Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La povertà ci santifica solo se la scegliamo. Quando la subiamo, invece, rischia di esasperarci. Il Vangelo ci aiuta a capire che, in fondo, la povertà non è semplicemente non avere, ma non far dipendere la vita da ciò che si ha. I veri poveri sono quelli che sanno che il vero miracolo è la condivisione, è essere insieme, è tenere il cuore aperto. Giuseppe è definito dalla devozione popolare “padre dei poveri”. Forse questo viene anche dal fatto che Gesù venendo al mondo si è fatto povero, indifeso, fragile, bambino e Giuseppe ha avuto cura di lui. Ogni uomo e ogni donna che vengono al mondo nascono nudi. È forse l’immagine più simbolica della radicale povertà che ci contraddistingue. Siamo tutti bisognosi, non di cose, però, ma di amore. I ricchi non sono quelli che hanno, ma quelli che sono amati. E chi è amato può vivere anche la povertà senza soccombervi. L’amore consiste nel provvedere, nell’aver cura. Giuseppe è un uomo della provvidenza che sa tirare fuori provvidenza e cura anche dalle situazioni più difficili.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il valore di una persona lo si vede nelle difficoltà. È una cosa che sappiamo bene, specie se abbiamo attraversato dei momenti difficili e ci siamo domandati, alla fine, “come ho fatto a venirne fuori?”. Ci sono in noi forze nascoste che emergono solo nei momenti di maggior pericolo e difficoltà. È vero però anche il contrario: infatti delle volte sono
proprio le situazioni difficili che ci costringono a scoprire le nostre paure e difficoltà e ci aiutano a ridimensionarci nel nostro io e nella nostra superbia. Un dolore, una prova o una pandemia ci ricordano in fondo che siamo umani, fragili e bisognosi gli uni degli altri. La spavalderia di Pietro si ridimensiona immediatamente dopo aver passato la triste vicenda del rinnegamento del Maestro. Giuseppe sembra invece un uomo già nella sua giusta dimensione, e ciò lo si evince da come reagisce di fronte alle avversità. Invece di scoraggiarsi o di lamentarsi, cerca sempre ingegnosamente una soluzione. Così la notte in cui Gesù viene al mondo lo troviamo capace di riadattare un rifugio per animali a luogo per un parto. O davanti alla minaccia di Erode non ha paura di partire immediatamente di notte, affrontando l’incognita. Giuseppe è un uomo forte, concreto e creativo. In lui vediamo esorcizzata la tentazione di lamentarci, scoraggiarci e arrenderci agli “ormai”. In questo senso, possiamo rivolgerci a lui chiedendo di essere liberati da ogni scoraggiamento e di essere illuminati su come diventare creativi in tempi di prova.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Non basta essere capaci di ascolto della realtà che c’è intorno a noi, c’è bisogno anche di saper ascoltare la realtà che è in ognuno di noi. E tutto questo è quanto di più complicato possa esserci, perché nella nostra interiorità abitano molte cose. Abitano pensieri, emozioni, traumi, ricordi di luce, insicurezze, tentazioni, ispirazioni, voci dello Spirito e voci del male. Come si fa a capire di chi è la voce che ci portiamo dentro? Anche in questo Giuseppe è un maestro. Ce lo suggeriscono i Vangeli quando ci parlano di lui come di un uomo capace di sognare e di ascoltare i sogni. Ora, tutti noi sogniamo, e sappiamo per certo che molte cose dei nostri sogni sono frutto del nostro inconscio. Come può Dio farsi spazio in una sfera così intima come quella dell’inconscio? E come faccio a sapere se è veramente Lui o una mia fantasia? La stessa cosa potremmo domandarcela rispetto ad alcune emozioni che proviamo: come facciamo a sapere che è Dio a ispirarci attraverso quel particolare sentire, oppure invece magari è il maligno o semplicemente la nostra
psiche? È proprio davanti a simili domande che ci rendiamo conto di avere bisogno di discernimento. Gesù nel Vangelo ci dà come indicazione un criterio che non dobbiamo mai perdere di vista: l’albero lo si riconosce dal frutto. Se ciò che ci accade interiormente aumenta la gioia, la luce, la libertà allora viene da Dio, diversamente o è frutto della nostra storia o è una tentazione del maligno, specie quando suscita paura, giudizio e chiusura. Giuseppe è l’uomo del discernimento.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La vita spirituale non è distanza dalla realtà, bensì immersione in essa. In questo senso Giuseppe è davvero un maestro di vita spirituale. Lo avevano intuito molti Santi e Sante, tanto da riconoscere in lui, tra gli altri appellativi, anche quello di protettore speciale dei contemplativi. Come può un falegname di Nazaret avere a che fare con una monaca di clausura o con un monaco certosino? Può sembrare davvero difficile ciò, se si ha della vita contemplativa una visione disincarnata. Il contemplativo non è un distratto della realtà, è invece colui che vive con attenzione la realtà.
Un vero contemplativo non chiude gli occhi, bensì li spalanca, perché sa che Dio si rivela sempre nel reale e non nei semplici ragionamenti. Egli sa coltivare l’attenzione alle cose, e proprio grazie a essa riesce a scorgervi una trama più profonda. Motivo per cui al parlare preferisce l’ascolto, di cui il silenzio è solo il sintomo, non la condizione. Infatti, si può tacere e vivere in un grande chiasso di pensieri ed emozioni, mentre si può discorrere e avere una grande attenzione a ogni cosa.
I monaci e le monache ad esempio cantano i salmi non perché Dio ne ha bisogno, ma perché quel canto e quelle parole aguzzano l’ascolto, lo spalancano. La loro non è una preghiera di rumore, ma una preghiera
di contemplazione. Ti accorgi subito di trovarti davanti a un contemplativo dal fatto che egli sa ascoltare
chi gli parla senza essere impaziente, e tenendo tutta la sua attenzione su di lui. Giuseppe è un uomo così.

San Giuseppe uomo giusto

Con cuore di Padre – Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

I Vangeli quando parlano di Giuseppe lo appellano con l’aggettivo “giusto”. Essere giusti nella mentalità ebraica sta a significare avere un cuore capace di seguire i comandamenti e sgombro da ogni forma di malignità. Ma basta seguire i comandamenti ed essere leali per poter capire la volontà di Dio? In realtà siamo spesso portati a credere che la fede è riassumibile in una sorta di fedeltà a una tecnica: se segui le istruzioni ottieni il risultato. Ma la vita ci dimostra che così non è, ed è per questo che anche il Vangelo è popolato di storie di “giusti” che, in realtà, si scontrano con molte contraddizioni e infelicità. “Se mi sono comportato bene, allora perché Dio fa accadere questo male?”. Giuseppe mostra la sua “giustizia” nel voler a tutti i costi salvare la vita a Maria che, a causa della sua gravidanza, rischia di morire lapidata.
Il massimo che quest’uomo riesce a fare è escogitare un modo per “congedarla segretamente”. Questo dettaglio dei racconti dell’infanzia di Gesù ci fa capire due cose:
la prima è che Giuseppe non è un ingenuo, anzi escogita con santa furbizia un modo per tirare fuori dai guai la donna che ama; la seconda è che il massimo che riesce a fare è trovare un escamotage. Ma la volontà di Dio non coincide con esso. È bello pensare che la furbizia che ha Gesù nel riuscire a salvare la vita all’adultera l’abbia appresa da Giuseppe.
E che fare la volontà di Dio è sempre dire: “Sia fatta la tua, non la mia volontà”.

Con cuore di padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

I Vangeli sono scarni di informazioni che possono aiutarci a inquadrare in maniera precisa la vicenda della vita di Giuseppe. Ma l’assenza di informazioni non è scarso interesse per lui bensì la messa a fuoco di ciò che conta. Ognuno di noi viene al mondo con uno scopo, con una vocazione. Scoprire questo scopo e questa vocazione è ciò che trasforma la nostra vita da sopravvivenza a vita piena. Al contrario, proprio l’assenza di uno scopo o di una consapevolezza della propria vocazione ci colma la vita di molte cose che servono a riempire il vuoto che proviamo e che, in fondo, non ci fa essere felici. I Vangeli ci raccontano di Giuseppe a partire dalla sua vocazione. Tutto il resto è taciuto perché ciò che conta ci viene raccontato.
La vocazione di Giuseppe è amare Maria e fare da padre a Gesù. Nel rimanere aggrappato a questo essenziale egli può vivere e affrontare tutto. Quando, invece, non hai chiaro questo essenziale, allora la vita è sempre un intralcio anche quando gira per il verso giusto. Il segreto di Giuseppe è tutto nelle fedeltà alla sua vocazione. A chi altro allora possiamo rivolgerci per chiedergli luce sul discernimento della nostra?

Con cuore di padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Giuseppe è discendente della famiglia di Davide. Il suo è un cognome di peso in tutti i sensi. Quando i Vangeli riportano la genealogia di Gesù, nell’elenco degli antenati non sono menzionati solo Santi, ma anche persone di dubbia moralità, tra cui anche il santo re Davide che, in un momento di vera mediocrità spirituale e umana, non solo rubò la moglie a un suo amico, ma ne decretò anche la morte. Tra gli elenchi di nomi c’è di tutto e per questo possiamo sentirci davvero in buona compagnia. Gesù entra nella discendenza di Davide, che solo in rari casi assomigliava a Giuseppe, e per il resto mostra invece un folto numero di fragilità, difetti e peccati. Credo che sia un modo tutto particolare del Vangelo di non farci immaginare la santità come qualcosa che non poggia con i piedi per terra.
Giuseppe è un “giusto”, ma la santità è la capacità di sapersi santificare anche con i propri difetti e le proprie cadute. Ecco perché ci vengono raccontate anche le crisi di Giuseppe e le sue paure. Pensare che la santità significhi avere sempre la soluzione ci porta fuori strada.
La santità è fare il nostro possibile con la grazia di Dio, senza evitare la nostra umanità così com’è. Ecco perché l’evangelista Matteo riporta questo dettaglio: “Quando Giuseppe venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi”. Senza saperlo, grazie a quella paura dirottarono a Nazaret e si compirono le Scritture: “Sarà chiamata Nazareno”.
Ci si fa santi anche con le nostre paure.

Con cuore di padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il nome Giuseppe significa “Dio aggiunge”. Mai nome fu più azzeccato per un uomo come Giuseppe di Nazareth. La sua stessa persona è da considerarsi una benedizione. Giuseppe è un più che, messo accanto a ogni cosa, ne accresce il valore. Questa è la caratteristica di coloro che vivono la propria vita non preoccupati di dover affermare sé stessi, perché invece provano gioia nel far emergere chi hanno accanto. Non è l’atteggiamento remissivo o perdente, bensì il contrario. Solo una personalità forte può permettersi di indietreggiare per far emergere gli altri. Chi invece ha una personalità fragile ha bisogno costantemente di conferme e, per questo, si arrampica sugli altri per occupare la scena. Tutto l’insegnamento del Vangelo è l’elogio dell’umiltà. E l’umiltà è la caratteristica dei liberi. Giuseppe è un uomo libero e, per questo, può permettersi l’umiltà della seconda fila. Ognuno di noi ha bisogno di imparare quest’arte di saper godere del bene degli altri. Troppe volte capita che il nostro normale atteggiamento sia l’invidia, la gelosia, la messa in paragone.
Giuseppe non prova nessuna invidia se la scena della storia è tutta concentrata su Gesù, e se la luce di questo centro si riverbera con potenza su Maria. Lui è un paralume, un abbraccio che protegge la luce e la indirizza verso ciò che è più buio. Giuseppe è un più, ed è il più che Dio ha voluto accanto a Maria e a Gesù. In fondo, questo è ciò che egli continua a fare anche ora, nella vita di tutti coloro che a lui si affidano.

Festa del papà

“Colui che genera un figlio non è ancora un
padre, un padre è colui che genera un figlio
e se ne rende degno”.

Fëdor Dostoevskij

Il pensiero nella solennità di san Giuseppe va anche a tutti i papà. È l’occasione per manifestare un grazie ai papà che rinascono uomini migliori quando prendono per la prima volta in braccio il loro piccolo, e ai papà che si prendono un po’ più di tempo per entrare nel ruolo e per capirne l’importanza; ai papà che lavorano perché non manchi mai il sostentamento alla famiglia, e a quelli che il lavoro lo hanno perso ma il coraggio no, e lottano per non sentirsi sconfitti e per uscirne vincitori, in un modo o nell’altro. E grazie a quei papà che amano le mamme, e riconoscono tutto ciò che compiono, con impegno, dedizione, passione per la famiglia. Grazie ai papà che sono volati via, perché riescono a farsi sentire dai figli anche se non più presenti fisicamente. E grazie a quei papà i cui figli sono volati via, perché vedranno un pezzettino di quel figlio in ogni ragazzo che incontreranno.
Grazie ai papà che un figlio non lo hanno mai avuto, perché spesso dispensano amore ai figli di altri, perché si può diventare padri anche senza esserlo. Grazie ai papà che sbagliano ma che poi lo comprendono e recuperano; grazie ai papà che permettono ai figli di sbagliare lasciando che loro comprendano, e li spronano poi a recuperare. Grazie a tutti i papà, perché il mondo ha bisogno di paternità, ha bisogno che crescano degli uomini e delle donne migliori. E vi auguro questo: l’intelligenza per godere dell’essere padri e l’amore per lasciare in eredità ai vostri figli il meglio di voi.

I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili

Giuseppe e Maria, sono stati chiamati insieme.. Il silenzio nel quale viene avvolta la vita di Giuseppe acquista un alto valore teologico, se visto alla luce di ciò che i Vangeli riferiscono della sua sposa.
In Giovanni, Maria compare due volte. Alle nozze di Cana, lei pare venga invitata a indietreggiare.
Solo quando sulla croce Gesù dirà che, “tutto è compiuto”, allora Maria sarà chiamata a riprendere la sua vocazione di madre verso il corpo di Cristo che è la Chiesa: “Ecco tuo figlio”.
La vocazione infatti è irrevocabile. Anche per Giuseppe la missione non si limita all’infanzia di Cristo. Una volta nata la Chiesa, anch’essa avrà bisogno della protezione paterna. Il rapporto che lega Giuseppe con la Chiesa non è una simpatica reminiscenza. È un legame voluto da Dio. Lui non è un mercenario, assunto pro tempore. Il rapporto col Verbo incarnato, e di conseguenza con la Chiesa, è fondato sulle parole che non passeranno mai. Passeranno i cieli e la terra, ma il compito di Giuseppe nei confronti della Chiesa durerà fino a quando, avendo Cristo sottomesso tutto al Padre, Dio sarà tutto in tutti.