Maria Madre di Dio

Il 1° gennaio, Capodanno civile, si celebra la solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Questo dogma (verità di fede) fu proclamato solennemente nel Concilio di Efeso dell’anno 431, dove venne affermata la natura umana e divina dell’unica persona del Verbo in Gesù Cristo e quindi venne affermata anche la maternità divina di Maria. Con questa festa viene indirettamente celebrata la conclusione dell’Ottava di Natale.

Qual è il significato teologico e spirituale di questa festa?

Nestorio aveva osato dichiarare: “Dio ha dunque una madre? Allora non condanniamo la mitologia greca, che attribuisce una madre agli dèi”; S. Cirillo di Alessandria però aveva replicato: “Si dirà: la Vergine è madre della divinità? Al che noi rispondiamo: il Verbo vivente, sussistente, è stato generato dalla sostanza medesima di Dio Padre, esiste da tutta l’eternità… Ma nel tempo egli si è fatto carne, perciò si può dire che è nato da donna”. Gesù, Figlio di Dio, è nato da Maria. È da questa eccelsa ed esclusiva prerogativa che derivano alla Vergine tutti i titoli di onore che le vengono attribuiti, anche se possiamo fare tra la santità personale di Maria e la sua maternità divina una distinzione suggerita da Cristo stesso: “Una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”.
Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”” (Lc 11,27s).
In realtà, “Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza peso alcuno di peccato la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente”.  

Buon anno

1° gennaio. Suona bene, perché davanti abbiamo una pagina bianca tutta da riempire.
Ha in sé il bello dell’intonso, del nuovo, delle mille possibilità che ci si dispiegano davanti quando abbiamo la sensazione di avere tempo. Quella percezione che pervade tutta la vita e che deve fare i conti con una congiunzione necessaria. Quello che è stato, che ben conosci e che non puoi più modificare, e quello che sarà, che non conosci ancora e che hai il desiderio di poter pianificare. Ogni volta che termina un anno e ne inizia uno nuovo mi pervade una briciola di nostalgia per tutte quelle cose che avrei voluto fare, e che non ho fatto. Ma poi c’è il buon proposito di “fare di più” o “fare meglio” e tutto sembra possibile. In realtà più che un proposito, mi piace che sia un progetto. E nei miei c’è sempre una cosa al primo posto. Vivere ogni istante del mio anno avendone piena consapevolezza. Amo il bello, la lentezza, la concretezza delle cose fatte per viverle davvero, e non semplicemente per dire che le abbiamo fatte, guardandole in una fotografia.

Il potere della calma e la forza dell’abitudine (2)

Non è forse vero che spesso siamo di fretta? Troppo, secondo me. E rincorrere l’onda perfetta distoglie dal piacere del vivere il presente. Ritengo che la vita vuole, ogni giorno, essere colma di buone abitudini, che facciano di ogni giorno un giorno vissuto nel segno dell’eccellenza.
Tre semplici consigli potrebbero concretamente rallentare il passo.
Valorizza la tavola (2). Mangiamo tutti almeno due volte al giorno.
Come lo facciamo fa una grande differenza. Non solo perché la salute passa anche dal piatto. Ma anche perché a tavola la famiglia si racconta, le idee si scambiano, la vita si svolge e crea una rappresentazione sua, meravigliosa, puntuale e quotidiana. Mangiare bene, insieme con calma significa vivere meglio.
Non aspettare: agisci (3). La tua vita può essere bellissima oggi, non un domani. Devi avere il coraggio di prendere parte all’azione. Troppe persone mi dicono di sentirsi schiavi della tecnologia (troppi messaggi, troppi social, troppe notifiche) del proprio lavoro o delle proprie incombenze.

Il potere della calma e la forza dell’abitudine (1)

Non è forse vero che spesso siamo di fretta? Troppo, secondo me. E rincorrere l’onda perfetta distoglie dal piacere del vivere il presente. Ritengo che la vita vuole, ogni giorno, essere colma di buone abitudini, che facciano di ogni giorno un giorno vissuto nel segno dell’eccellenza.
Tre semplici consigli potrebbero concretamente rallentare il passo.
Ascolta e osserva (1). Riuscire a farlo rende la vita speciale. Guardare la casa svegliarsi all’alba mentre la luce filtra dalle finestre. Ascoltare i propri pensieri, sentimenti fin dal primo mattino. Seguire i ragionamenti dei propri figli mentre li si porta da qualche parte e si raccontano con voce ininterrotta quello che è successo. Indagare nello sguardo dei figli adolescenti, quando si è soli con loro, e con i loro silenzi e poche parole, ma inconsapevolmente si confidano.
Dedicare del tempo al guardare le cose e a capire cosa significano per me.
Ascoltare le parole che ci vengono dette e curare quelle che io stesso dico, perché i pensieri diventano parole e le parole diventano azioni. Le azioni compongono la vita. Quindi: la vita dipende da noi e dai nostri pensieri. Ciò che si è, molto spesso, è il risultato delle proprie scelte.

Maria Santissima Madre di Dio

“Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace”. Con questa antica benedizione biblica entriamo nel nuovo anno 2021, certi che il Signore veglierà su di noi, ci sarà vicino e ci accompagnerà giorno dopo giorno. “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito, e su chi teme la mia parola”, si legge nel libro di Isaia. Sì, lo sguardo del Signore si rivolge su chi si dispone ad ascoltare la parola del Vangelo e cerca di metterla in pratica. Ancora una volta quei pastori di Betlemme ci sono di esempio. Erano disprezzati e ritenuti impuri e peccatori, eppure lo sguardo di Dio si posò su di loro: la notte si riempì di luce e la loro vita trovò un senso, una direzione verso cui andare. Quegli umili pastori divennero “i primi cristiani”: ascoltarono le parole dell’angelo, lasciarono le loro greggi e si diressero verso il luogo loro indicato. Giunti alla grotta videro quel Bambino di cui gli angeli avevano loro parlato; un bambino, una creatura debole, fragile, senza forza. Eppure quel Bambino riempì il loro cuore e la loro mente, tanto che, nota l’evangelista, “dopo averlo visto, riferirono ciò che di lui era stato detto loro”. Si potrebbe dire che tutta la nostra vita di cristiani è racchiusa in questa semplice scena. È posta all’inizio di questo anno perché illumini tutti i giorni che verranno. La scena che i pastori videro era quella di una madre che aveva tra le braccia un Bambino. Sono passati sette giorni dal Natale, da quando i nostri occhi si sono posati su questo piccolo bambino. Oggi la Chiesa sente il bisogno di guardare anche la Madre, e farle festa. Ma, è bene sottolinearlo, nel contemplarla non la troviamo sola: ha in braccio Gesù. I pastori, scrive il Vangelo, appena giunsero a Betlemme “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino”.
E’ bello immaginare Gesù non più nella mangiatoia ma tra le braccia di Maria: lei lo mostra a quegli umili pastori e continua a mostrarlo ancora ai discepoli di ogni tempo, anche a noi. Maria che tiene Gesù tra le braccia è tra le immagini più familiari e tenere del mistero dell’incarnazione. Nella tradizione della Chiesa d’Oriente è talmente forte il rapporto tra quella madre e quel figlio che non si trova mai un’immagine di Maria senza Gesù; lei esiste per quel Figlio, suo compito è generarlo e mostrarlo al mondo. E’ l’icona di Maria, Madre di Gesù, ma è anche l’immagine della Chiesa e di ogni credente: abbracciare con affetto il Signore e mostrarlo al mondo.