sbocciare delle ricchezze e delle potenzialità di queste ultime.

Ciò che manca al processo educativo attuale è l’adulto.
Alla radice della questione è il sorgere e l’imporsi di un nuovo sentimento di vita in direzione di una cultura della giovinezza, che di fatto costituisce un grosso ostacolo per l’esistenza dei giovani.
Viviamo un tempo in cui gli adulti amano più la giovinezza che i giovani.
Sentimento di vita = ciò che rende pienamente umana la vita degli uomini.
Ciò che stabilisce oggi amabile, vivibile e degna la vita degli uomini è propriamente il culto della giovinezza.
Giovinezza intesa come forza, come grande salute, come vigore, come bellezza e sensualità, come scenario sempre aperto delle possibilità di un’esistenza, come senso di libertà sempre revocabile.
Oggi al centro dell’immaginario collettivo vige il desiderio di restare sempre giovane. Non si intende qui la giovinezza dello spirito.
Solo se riesci a mostrare la giovinezza nel modo di vestire, nella traccia del tuo corpo, nel modo
di considerare l’esistenza come possibilità sempre aperta, solo allora hai diritto ad una vita degna,
ad una vita riuscita.
La giovinezza è la grande macchina della felicità degli adulti odierni, l’unica macchina di felicità.

Vietato lamentarsi

Perché smetterla di lamentarsi? Perché le lamentele ci impediscono di trovare una soluzione, ci fanno disperdere energia, generano uno stato d’animo negativo e influenzano le relazioni interpersonali. Perché ci lamentiamo? Perché siamo abituati a farlo, perché siamo insoddisfatti della nostra vita e perché è un meccanismo efficace per manipolare gli altri.

Tutti si lamentano? No, c’è una percentuale di persone che, pur avendone validi motivi, decide di fronteggiare le difficoltà sviluppando competenze emotive e tecniche e quindi capacità di risoluzione dei problemi.

La gente si accorge di essere in preda a questa abitudine? Non tutti, a volte è tanta l’abitudine a farlo che non ci si rende conto della paralisi egocentrica di cui si è vittime. Addirittura qualcuno può dire: “Che ci posso fare se sono fatto così”.

Il lamento fa male al cervello? Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che ascoltare o produrre per più di trenta minuti al giorno contenuti intrisi di “negatività” nuoce a livello cerebrale.

Invece le persone che scelgono consapevolmente di trasformare le cosiddette “crisi” in opportunità sono di fatto i benefattori, veri e propri architetti di reti neurali che migliorano la funzionalità del cervello.

Cosa succede se ci lamentiamo e basta? Rischiamo di rovinarci la vita e di sentirci sempre più impotenti. Se c’è una cosa che fa male alla vita è non riuscire a esprimere il proprio talento e la propria ricchezza interiore. Lamentarsi vuol dire: brontolare, compiangere, recriminare, accusare, affliggersi, disperarsi, lagnarsi, mugugnare … senti il suono di queste parole? Sono demotivanti al massimo.

A forza di lamentarti, ti induci ad avere una “faccia da lamento”, ti imbruttisci e diminuisci la tua motivazione positiva. Cerca invece di trovare modi opposti di fronteggiare le cose della vita. Utilizza parole che aprono e che portano a stati d’animo positivi come: opportunità, possibilità, risultati, soluzioni, comprensione, realizzazione e gratitudine. Ottimizzare ciò che abbiamo per farne qualcosa in più.

Perché ci trattiamo male? Perché non conosciamo la nostra vera natura, il nostro grande potenziale e perché ci siamo allontanati da Dio. Una persona che crede poco in se stessa è simile a un albero a cui vengono regolarmente tagliate le radici per impedirgli di crescere. Non arriva mai a conoscere la fioritura, il rigoglio, il profumo. Vive per consumare e magari cercherà la felicità dell’ennesimo oggetto, nella macchinetta mangiasoldi … Per trovare Dio bisogna togliersi le bende dagli occhi e cominciare a vedere che c’è un’altra vita che ti aspetta: quella del risveglio. Cercare un altrove attraverso la preghiera, l’invocazione, la propria vocazione. Vedere è più che guardare. Tutti guardano, pochi vedono.

“Dio sa mutare in lamento in danza”

Alcune volte si sente ripetere la frase: “Lamentati e stai bene”. È una frase che potrebbe significare che se sei ottimista, stai male. Espressione che potrebbe associarsi anche a connotati fisici, come il viso imbronciato e le spalle curve. La ripetizione di questa frase crea un “incantesimo” che ci porterebbe a diventare un popolo di lamentosi e vittime sempre di qualcosa o di qualcuno.

Pur riconoscendo le difficoltà della vita, non posso credere che la soluzione si possa trovare nel lamento, ma credo al contrario che si trovi nella voglia di agire per cambiare in meglio la nostra condizione.

Come diceva Martin Luther King: “Può darsi non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventereste se non farete nulla per cambiarla”. Tutti vogliamo una vita migliore, tutti cerchiamo quella serenità, quella calma che ci aiutano ad affrontare meglio gli ostacoli, gli imprevisti, i dolori dell’esistenza.

Troppo spesso, però, questa teoria e generica volontà di vivere in modo migliore non viene tradotta in pratica. Una cosa è certa: dobbiamo attivare nella nostra vita più entusiasmo, più gratitudine e più responsabilità, per ottenere coesione e gioia di vivere.

Il cuore della vita sta nella fede, nella fiducia, nello sviluppo delle proprie potenzialità e nell’aiutare anche il prossimo. Nelle istituzioni, nelle famiglie, nelle relazioni interpersonali, nel mondo del lavoro, c’è bisogno di respirare un’aria nuova, di immaginare un futuro migliore e di fare cose concrete per attivare un cambiamento positivo.

Con quale dei sette giovani del Vangelo mi identifico maggiormente?

La risposta che ogni giovane potrebbe dare coinciderà con una delle sette risposte dei giovani del Vangelo, perché in esse sono rappresentate tutte le risposte che i giovani danno a Gesù Cristo.

Somiglio al giovane buono e ricco quando respingo l’invito di Cristo a mettermi alla sequela di colui che dà la vita e, quale che sia la mia risposta, una cosa è certa: Dio non smette di amarmi e continuerà ad aspettarmi con le braccia aperte.

Somiglio alla ragazza marionetta quando mi lascio manipolare dalla mentalità di un mondo che non ama e non conosce Dio. Quando mi diverto e diverto gli altri, senza considerare che sono un figlio amato da Dio. E benché sia sordo, alla voce di Dio, lui sarà sempre vicino a me e dentro di me.

Somiglio al giovane di Nain quando permetto che Satana prenda le redini della mia vita e lascio che mi conduca su sentieri di peccato e di morte. Tuttavia, Cristo prende l’iniziativa, viene a cercarmi, mi tocca con la sua grazia infinita e mi dice: “Giovane, dico a te, alzati”.

Somiglio al giovane che dona i suoi cinque pani e due pesci quando rinuncio a me stesso e sono capace di donare la mia vita e il mio tempo al servizio degli altri. Quando sono capace di consegnare i miei cinque pani e due pesci, simbolo del mio cuore, nelle mani dell’unico vero Dio e del suo inviato Gesù Cristo.

Somiglio alla ragazza della porta ogni volta che critico la Chiesa, i cristiani e i discepoli di Gesù, ma non sono capace di aprire la porta del mio cuore a Cristo.

Somiglio al giovane Giovanni Marco quando non sono capace di superare le tentazioni che si presentano lungo il cammino e ho smesso, momentaneamente, di seguire Cristo, ma, nonostante le diserzioni e le cadute, sono capace di rialzarmi e riprendere la via, la verità e la vita.

La sfida è arrivare a identificarmi pienamente col giovane vestito di bianco e per fare ciò devo vestirmi della nuova vita in cristo e annunciare al mondo che Cristo Gesù, il crocifisso è risorto.

I Giovani del Vangelo

Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato Gesù Cristo

In occasione della festa di san Giovanni Bosco è immediato il collegamento con i giovani.

Mosso da questa circostanza ho preso la Bibbia e mi sono messo a leggere attentamente i quattro Vangeli, cercando in essi l’aggettivo giovane o il termine ragazzo. A poco a poco cominciarono a emergere diversi personaggi. Al termine ne identificai sette. Esaminando questi sette giovani del Vangelo scoprii che essi riflettono le caratteristiche della gioventù ed evidenziano contemporaneamente le risposte che i giovani danno a Gesù Cristo, che “è lo stesso ieri e oggi e per sempre”. La rassegna della gioventù inizia dal giovane buono e ricco (Mc 10,17-22) che cerca la perfezione, ma non è disposto a pagare il prezzo della vera libertà; incapace com’è di staccarsi dai suoi beni materiali, finisce col ritornare a casa sua ad accarezzare tutti i suoi tesori. La sua risposta a Gesù è girarsi dall’altra parte e respingere il suo invito a diventare discepolo del Regno.Il secondo giovane è la figlia di Erodiade (Mc 6,21-28) . La osserviamo divertirsi a una festa di compleanno: incomincia ballando e finisce chiedendo la testa di Giovanni il Battista. Preferisce mettere a tacere la voce di un profeta piuttosto che ascoltare la Parola di Dio che la invita alla conversione.

Il terzo giovane è trasportato da quattro persone al cimitero della città dove dovrà essere sepolto (Lc 7,11-17) . Sembra ormai tutto finito: non c’è alcuna soluzione e ogni speranza è perduta, ma Gesù si avvicina e lo chiama a essere testimone di una vita nuova. Questo giovane che passa dalla morte alla vita risponde a Gesù scendendo dal feretro e diventando un testimone che non può smettere di parlare di quello che Dio ha compiuto nella sua vita.

Il quarto protagonista è il giovane dei pani e dei pesci (Gv 6,4-13) . Risponde con generosità alla chiamata di Dio, donando il poco che ha, ma che basta ad alimentare una moltitudine. I suoi cinque pani e due pesci sono il simbolo di una vita che si dona in pienezza a Dio.

Il quinto giovane lo troviamo vicino alla porta del palazzo del sommo sacerdote (Gv 18,15-18) . Si tratta di una ragazza che apre la porta e che sa identificare il profilo di un discepolo di Gesù, ma è incapace di aprire la porta del proprio cuore perché Cristo entri nella sua vita.

Il sesto giovane segue Gesù nella notte del giovedì santo (Mc 14,43-52) , nascondendosi nell’ombra e proteggendosi dal freddo con una tunica. La sequela finisce in fuga. L’ultimo è il giovane vestito di bianco (Mc 16,1-8)  che, dall’interno del sepolcro, annuncia al mondo che Gesù, morto sul monte Calvario, è vivo ed è capace di dare la vita, e vita in abbondanza.

L’opera educativa: essere adulti

L’educazione non è più di moda. Non se ne avverte l’esigenza. Nell’essere dell’adulto il giovane dovrebbe trovare inscritta questa legge: “Lì dove sono io, là sarai tu”, quindi cammina, datti da fare. Scegli questo destino. Si cresce cioè guardando gli altri davanti a noi, guardando gli adulti. Purtroppo il giovane oggi trova incarnata quest’altra disperata legge: “Lì dove tu sei, io sarò”.

Insomma: non ti muovere. Tu sei nel paradiso. Tu sei paradiso. L’unico a dover uscire (e-ducere) dal suo possibile cammino sull’orlo del non-essere della vecchiaia e della morte sono io adulto. Tu puoi star fermo. Tu sei il (mio) modello. Negli occhi del suo (naturale) modello, l’adulto, allora il giovane scopre di essere diventato lui il modello. Ma in questa scoperta, cioè nel venire a sapere di essere modello del proprio modello, scorge un solo messaggio: non crescere! L’educazione finisce lì dove l’adulto interpreta la propria esistenza come un continuo vivere contromano”, per ritornare indietro, per bloccare l’orologio biologico, per recuperare il paradiso perduto.

Cosa resterà del Natale?

Che cosa resterà in me, in ciascuno di noi, nelle nostre famiglie, nella nostra comunità
cristiana, nel nostro paese di san Fiorano di questo Natale?
Mi pongo e vi pongo questa domanda. Non vorrei proprio che queste Feste “finissero in niente di fatto” nella nostra vita personale e comunitaria. Fosse così, escluderemmo un Mistero che ci è dato proprio per un cambiamento della nostra vita, della nostra mentalità, dei nostri rapporti.
Il Natale è un evento di straordinaria bellezza, grazia e gioia: è la venuta di Cristo in mezzo a noi. Non è stato un semplice passaggio, ma una presenza continua, costante: ha posto la sua dimora in mezzo a noi. Da quel momento la storia umana non può non fare i conti (anche per una semplice serietà razionale, intellettuale) con questa presenza. La nostra esistenza non può non tenere conto di questo abitare del Figlio di Dio in mezzo a noi. È la certezza che Dio non si è dimenticato di noi, che ancora ci ama di un amore unico ed eterno. Troppo spesso l’inquietudine generata dalle esperienze dolorose che si incontrano inevitabilmente nella vita, produce una nebbia che offusca il nostro cuore rendendo la fiducia un sentimento desiderato, ma poco vissuto. La possibilità che ci è data dal Natale è che la sorgente della fiducia è possibile trovarla in Dio che è amore. La fiducia però non ignora la sofferenza, la sconfitta. Sono prove che ci interrogano: come è possibile, per chi è sostenuto da una vita di comunione in Dio, assumersi delle responsabilità concrete, quando tante volte ti sembra di perdere tempo, di non raccogliere i frutti, di dover solamente soffrire, dopo aver dato tanto tempo, energie e collaborazione? La fiducia che viene dal nostro intimo, anziché indurci a fuggire le responsabilità, ci aiuta ad assumere dei rischi, ad andare avanti anche quando sopraggiunge il fallimento. Dalla fiducia nasce un frutto stupefacente, che è la capacità di amare con un amore disinteressato. La fiducia e la speranza attingono alla misteriosa presenza di Cristo il quale vive in ciascuno di noi per mezzo dello Spirito Santo.
Per vivere la fiducia in Cristo, e non nelle e dalle persone pur le più rispettabili, stimabili e sante di questa terra, è essenziale aprirgli completamente il nostro cuore: per appartenere a Cristo e averne la consapevolezza, basta che il cuore sia pieno del semplice desiderio della comunione con Lui. Certo, seguire il Cristo comporta la fatica di una costante attenzione, ma dà in cambio tanta gioia, tanta pace, tanto chiarore. Se ci abbandoniamo a Lui, se gli affidiamo i nostri timori egli ci offre la possibilità di trovare un solido punto di appoggio. Alle persone diffidenti, alle persone perplesse, dico semplicemente: provate a mettere senza alcuna influenza esterna, senza condizionamenti, piccola parte del vostro tempo per un’informazione seria e approfondita della vita e del pensiero di Cristo. Provate a confrontarvi con Lui. Penso in modo particolare a quei genitori che confermano che si può vivere una vita umanamente buona e trasmetterla ai loro figli anche senza avere fede in Gesù Cristo.
Tenete presente che comunque Gesù Cristo ha segnato una parte della storia, che si voglia o no. In questa prospettiva perché non gettare “un’occhio”, almeno alla sua umanità, come lo si fa con l’umanità di personalità del presente e del passato?
Se Dio, in Gesù, si è unito all’uomo perché almeno non fare uno sforzo personale di maggior comprensione o conoscenza di questo uomo Gesù?

Battesimo del Signore

Gesù arriva al Giordano assieme alle folle che si recano da Giovanni il Battista per ascoltare la sua parole e per farsi battezzare. Questo il Battista proprio non se lo aspettava, perché il Messia non ha bisogno del perdono; è Lui piuttosto che lo porta e che lo offre. C’è una gradualità che deve essere onorata, sembra suggerire Gesù richiamando prima di tutto il tempo presente, “per ora”, perché ormai il ruolo di Giovanni sta concludendosi e il tempo è maturo per l’instaurazione di un altro battesimo. Al tempo presente occorre portare a compimento la “volontà divina”. Gesù sollecita ed educa Giovanni ad orientarsi verso la piena realizzazione della volontà divina. Uscendo dall’acqua “vide squarciarsi i cieli”. Il mondo nuovo si presenta come un’apertura del cielo: il cielo si apre, vita ne entra, vita ne esce. Si apre e accoglie, come quando si aprono le braccia agli amici, ai figli, ai poveri, all’amato. Il cielo si “squarcia” sotto l’urgenza dell’amore di Dio. Si apre e dona. Su ogni figlio scende una colomba simbolo dello Spirito, respiro di Dio. Questa immagine del cielo aperto continua a indicare la nostra vocazione: alzare gli occhi su pensieri altri, le vie che sovrastano le nostre vie; continua ad indicare che non abbiamo in noi la sorgente di ciò che siamo. Con questa fede possiamo anche noi aprire spazi di cielo sereno, da cui si affacci la giustizia per la nostra terra, dono che diventa conquista. Possiamo seminare segni di speranza, abitare la terra con quella parte di cielo che la compone.