A due a due per essere un cuore solo

Voglio stare solo! È il desiderio di qualcuno. A volte gridato con forza. Altre volte sussurrato in silenzio.
Voglio stare da solo è il desiderio dettato dalla stanchezza di dover stare di fronte a un altro viso, a un’altra storia fatta di bellezza e di buio, di voli e di schianti. Meglio solo, così non devo dar conto a nessuno.
Meglio solo, così poso fare quello che voglio. Spesso queste grandi “trovate” sembrano dare ragione.
I primi giorni ci si sente liberi, anche più splendenti del solito, si pensa di fare più cose possibili e di essere molto produttivi, sembra che nessuno possa fermarci perché siamo “sparati” a folle corsa sui nostri obiettivi.
Ecco, sembra! Altro che meglio “soli”. Forse davvero siamo salvi perché qualcuno non ci ha mai lasciato, e se anche abbiamo sempre desiderato non avere nessuno accanto, sognato di partire senza compagnia, qualcuno non ci ha mai creduto, ci ha seguiti e si è messo persino sulle nostre tracce. E da quel momento abbiamo capito che si può partire e sognare anche “a due a due”. Come tutti i mandati del Vangelo.
Sembra che la loro prima vocazione sia stare insieme, scegliersi e abituare il passo a quello dell’altro.
Non grandi annunci prima ma amicizia, non proclami di salvezza per gli altri ma sopportazione di chi mi respira accanto. Mandàti “a due a due” non per dare o dire più cose ma per farne, forse di meno, sentendo il gusto della novità dell’amore e che siamo mandati “a due a due” non per occupare più spazi ma per far intendere che si può essere anche un “cuore solo”.
Mandàti “a due a due” e senza nient’altro. Mandati in cammino, solo col fiato e il cuore dell’amico vicino; con la presenza e il calore di chi insieme con te cammina con un po’ di paura. Senza altri aiuti, se non la voce di chi ci è accanto. Diventiamo umani insieme a qualcun altro accanto a noi.
Mandàti “a due a due” come invito alla società di oggi. Non è solo questione religiosa, è questione sociale.
A due a due per far vedere al mondo che è possibile un cammino insieme, che i nostri passi possono servire da “mappa terrestre” per il cammino altrui. È il tempo dell’aver cura di noi, del noi, del “due a due”.
Di aver cura e non di lasciarlo andare così come altro invito gettato come ago nel pagliaio della nostra vita e che poi nessuno ha voglia di cercare. Per questo bisogna prenderci, adesso, cura del noi.
In cui tenere insieme tutto della nostra vita e della vita degli altri. Questa è la sfida della santità.
Non in cielo ma nelle strade impolverate e incasinate della nostra umana vita.

La santificazione è un cammino comunitario da fare a due a due

La tematica proposta dall’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni si ispira ad una espressione di papa Francesco, contenuta nella Esortazione Apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Al capitolo su alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale si dice che: “La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due”. L’anno passato si è voluto fissare l’attenzione sul fatto che la vocazione nasce dall’incontro con Gesù. Quest’anno si tratta di mostrare che la vocazione non è mai soltanto “mia” ma è sempre anche la “nostra”: la santità, la vita è sempre spesa insieme a qualcuno. E questo è un elemento essenziale di ogni vocazione nella Chiesa. Ciò è evidente nella vocazione matrimoniale che non esiste senza la coppia, senza che i due futuri coniugi abbiano acconsentito e riconosciuto un’opera comune, l’uno per l’altra e insieme per gli altri. Il medesimo orizzonte è in ogni vocazione ecclesiale che traccia un’appartenenza più o meno marcata sia con chi condivide la medesima “forma di vita” sia con le altre vocazioni all’interno della Chiesa.
Far coincidere il compimento della persona con la realizzazione della comunità. La vocazione è la mia parte, quello che posso fare e che posso fare io soltanto, sempre insieme agli altri, un sogno del noi.

3 maggio – Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

L’immagine scelta è estremamente ricca di riferimenti biblici nascosti nella scena. Il motivo principale è l’annuncio che il «meglio della vita» è Gesù, raffigurato al centro e riconoscibile per due ‘indizi’: l’abito rosso rivestito di blu, colori tipici dell’iconografia per indicare la duplice natura umana e divina di Cristo e la sciarpa con tre righe orizzontali che vuole ‘simboleggiare’ il mantello della preghiera del quale è sufficiente toccare un lembo per essere guariti (Mt 9,20; Mt 14,36).

Appena dopo l’incontro con Gesù i due giovani intuiscono la promessa del loro futuro – la loro vocazione, il meglio di loro stessi – raffigurata dalle loro stesse ombre che, proiettate in avanti, danzano la vita. La felicità, la fecondità, la vocazione è sempre in movimento, in avanti, ‘per’ qualcuno.I due guardano Gesù, forse ancora non lo hanno riconosciuto, ma sono accesi di quella promessa che avvince senza costringere, sempre lascia spazio alla libertà nella sequela (Lc 18,27). All’alba (Mt 20,1; Mt 28,1; Gv 21,4) dell’incontro, il Risorto è già un passo oltre, sempre in cammino.

Il dipinto è ricco di segni che ricordano coloro che dopo l’incontro con il Signore, hanno riconosciuto la loro vocazione: sullo sfondo la casa di Zaccheo con accanto il sicomoro (Lc 19,1-10) e lì accanto la punta della barca di Simone ed Andrea (Mc 1,16); poco più avanti la brocca dimenticata dalla Samaritana (Gv 4,28) e il fuoco di brace ancora acceso dopo il pranzo di pesce arrostito consumato con il Risorto (Lc 24,36-42; Gv 21,1-9). Ancora, sulla sinistra, le monete lasciate da Matteo (Mt 9,9; Lc 5,27) e ai piedi di Gesù, il vaso di nardo, di cui ancora sentiamo il profumo, insieme al Vangelo (Gv 12,3; Mc 14,1.9).

Sulla sinistra alcuni alberi che iniziano a germogliare (Is 61,11) perché c’è un motivo per cui alzarsi (Ct 2,10) e decidersi a spendere la vita: c’è un inverno che sta finendo e qualcosa di nuovo che sorge (Is 43,19) e si impone come la scelta da fare, la via da prendere, qualcuno per cui spendere tutta la propria vita.