La via Crucis

La Via Crucis: questa forma di meditazione ci aiuta non solo a ricordare le sofferenze di Cristo, ma a scoprirne, in qualche misura, la profondità, la drammaticità, il mistero, sommamente complesso, dove il dolore umano nel suo più alto grado, il peccato umano nella sua più tragica ripercussione, l’amore nella sua espressione più generosa e più eroica, la morte nella sua più crudele vittoria e nella sua definitiva sconfitta… acquistano l’evidenza più impressionante. Chi cammina spera. Chi non cammina più è stanco o disperato.
Il cammino della croce è il “cammino della speranza”, perché è un cammino sulle orme di Cristo, in compagnia di Maria, “pellegrina della fede” e Madre della speranza. Il nostro è un “cammino difficile”, è l’Esodo, è il cammino della Croce. È sicuro il “punto di partenza”: l’amore di Dio che ha portato il Figlio sulla Croce. È sicuro il punto di arrivo: la gloria della risurrezione. La Via Crucis è un “camminare” e sostare: per contemplare, pregare, riposarsi in Dio e riprendere fiato, per camminare ancora fino al traguardo. In Dio. Per camminare sulle orme di Cristo servono le tre virtù teologali, le “tre figlie di Dio”: la fede che è “sposa fedele”, la carità che è “madre feconda e generosa”, ma soprattutto, la speranza, la “sorella piccolina”, che “trascina tutto” e ci aiuta a “varcare la soglia” in Cristo.

La parola all’arte: Viandante sul mare di nebbia

1818 – Caspar David Friedrich—Hamburger Kunsthalle di Amburgo

Questo dipinto è una delle opere più rappresentative della pittura romantica e pur essendo utilizzato nei più svariati contesti conserva sempre un fascino straordinario! Soffermiamoci sul protagonista di questo dipinto: un uomo in piedi, di spalle, che osserva il paesaggio dall’alto di un monte: un viandante che porta appunto già nel nome l’idea del percorso, di una ricerca senza fine che si perde nei misteri della vita. Il viandante è come sospeso in un momento magico e mistico in cui perdendosi nella contemplazione del paesaggio si immerge in una complessa meditazione sull’uomo, sulla natura, sull’infinito, su Dio. La sua postura però non indica una statica contemplazione del paesaggio, quanto la sosta necessaria per “studiare la prossima mossa”. Un uomo di spalle, senza volto, perché ognuno di noi è il viandante sul mare di nebbia; ognuno di noi è quel viandante che pur ammirando il paesaggio che lo circonda sta cercando di capire da che parte andare. Le tre dimensioni del tempo sono racchiuse in questo dipinto: il viandante è il presente che vive, che osserva; il passato è la roccia scura, la salita che lo ha portato fino a lì; il futuro è il mare di nebbia ai suoi piedi, la foschia che aleggia sul cammino che lo attende. Ma il suo sguardo, oltre la nebbia, si posa sui monti visibili in lontananza, su un altro panorama da contemplare, sulla meta da raggiungere! Il viandante è desiderio, speranza, coraggio, è il senso di paura mista a determinazione, è la difficoltà e il suo superamento.
Quel viandante rappresenta il senso della vita, è l’intuizione della silenziosa presenza di Dio.
Il viandante dovrà scendere dal monte per proseguire il cammino, affrontare e superare nebbie ed ostacoli, ma ha già scorto la meta e sa di non essere solo nel suo viaggio!

La trasfigurazione (3)

Stare è il verbo della fedeltà, della presenza, della comunione inossidabile.
È risposta al desiderio di Gesù: «Rimanete in me… rimanete nel mio amore».
Sul monte Dio e l’uomo si danno appuntamento da sempre: Dio scende, l’uomo sale, in «un movimento a fisarmonica» che emette melodie di ricerca, desiderio, passione, comunione.
Dio e l’uomo si cercano e si trovano in un presente che non è disconnesso né dal passato (rappresentato da Mosè ed Elia), né dal futuro (la gloria eterna). In Cristo Dio e l’uomo coabitano in un connubio mirabile; per mezzo di Cristo Dio e l’uomo si incontrano, si parlano, sperimentano la più dolce delle amicizie. In Cristo la luce divina rifulge radiosa nella fragilità della carne segno che il corpo è sacro, è tempio, è casa di Dio.

La trasfigurazione (2)

Come il ramo del mandorlo che germoglia segna l’inizio della primavera, così la trasfigurazione si presenta come la pregustazione del Cielo e della gloria della Risurrezione. Nei Vangeli essa appare come un evento di grazia in cui all’uomo, fragile e impaurito dalla prova e dalla croce, è dato di ossigenare mente e cuore e di ricevere una spinta a salire oltre la ripetitività del quotidiano. È l’esperienza che vivono i discepoli, tre uomini che sono icona della sequela Christi, ma anche icona dell’umano spesso lento a decifrare parole ed eventi. La trasfigurazione è un’esperienza che ricorda all’uomo il suo destino e ricorda che la luce divina abita i travagli della nostra storia personale e collettiva, che Dio e l’uomo possono sperimentare un sabato comune. La vita è salita, fatica, ritmo incalzante di avvenimenti, ma Dio concede momenti sabbatici, momenti dove il tempo, che fagocita l’uomo e lo rende schiavo dello spazio, cede il posto alla Grazia, che libera l’uomo dalla tirannia delle cose; momenti dove tutto si distende e si può gustare la bellezza dello stare l’uno alla presenza dell’altro in uno spazio che non soffoca, non costringe, non delimita.

La trasfigurazione (1)

Tra i racconti della vita di Cristo vi è un evento che ci invita a fermarci, a disconnetterci dal turbinio dei nostri andirivieni e sostare nella contemplazione di una bellezza che rapisce, che incanta, che conquista: la trasfigurazione. La vita umana non procede per obblighi o imposizioni, ma per fascinazione di bellezza. Non ci attrae ciò che ci costringe, ma ciò che ci fa intuire un’esperienza di liberazione, che intercetta i nostri sensi, che scava dentro e pianta un seme di passione. Non ci attrae ciò che rappresenta sottrazione o divisione, ma ciò che prospetta addizione, moltiplicazione. La trasfigurazione di Gesù alla presenza di tre dei suoi discepoli è un episodio che mostra come l’uomo subisca fortemente il fascino della bellezza e sia attratto da ciò che lo apre al mistero, al “di più”, alla pienezza di vita. L’evento vissuto sul monte ha il sapore dell’irruzione dell’eternità nel tempo, dell’infinito nello spazio, del divino nel tessuto dell’umano, irruzione che riossigena la storia e la proietta verso il suo compimento.

La via della Croce

La via della Croce è la via ordinaria della vita cristiana, perché Gesù ha detto che chi vuole diventare suo discepolo deve prendere la croce “ogni giorno” e lo deve seguire. La croce, quindi, non è una punizione né tantomeno una scelta personale, è, invece, la modalità che Dio ha scelto per sé e per noi per salvare il mondo.
La croce è la modalità che il Padre ha scelto per il suo amato Figlio in vista della gloria della risurrezione. La croce è la strada maestra per chiunque vuole arrivare a gustare la vita nuova che sgorga dalla risurrezione di Gesù di Nazareth, perché su quel legno è stato appeso il Figlio dell’Uomo che ha tolto il peccato dal mondo. Non ci salva la croce, dunque, ma Colui che è “Crocifisso”, Colui che ha dato la vita per noi, mentre eravamo ancora peccatori. Si, mentre siamo ancora nel peccato, sotto il peso dei nostri limiti e delle nostre miserie umane il Signore Gesù ci ama fino a dare la vita per noi. Su quella Croce, issata sul Golgota, Gesù di Nazareth compie fino in fondo la volontà del Padre e manifesta l’amore più grande: sovrabbondante, immenso e caparra del Paradiso. Dal Golgota il Figlio di Dio abbraccia tutto il mondo per redimerlo e riportalo al Padre.

Conversione

La conversione non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità: proprio per questo occorre unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.
Come Cristo per quaranta giorni nel deserto ha combattuto e vinto il tentatore grazie alla forza della Parola di Dio, così il cristiano è chiamato ad ascoltare, leggere, pregare più intensamente e più assiduamente – nella solitudine come nella liturgia – la Parola di Dio contenuta nelle Scritture. La lotta di Cristo nel deserto diventa allora veramente esemplare e, lottando contro gli idoli, il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare il bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce il cristiano e lo rende eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita. Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima. Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano, favorendo così l’evento della conversione.

Tutto inizia con il Mercoledì delle Ceneri

Con il rito dell’imposizione delle ceneri inizia la quaresima. Questo gesto antichissimo affonda le radici nella storia della salvezza e rimanda sempre a tre significati inequivocabili.
Il primo ha a che fare con la conoscenza della nostra piccolezza. Davanti alla grandezza del creato e all’imprevedibilità delle cose terrene, l’esperienza ci dice che da soli non troviamo risposte adeguate e soddisfacenti.
Il secondo aspetto ha a che fare con il riconoscimento di Dio quale fonte e culmine di tutta l’esistenza, compresa chiaramente quella personale di ognuno di noi. Tu sei il Signore, tu sei il vero punto di svolta della mia vita: riconosciamo Dio come Signore della nostra vita non per lo spauracchio del suo giudizio su di noi, ma per l’amore che lui ha avuto e ha per noi.
Il terzo aspetto riconducibile alle ceneri è la conversione. Tempo di quaresima, tempo di conversione, ma di quale conversione parliamo? Come ben sappiamo, i vangeli ci arrivano nella loro lingua originale che è il greco. In greco il termine usato per dire la conversione è metánoia. Questa parola è composta da due parole, meta cioè oltre, e nous che significa intelletto, pensiero. Con conversione si intende, dunque, soprattutto un oltrepassamento del pensiero comune per arrivare ad un modo diverso di intender le cose, di considerare i valori etici e la vita nella sua totalità secondo il modo di pensare che è oltre e che per noi coincide col pensiero di Dio. In questo senso, il cammino penitenziale di quaresima che la Chiesa ci indica attraverso la preghiera, il digiuno e l’elemosina, vuole proprio creare in noi uno spazio vuoto perché sia riempito dalla presenza di Lui e di conseguenza del suo modo di vedere la realtà.
Signore, so che mi hai fatto come un capolavoro, prezioso ai tuoi occhi, so che senza di te sono ben poco, aiutami a diventare più simile a te e soprattutto a vedere e pensare la realtà come la pensi Tu.

Quaresima, tempo di gioia

Diversamente dagli altri tempi liturgici, che iniziano tutti di domenica o con le solennità da cui prendono il nome, la Quaresima prevede una specie di prologo alla prima domenica: il solenne digiuno delle Ceneri. Capita in un giorno feriale, quando i ritmi della vita non possono essere
interrotti, eppure segna un passaggio epocale: il tempo subisce uno scarto, diventa segno sacramentale della nostra conversione. Ciò che il nostro cuore indurito e distratto non riesce mai a fare, è ora a portata di mano. Possiamo volgerci a Dio e lasciarci cambiare in modo che ogni nostro momento, ogni nostro gesto tragga da lui origine e compimento.
Il digiuno che le Ceneri ci mettono davanti serve a percepire nella concretezza della carne questo stacco reale quanto intangibile: siamo entrati in un’altra era, questa Quaresima segnerà la nostra conversione. Qui e ora, nell’ordinario ritmo delle cose di sempre, ci volgeremo a Dio e Dio farà di noi un’umanità nuova.
La Quaresima non è dunque un tempo di mortificazione, ma di gioia: niente può tenerci lontano da Dio, e la nostra povertà è il luogo dove Lui può dimorare. Basta fargli spazio: digiuno (cioè rinuncia a sentirsi sazi di ciò che ci possiamo procurare: beni, affetto, risultati, ecc.), preghiera (perché il cuore affamato si leva a Dio e attende da Lui il cibo necessario) e misericordia (perché Dio riversa nei cuori di chi grida a Lui il Suo stesso amore) sono gli strumenti che allargano
il nostro cuore e lo liberano da tutto ciò che ci intralcia nel cammino della piena comunione con Dio. Quando arriva, allora, la prima domenica di Quaresima dovrebbe trovarci già con il cuore sintonizzato sulla gioia che ci è posta innanzi: abbiamo fatto un digiuno (ognuno come può, ma lo abbiamo fatto) e da qualche giorno abbiamo sintonizzato i pensieri sul nuovo tempo che viviamo.
La nostra conversione è a portata di mano, il Signore ci dona il suo Spirito per riconciliarci e rinnovarci.

Il santo della gioia: l’eredità e l’attualità di don Bosco

Un ponte tra Chiesa e Stato.

Don Bosco pone le fondamenta della sua opera educativa in pieno Risorgimento. In un’epoca in cui la Chiesa era fortemente osteggiata dalla classe dirigente che poi, di fatto, realizzò l’unità d’Italia, don Bosco propone una “terza via” per cui, da un lato, non scende ad alcun compromesso con le élite anticlericali di quel tempo, dall’altro propone un rinnovamento della Chiesa stessa, a partire dalla base. Si pose quindi come uomo di riconciliazione tra “Cesare e Dio”, nella convinzione che, formando dei “buoni cristiani”, avrebbe anche educato degli “onesti cittadini”.
Un insegnamento sorprendente, in un’epoca in cui, soprattutto in Italia e in Occidente, i cattolici sono “personaggi in cerca d’autore”, costantemente in preda a due tentazioni di segno opposto: il compromesso con la mentalità mondana, da un lato, e la chiusura a riccio di fronte alle sfide della modernità, dall’altro.

Il “metodo preventivo”: una risposta all’emergenza educativa. 

Negli anni in cui don Bosco dà vita ai suoi primi oratori, l’Italia è un paese dove l’analfabetismo copre il 90% della popolazione, con un altissimo tasso di devianza sociale tra i giovanissimi. Don Bosco compie dunque un’opera di evangelizzazione primaria nei confronti dei ragazzi: l’oratorio e la scuola diventano una forma di emancipazione da tutte le povertà. Don Bosco si è letteralmente chinato su un’umanità derelitta, secondo i principi del Vangelo e prendendo sul serio tutte le opere di misericordia, a partire dall’“insegnare agli ignoranti”.
Il successo del “metodo preventivo” salesiano è proprio nell’infondere nei bambini e nei ragazzi meno fortunati, una dose gigantesca di amore cristiano, quello stesso amore che le famiglie, la scuola e la società sembravano non riuscire a trasmettere. Aiutando i giovani a coltivare la passione per la musica, per lo sport e per le arti, don Bosco risvegliava in loro un desiderio di infinito.
È proprio quello che servirebbe ai ragazzi di oggi, che hanno totalmente smarrito sia lo stupore nei confronti del mondo, sia la consapevolezza della propria identità e del proprio valore per l’altro.

Il santo della gioia. 

Poiché la dimensione privilegiata dell’apostolato salesiano è l’educazione, per conquistare i giovani è necessaria una buona dose di humour e ottimismo. “Ricordatevi che il diavolo teme la gente allegra”, ripeteva spesso don Bosco ai suoi ragazzi. Questa gioia di vivere non aveva nulla di superficiale, né era fine a se stessa ma nasceva dalla profonda consapevolezza di essere stato salvato da Dio. Nato da una famiglia povera e rimasto molto presto orfano di padre, il santo piemontese fu cresciuto tra molti sacrifici assieme al fratello da mamma Margherita, a cui doveva la sua educazione cristiana.
Quella che, a uno sguardo superficiale, potrebbe essere liquidata come una “infanzia triste” divenne il volano per una vita completamente spesa per gli altri. In assenza di un padre terreno, don Bosco ebbe la grazia di cogliere la bontà del Padre celeste e, assieme ad essa, la chiamata alla paternità spirituale di tanti ragazzi altrimenti destinati ad una vita di perdizione. Questa certezza, diede a don Bosco la forza di non arrendersi davanti ad alcun ostacolo che si frapponesse tra lui e la sua missione.
Fu così don Bosco, poverissimo, riuscì a mettere in piedi una congregazione di caratura mondiale.
La miseria non gli fece mai paura, anche perché, come lui stesso affermava: “I debiti li paga Dio”.