Inizia il Triduo Pasquale

Se la Quaresima, Tempo forte che nel cammino della fede ci ha aiutato a prepararci alla
Pasqua, il Triduo Pasquale è il centro ed il fulcro della nostra fede Pasquale.
In tre giorni (da cui la parola Triduo) troviamo il memoriale (= memoria viva) di Gesù, che si esplica nelle celebrazioni della Coena Domini del Giovedì Santo, della Passione il Venerdì
Santo e nella solenne Veglia Pasquale il Sabato Santo.
Ecco allora come il Triduo Pasquale, condensato della nostra fede, è un tempo favorevole per essere Chiesa, Comunità che celebra la misericordia e la gloria del Signore.
È un tempo solenne e grande in cui ognuno di noi può mettersi in gioco con il Signore, sentirlo vicino, godere dei suoi insegnamenti e della sua misericordia, cantare ed esprimere la gioia del cuore perché Lui, con la sua risurrezione ha vinto la morte per sempre!

Settimana santa (3)

Quella della Settimana Santa è l’unica pastorale che chiede di fermarsi per celebrare, di contemplare per rivivere, di fare memoria per poter sperare. È l’occasione propizia per verificare con la partecipazione, anche se questa in certi giorni ed orari chiederà un sacrificio maggiore, quanto sia importante Gesù per me.
Anzi potrebbe essere l’occasione propizia, in questa settimana prima di quella Santa, perché ciascuno nel silenzio del suo essere si faccia queste domande: Sto costruendo attorno alla Persona di Gesù o attorno a delle strategie pastorali, a iniziative, a concetti, a tentativi anche lodevoli in ambito caritativo ma che non sono un modo più forte e decisivo di aggrapparmi a Lui? C’è ancora Gesù lì dove tutto parla di cristianesimo? C’è ancora Lui o l’ombra delle Sue idee? Penso sia bello e importante, ripeto in preparazione alla Settima Santa, che ciascuno con lealtà provi a rispondere senza paura e con umiltà.

“Non si può vivere la Pasqua senza entrare nel mistero.
Non è un fatto intellettuale, non è solo conoscere, leggere. È di più, è molto di più!
Entrare nel Mistero significa capacità di stupore, di contemplazione; capacità di ascoltare il silenzio e sentire il sussurro di un filo di silenzio sonoro in cui Dio ci parla”. (Papa Francesco)

Camminava davanti a tutti

È un Gesù deciso, fortemente determinato, quello che sale a Gerusalemme, sapendo bene di andare incontro alla morte, e a una morte dolorosa e terribile. Gesù affronta questa “salita” con fiducia.
La sua vita non è nelle mani degli uomini, ma in quelle di Dio, il Padre suo. È un Profeta disarmato quello che entra nella Città santa. La sua cavalcatura, un puledro di asina, non ha nulla di guerresco. Egli non vuole imporsi con la forza, non intende fare sfoggio di potenza. È un Messia indifeso quello che affronta il grumo di odio e di cattiveria che gli si sta per scatenare contro. Del resto non può essere altrimenti.
Egli viene ad offrire il suo amore, un amore tenace, illimitato, perché chi ama è sempre disarmato.
Perché non pensa a proteggersi, perché si espone, disposto anche ad andare incontro al rifiuto e all’ingiuria. È a questo Gesù che la folla dei discepoli manifesta la sua simpatia e la sua gioia.
In effetti questo ingresso è il luogo di un incontro, lo spazio per esprimere a colui che va verso la morte la propria gratitudine per tutto quello che ha detto e fatto, per benedire lui, l’Inviato del Signore, venuto a portare la pace. I gesti e le acclamazioni di questa folla irritano alcuni farisei. Non gradiscono una proclamazione che ha tutto il sapore di un riconoscimento spontaneo e popolare. E tuttavia Gesù lascia fare. Lascia fare perché ormai non esiste alcuna possibilità di equivoco. Il Messia non può essere scambiato per il potente di turno. Il modo in cui si presenta, la sua mitezza, la sua povertà escludono qualsiasi sogno di potenza e di gloria. Le loro parole lasceranno il posto di lì a poco alle grida e alle urla della folla che chiede la sua morte sulla croce. Quest’entusiasmo, dunque, è una sorta di viatico, un accompagnamento sincero per lui che spezzerà se stesso fino alla fine, per la vita del mondo.

Un coraggio inaspettato

Nella domenica delle Palme detta anche della Passione, la chiesa avvia la lettura dei cantici del misterioso Servo del Signore. Nella rilettura cristiana di questi carmi drammatici si è sempre visto un primo abbozzo del profilo di Cristo.
Quello che colpisce è la sofferenza alla quale il Servo va incontro coscientemente: è il coraggio della fedeltà e della coerenza, nel dono di sé.

L’ingresso a Gerusalemme, tra profezia e compimento

«Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme».
Le parole di Luca evocano l’immagine di una guida in montagna. Gesù cammina «davanti» come il primo di una cordata. «Sale» a Gerusalemme, ovvero si reca al Tempio, si avvicina a Dio.
Il salmista esprimeva la gioia del pellegrino: «Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!». Alla testa dei discepoli, Gesù compie, ancora una volta, questa salita.
L’aveva compiuta, la prima volta, a dodici anni: era l’annuncio lontano di questa ultima salita.

Il cammino di Gesù secondo Luca, completamente immerso nella nostra umanità, lo conduce a Gerusalemme. È un itinerario in salita, fino alla croce, per poter offrire misericordia e salvezza a tutti gli uomini e aprir loro le porte della nuova Gerusalemme, il paradiso. Il dialogo tra Gesù e il buon ladrone non è che il culmine di tante parole e gesti di salvezza: un «oggi» di grazia che parte dalla notte del Natale («Oggi è nato per voi il Salvatore»), approda all’annuncio messianico nella sinagoga di Nazaret («Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato»), percorre le molteplici strade degli uomini per risanare e offrire misericordia («Oggi la salvezza è entrata in questa casa», dirà a Zaccheo) e raggiunge il compimento nell’offerta del paradiso al buon ladrone («Oggi con me sarai nel paradiso»). La salvezza non è un’esperienza rimandata al futuro: essa è una realtà presente, dono da accogliere con semplicità e gratitudine, con il cuore di poveri.

Settimana santa (2)

La Settimana Santa è il cuore pulsante del cristianesimo e ogni suo giorno contiene un mistero.
La Domenica delle Palme, memoria dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, è il preludio della Pasqua del Signore.
Nei primi giorni santi – lunedì, martedì e mercoledì – insieme riviviamo le ultime parole e gli ultimi gesti della vita di Gesù con i suoi discepoli. Odoriamo il profumo del puro nardo con il quale Maria di Betania unge i piedi di Gesù. Siamo sconvolti dall’a nuncio del tradimento di Giuda.
Partecipiamo ai preparativi di quella cena pasquale che Gesù ha così tanto desiderato.
Nella sera del Giovedì Santo, in cui il clima surreale di amicizia e di tradimento dell’amico, di amore fino alla fine e di rinnegamento e abbandono, Gesù compie i gesti dell’amore estremo: lava i piedi, spezza il pane e condivide il calice di vino.
Il Venerdì Santo è il giorno del Servo del Signore, il tempo della tenebra che avvolge il mondo, l’ora della gloria del Figlio di Dio che si lascia inchiodare al legno per amore dell’umanità.
È il giorno della Passione che salva.
Nel Sabato Santo il corpo del Signore riposa nella tomba e nulla avviene, tutto e tutti fanno silenzio perché ogni parola è muta e vana.
Ma al cuore della notte, la notte della grande Veglia, si accende il fuoco e si scaldano i cuori che possono cantare che in Cristo risorto la tenebra è luce e l’amore è più forte della morte.
L’annuncio “Cristo è risorto” squarcia ogni notte del mondo, riscatta ogni ingiusta sofferenza.
La Domenica di Pasqua è il giorno eterno che non conosce tramonto perché in lui tutto rinasce a vita nuova.

L’Adorazione cos’è

Il Signore è una realtà viva ed operante
Gesù non è un personaggio vissuto nel passato,
non appartiene all’archeologia della Chiesa;
il Signore è vivo ed operante nella Chiesa:
bisogna mettersi a tu per tu con Colui che è il vivente.

L’adorazione eucaristica è ascolto; non è un mettersi dinanzi al Signore, parlare a Lui ed incominciare a dire, a chiedere. Fare adorazione non è soltanto parlare a Gesù: la prima cosa da fare è ascoltare, perché Colui che sta dinanzi a noi non è l’oggetto passivo della nostra contemplazione, della nostra adorazione: Gesù è Colui che ci parla e noi dobbiamo stare in ascolto. Nell’adorazione il nostro atteggiamento non deve essere il fare ma l’ascoltare.
Quando si va a fare un’ora di adorazione si sa con quali atteggiamenti si entra ma non si sa con quali atteggiamenti si esce; qualche volta possiamo anche andare per protestare nei confronti di Gesù, poi si ascolta Lui che parla attraverso la nostra coscienza e scombussola i nostri piani.
Noi abbiamo bisogno di conoscere il pensiero di Dio, dobbiamo conoscere il suo pensiero sul significato della vita, sul significato degli anni che ci restano da vivere.
Oggi siamo bombardati dallo stile di vita corrente, allergico al pensiero di Dio, e viviamo giorno dopo giorno senza dare senso a quello che facciamo.

Il valore dell’Adorazione

È qui che si innesta il valore dell’Adorazione eucaristica che non è un monologo che io faccio
dinanzi a Dio, ma è un dialogo dove io sono colui che ascolta e il Signore è Colui che parla.
Quando non si è abituati è necessario un libro, un testo. Il significato vero dell’adorazione non è
un nostro parlare a Dio; adorare è lasciarci trafiggere il cuore da Gesù, lasciarci giudicare da Lui, lasciarci parlare da Lui; se c’è una domanda da fargli è proprio: “fammi conoscere le vie della
vita”. C’è una tentazione da evitare nel concepire l’ora di adorazione ed è il concepirla come un’ora di evasione dalla realtà, dal mondo, dalle nostre responsabilità. Non è un’ora che nasce dal desiderio di evasione, dal desiderio di liberarsi da tutto ciò che dà fastidio nella vita.
Dovrebbe essere invece un bisogno di stare con il Signore, un’ora per pensare e meditare.
L’Ora di Gesù ha una risonanza antropologica perché ci serve per recuperare il meglio di noi stessi.
La ragione dell’Ora di Gesù sta nel porre Gesù al centro della nostra vita, della nostra storia, avere la possibilità che Lui parli a noi.
Nei libri di ascetica si scrive che chi stava in contemplazione andava in estasi. Estasi è una parola che va presa sul serio. “Ekstasis” vuol dire uscire da sé per stare in Dio; questo senso è per tutte
le persone che stanno in adorazione, che escono dalle proprie convinzioni, escono dal credersi
importanti, dal credere nel proprio io; è uscire da sé e porre in noi Dio, porre la nostra vita in Dio.
L’Ora di Gesù è un salutare correttivo per valutare tutto secondo Dio
e riconoscere che Gesù è il Signore. Il fatto che Gesù è veramente il Signore non significa che la nostra vita con Lui non può conoscere anche momenti di tribolazione, di difficoltà, di sofferenze. Questo vuol dire che anche quando siamo con il Signore può venire la tempesta.

Settimana santa (1)

Con la Celebrazione della “Domenica delle Palme: Passione del Signore”, l’itinerario quaresimale ci introduce in quella settimana i cui giorni vengono chiamati “Santi” e per i quali tutti i giorni vengono santificati. Sono i giorni nei quali si realizza il grande mistero della salvezza: l’uomo Peccatore viene unito alla vita di Cristo, il “Santo” e da lui è redento.
L’uomo è santificato mediante Gesù Cristo e la sua obbedienza al Padre fino alla morte di Croce.
La vita del Figlio offerta e donata ci riporta alla nostra dignità di figli di Padre.
Per partecipare alla gioia della Pasqua incoraggio tutti i cristiani della nostra parrocchia a vivere in tutta la loro pienezza, con una partecipazione reale nella nostra Chiesa e non solo spirituale, i misteri di questi giorni che trovano il culmine nel Triduo del Cristo crocifisso, sepolto e risorto.

Vivere la Quaresima al tempo della guerra (2)

La Quaresima è il tempo in cui risuona la domanda posta al principio della storia dell’umanità tutta: “Adamo, dove sei?”, che è come dire: “Dove stai andando? Verso dove inclina il tuo cuore?”
Se la scontentezza, la delusione ci attanagliano come Adamo, se l’odio verso i fratelli ci impedisce come Caino di levare lo sguardo, se i nostri occhi sono fissi solo sulla terra, sulla nostra terra, allora è segno che dobbiamo metterci sulla strada che porta all’incontro. Siamo fatti per l’incontro. Per la sua luminosità per la sua bellezza. Siamo fatti per lasciare il mondo della morte e dell’egoismo e aprirci alle doglie di un mondo nuovo. Perché anche la creazione geme e attende. Lasciamoci dunque attrarre da Cristo.
Colui che è stato trafitto per amore cerca i nostri occhi. Solo fissando gli occhi del Crocifisso, lì dove “si manifesta l’eros di Dio per noi” scopriremo quanto sia bello sentirsi guardati ed amati.
Guardando a Colui che abbiamo trafitto scopriamo dunque il segreto del nostro essere. Quel corpo morto per amore e condannato ingiustamente continua a comunicarci il senso altissimo dell’umanità.
Essa non si autodistruggerà fin quando guardando quel corpo si ricorderà che la vita si dona nell’amore, che il perdono vince l’offesa, che le braccia aperte verso tutti sono l’unica possibilità per non morire di fame. L’apertura radicale e non la chiusura miope sono l’essenza della nostra vita autentica.
Quel corpo in croce è il punto luce inestinguibile in ogni notte della storia, nella notte della nostra storia. Guardiamo a Gesù. A Lui che da fratello di tutti si è fatto uomo sul serio, fino a sentirsi abbandonato, fino a sentirsi inascoltato dal Padre, ma infine consegnandosi a Lui, morendo fiducioso nel suo abbraccio. Spendiamoci come fraternità cristiana, come chiesa di Cristo, con generosità nella e per la vita del mondo, in una dimensione di memoria, speranza, mistero, accoglienza che narra e introduce all’amore di Dio.
Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore, perché il bene è più forte del male, l’amore è più forte dell’odio.

Vivere la Quaresima al tempo della guerra (1)

Continua il cammino quaresimale anche per la nostra comunità parrocchiale.  
La Quaresima 2022, oltre a continuare a essere segnata dalla pandemia e dalle misure anti-Covid, è funestata dalla guerra in Ucraina che ha scosso anche la vita ecclesiale. Come comunità cristiana non ci stanchiamo, ogni giorno, ad implorare da Dio quella pace che gli uomini da soli non riescono a raggiungere e a costruire.
Continuiamo a usare le «armi della penitenza» e a far sentire «il nostro grido contro la guerra e contro ogni attentato alla vita su tutto il pianeta.

Come dice san Paolo, la Quaresima è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente il combattimento contro lo spirito del male.
In questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, «non stanchiamoci di fare il bene» vincendo la tentazione «di chiudersi nel proprio egoismo individualistico e rifugiarsi nell’indifferenza alle sofferenze altrui».

Il cammino quaresimale è come una lunga inchiesta interiore, una via per sentire quanta gioia abbiamo nel cuore, quanta pienezza c’è nella nostra esistenza. È come se fossimo chiamati a domandarci se le strade che stiamo percorrendo portano al centro di noi stessi (e non alla dispersione dietro le cose: ecco il digiuno), alla relazione nutriente con gli altri (aperta e accogliente: l’elemosina), alla fiducia in Dio Padre (la preghiera, che non cerca ricompensa ma gode dell’incontro con la Sorgente stessa della vita). Siamo custodi della genuina felicità, ferita dall’autoreferenzialità generata dalla paura o dall’orgoglio, dalla dipendenza dal possesso e dal potere, dalle preoccupazioni vissute senza uno sguardo al Padre che conta anche ogni capello del nostro capo.

Giovedì eucaristico

LA PIETÀ EUCARISTICA NON È FONDATA NEL SENTIMENTO, MA NELLA FEDE.
L’EUCARISTIA È IL PIÙ GRANDE DONO OFFERTO A TUTTA LA NOSTRA
COMUNITÀ CRISTIANA

È verità di fede cattolica che la presenza sacramentale del Signore Gesù permane nelle specie consacrate anche dopo la celebrazione della S. Messa. Esporre il Santissimo Sacramento nella mattinata e nella serata di ogni giovedì penso sia una chiara dimostrazione che noi, in quanto popolo cristiano, sentiamo sempre più il bisogno di sostare in adorazione.
La preghiera di adorazione è certamente tra le più belle ed efficaci anche se non sempre è facile fare autentica adorazione.

La nostra comunità cristiana deve diventare autentica “scuola” di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino a un vero “invaghimento” del cuore. Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall’impegno nella storia: aprendo il cuore all’amore di Dio, lo si apre anche all’amore dei fratelli e ci rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio.
Nella misura in cui ci nutriamo di Cristo e ci siamo innamorati di Lui, avvertiamo anche dentro di noi lo stimolo a portare altri verso di Lui: la gioia della fede infatti non possiamo tenerla per noi, dobbiamo trasmetterla.

Gesù ci invita: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò” (Mt 11,28); ci ammonisce: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno, Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà mai tolta” (Le 10,41).
E ancora S. Paolo: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie” (1 Tess 5,16). Un cristiano non può personalmente pregare sempre, ma il corpo di Cristo – la comunità si – può mettersi in stato di preghiera incessante anche con l’adorazione.
La nostra parrocchia, forse, rischia di essere esausta per attivismo.
Non dobbiamo cercare l’efficienza, ma l’efficacia… e questa non è frutto nostro ma primariamente dono di Dio dentro il nostro impegno.

È un forte e accorato invito a dare più attenzione e valore al “servizio di adorazione” che è davvero il più importante e sostiene tutti gli altri servizi e impegni. Il cristiano che vive l’Adorazione cresce nella disponibilità al servizio con radice più determinata, diventa più aperto alla gioia, all’accoglienza e alla testimonianza nel suo quotidiano. Se prega serve, getta ponti di amicizia, condivide Gesù, rende ragione della sua fede e porta i lontani al Signore e in parrocchia.
Ciascuno di noi impara che il suo primo servizio per il popolo è la preghiera.
E non è lo stesso pregare in casa o davanti all’Eucarestia.

La schiettezza della proposta di fede è Gesù. Le attività o gli stratagemmi nascono dalla semplicità di conoscere, amare, seguire Gesù. Allora tutto il resto del “da fare” non sparisce ma rivive nella sua ragione di essere: Gesù, e riprende spessore e incisività con la forza dello Spirito Santo.
Tutti… troviamo la linfa lì! E in molti rinasce il desiderio di leggere la Parola; davanti al Santissimo la capisci più viva per te, e cresce il desiderio di approfondirla e di conoscere di più la fede e di testimoniare la gioia di essere cristiani.