24ore per il Signore

Venerdì 17 marzo e sabato 18 marzo 2023 ricorre il decimo anno dell’iniziativa “24 ore per il Signore”, occasione propizia per riscoprire, rivalorizzare il sacramento della Riconciliazione.
La “24 ore per il Signore” cade in Quaresima, che è tempo di grazia per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio e occasione per ritagliarsi tempo e spazio per meditare sul mistero della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù.
La Quaresima sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio.
Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della Riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia.

Via Crucis in Mortorino

La Via Crucis è esperienza di dolore, percorso che giammai si fa da soli perché siamo dentro una carovana umana, ma è anche incontro di vite profumate, sebbene la carne è ridotta a brandelli e il volto si mostri sfigurato dalle violenze.
Proviamo a guardare in faccia il dolore dell’umanità, tra pandemia e guerre, tra violenze urbane e violenze sociali, tra solitudine collettiva e paure. Lasciamo che almeno una parte di noi si confronti con questo dolore o, come sarebbe meglio dire, lasciamo che la nostra vita sia come un campo di battaglia su cui si combattono le contraddizioni del nostro tempo.
Cristo Gesù, nella sua tenerissima carne, è stato come un campo di battaglia, un altare sul mondo, perché gli egoismi, le violenze, le idolatrie che dilaniavano i cuori e i volti di tanti uomini e donne potessero trovare ospitalità da qualche parte, uno spazio, un altare su cui combattere e placarsi. Noi, piccoli uomini, come una sola piccola anima, siamo invitati a divenire, proprio nella contemplazione spaventosa della violenza e del dolore di tanta parte di umanità, spazio interiore accogliente, camera ospitale per i drammi dell’umanità, altare dove l’irriconoscibile umano possa essere trasfigurato in bellezza dall’amore.
Le vie della croce, quella di Gesù Cristo e quella di tanti poveri cristi, ci ricordano che se l’infinito dolore di un bimbo violato, di una donna uccisa o di un uomo umiliato non allargano le pareti del cuore e non ci rendono più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, non solo è una opportunità perduta ma segna l’apice dell’imbruttimento dell’umano.

La Samaritana (2)

Anche noi sentiamo il bisogno di acqua fresca, acqua che disseta, acqua pura. Anche noi, come la Samaritana al pozzo, ci sentiamo delusi, preoccupati, impauriti e anche spaventati. Anche noi oggi, come la Samaritana, andiamo ad abbeverarci nel momento meno affollato della giornata, lei per paura di incontrare le persone e di essere giudicata e noi per paura di un incontro che possa contagiare. Andiamo al Pozzo, luogo dell’incontro per eccellenza e non c’è nessun altro oltre il Signore … “Dammi da bere”, il Signore oggi ci parla nella nostra piazza deserta, parla a ciascuno di noi e, come avvenuto con la Samaritana, ci chiama per nome, al di là della nostra storia, dei nostri peccati, delle nostre debolezze, fragilità e sofferenze …
“Come mai chiedi da bere a me?” L’incredulità della Samaritana è la nostra, ma il Signore non esita. Ci richiama e ci interroga, ci sfida ad addentrarci nel vivo di quanto stiamo vivendo.
In questo brano ci pare di sentire forte il richiamo anche per noi, “Ascolta…fidati”, «Sono io, che parlo con te» … In questa Quaresima il Signore ci dice “vieni alla Sorgente, al Pozzo e riempi la brocca” … La Samaritana è la rappresentazione di ognuno di noi quando ci rassegniamo a una vita quotidiana, quando ci accontentiamo della nostra fatica di attingere acqua del pozzo per
una giornata e basta; quando ci infastidiamo di richieste che ci scomodano; quando giudichiamo; quando ci affanniamo con supponenza a voler risolvere le nostre cose pensando di essere sufficienti a noi stessi. Proprio in questo momento il Signore viene; ci porta oltre la nostra quotidianità e la nostra banalità e ci invita ad andare oltre noi stessi, a trovare il meglio di noi.
Anche noi abbiamo tante domande da porre …! La Quaresima è il tempo opportuno per guardarci dentro, far emergere i nostri bisogni spirituali più veri e chiedere l’aiuto del Signore nella preghiera. In questo tempo di Grazia ci pare che il Signore ci chiami a restare ancora più vicini a Lui. Un’opportunità? Forse sì! Questa occasione ci aiuti a rinnovarci e convertirci nel profondo e a
ritrovare una fede ancora più forte.

La Samaritana (1)

La terza domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenterà l’incontro di Gesù con la donna di Samaria. Il luogo dell’incontro, dell’evangelizzazione è il Pozzo: le profondità del nostro cuore dove sappiamo essere deposta, fresca e fremente, una promessa di felicità, la nostra promessa di felicità: ciò che inqueta il nostro cuore, ciò che lo fa vibrare e sperare.
Un pozzo: nel brano del Vangelo è il pozzo che Giacobbe aveva scavato per la sua famiglia e il suo bestiame. Nella nostra vita c’è sempre un dono tramandato, un dono che qualcuno ha pensato per chi gli sarebbe succeduto nel tempo, per i suoi figli e i figli dei figli…
Un pozzo è un potenziale in grado di dissetare: l’unica discriminante è avere di che attingere. Il bisogno (tragico) nel bisogno è quello sperimentato da chi è sì al pozzo, ma non ha un’anfora da calarvi. Dio si presenta così com’è: forse ci sembrerà scandaloso, ma non ha ciò che gli permetterebbe di attingere alla nostra acqua! Dio non fa irruzione nella nostra intimità.
Si siede e attende che arriviamo, vive senza vergogna quel che noi spesso non sappiamo fare: tende le mani e chiede “Dammi da bere”. L’inizio della nostra relazione con Lui è il suo desiderio bruciante: il suo “bisogno di noi”. Ha sete di renderci giustizia, di restituirci alla dignità di figli, ha sete di riversare in noi il suo Spirito come acqua copiosa, come speranza che non delude.
Non sempre riusciamo a dare alla nostra sete il suo vero nome, non sempre riusciamo a capire di che cosa abbiamo davvero sete e ci illudiamo di aver trovato una nuova oasi nel deserto. Dio ci attende non nell’oasi, ma al nostro pozzo. Perché? Perché abbiamo bisogno di adorare: di baciare (adorare significa stare bocca a bocca) lo Sposo giusto, non l’ennesimo amante che delude il nostro desiderio profondo di pienezza, di quell’amore stabile e sempre nuovo che regge ogni urto. Quali desideri giacciono in fondo al tuo pozzo? Di che cosa hai sete?

La via Crucis

La Via Crucis: questa forma di meditazione ci aiuta non solo a ricordare le sofferenze di Cristo, ma a scoprirne, in qualche misura, la profondità, la drammaticità, il mistero, sommamente complesso, dove il dolore umano nel suo più alto grado, il peccato umano nella sua più tragica ripercussione, l’amore nella sua espressione più generosa e più eroica, la morte nella sua più crudele vittoria e nella sua definitiva sconfitta… acquistano l’evidenza più impressionante. Chi cammina spera. Chi non cammina più è stanco o disperato.
Il cammino della croce è il “cammino della speranza”, perché è un cammino sulle orme di Cristo, in compagnia di Maria, “pellegrina della fede” e Madre della speranza. Il nostro è un “cammino difficile”, è l’Esodo, è il cammino della Croce. È sicuro il “punto di partenza”: l’amore di Dio che ha portato il Figlio sulla Croce. È sicuro il punto di arrivo: la gloria della risurrezione. La Via Crucis è un “camminare” e sostare: per contemplare, pregare, riposarsi in Dio e riprendere fiato, per camminare ancora fino al traguardo. In Dio. Per camminare sulle orme di Cristo servono le tre virtù teologali, le “tre figlie di Dio”: la fede che è “sposa fedele”, la carità che è “madre feconda e generosa”, ma soprattutto, la speranza, la “sorella piccolina”, che “trascina tutto” e ci aiuta a “varcare la soglia” in Cristo.

La parola all’arte: Viandante sul mare di nebbia

1818 – Caspar David Friedrich—Hamburger Kunsthalle di Amburgo

Questo dipinto è una delle opere più rappresentative della pittura romantica e pur essendo utilizzato nei più svariati contesti conserva sempre un fascino straordinario! Soffermiamoci sul protagonista di questo dipinto: un uomo in piedi, di spalle, che osserva il paesaggio dall’alto di un monte: un viandante che porta appunto già nel nome l’idea del percorso, di una ricerca senza fine che si perde nei misteri della vita. Il viandante è come sospeso in un momento magico e mistico in cui perdendosi nella contemplazione del paesaggio si immerge in una complessa meditazione sull’uomo, sulla natura, sull’infinito, su Dio. La sua postura però non indica una statica contemplazione del paesaggio, quanto la sosta necessaria per “studiare la prossima mossa”. Un uomo di spalle, senza volto, perché ognuno di noi è il viandante sul mare di nebbia; ognuno di noi è quel viandante che pur ammirando il paesaggio che lo circonda sta cercando di capire da che parte andare. Le tre dimensioni del tempo sono racchiuse in questo dipinto: il viandante è il presente che vive, che osserva; il passato è la roccia scura, la salita che lo ha portato fino a lì; il futuro è il mare di nebbia ai suoi piedi, la foschia che aleggia sul cammino che lo attende. Ma il suo sguardo, oltre la nebbia, si posa sui monti visibili in lontananza, su un altro panorama da contemplare, sulla meta da raggiungere! Il viandante è desiderio, speranza, coraggio, è il senso di paura mista a determinazione, è la difficoltà e il suo superamento.
Quel viandante rappresenta il senso della vita, è l’intuizione della silenziosa presenza di Dio.
Il viandante dovrà scendere dal monte per proseguire il cammino, affrontare e superare nebbie ed ostacoli, ma ha già scorto la meta e sa di non essere solo nel suo viaggio!

La trasfigurazione (3)

Stare è il verbo della fedeltà, della presenza, della comunione inossidabile.
È risposta al desiderio di Gesù: «Rimanete in me… rimanete nel mio amore».
Sul monte Dio e l’uomo si danno appuntamento da sempre: Dio scende, l’uomo sale, in «un movimento a fisarmonica» che emette melodie di ricerca, desiderio, passione, comunione.
Dio e l’uomo si cercano e si trovano in un presente che non è disconnesso né dal passato (rappresentato da Mosè ed Elia), né dal futuro (la gloria eterna). In Cristo Dio e l’uomo coabitano in un connubio mirabile; per mezzo di Cristo Dio e l’uomo si incontrano, si parlano, sperimentano la più dolce delle amicizie. In Cristo la luce divina rifulge radiosa nella fragilità della carne segno che il corpo è sacro, è tempio, è casa di Dio.

La trasfigurazione (2)

Come il ramo del mandorlo che germoglia segna l’inizio della primavera, così la trasfigurazione si presenta come la pregustazione del Cielo e della gloria della Risurrezione. Nei Vangeli essa appare come un evento di grazia in cui all’uomo, fragile e impaurito dalla prova e dalla croce, è dato di ossigenare mente e cuore e di ricevere una spinta a salire oltre la ripetitività del quotidiano. È l’esperienza che vivono i discepoli, tre uomini che sono icona della sequela Christi, ma anche icona dell’umano spesso lento a decifrare parole ed eventi. La trasfigurazione è un’esperienza che ricorda all’uomo il suo destino e ricorda che la luce divina abita i travagli della nostra storia personale e collettiva, che Dio e l’uomo possono sperimentare un sabato comune. La vita è salita, fatica, ritmo incalzante di avvenimenti, ma Dio concede momenti sabbatici, momenti dove il tempo, che fagocita l’uomo e lo rende schiavo dello spazio, cede il posto alla Grazia, che libera l’uomo dalla tirannia delle cose; momenti dove tutto si distende e si può gustare la bellezza dello stare l’uno alla presenza dell’altro in uno spazio che non soffoca, non costringe, non delimita.

La trasfigurazione (1)

Tra i racconti della vita di Cristo vi è un evento che ci invita a fermarci, a disconnetterci dal turbinio dei nostri andirivieni e sostare nella contemplazione di una bellezza che rapisce, che incanta, che conquista: la trasfigurazione. La vita umana non procede per obblighi o imposizioni, ma per fascinazione di bellezza. Non ci attrae ciò che ci costringe, ma ciò che ci fa intuire un’esperienza di liberazione, che intercetta i nostri sensi, che scava dentro e pianta un seme di passione. Non ci attrae ciò che rappresenta sottrazione o divisione, ma ciò che prospetta addizione, moltiplicazione. La trasfigurazione di Gesù alla presenza di tre dei suoi discepoli è un episodio che mostra come l’uomo subisca fortemente il fascino della bellezza e sia attratto da ciò che lo apre al mistero, al “di più”, alla pienezza di vita. L’evento vissuto sul monte ha il sapore dell’irruzione dell’eternità nel tempo, dell’infinito nello spazio, del divino nel tessuto dell’umano, irruzione che riossigena la storia e la proietta verso il suo compimento.

La via della Croce

La via della Croce è la via ordinaria della vita cristiana, perché Gesù ha detto che chi vuole diventare suo discepolo deve prendere la croce “ogni giorno” e lo deve seguire. La croce, quindi, non è una punizione né tantomeno una scelta personale, è, invece, la modalità che Dio ha scelto per sé e per noi per salvare il mondo.
La croce è la modalità che il Padre ha scelto per il suo amato Figlio in vista della gloria della risurrezione. La croce è la strada maestra per chiunque vuole arrivare a gustare la vita nuova che sgorga dalla risurrezione di Gesù di Nazareth, perché su quel legno è stato appeso il Figlio dell’Uomo che ha tolto il peccato dal mondo. Non ci salva la croce, dunque, ma Colui che è “Crocifisso”, Colui che ha dato la vita per noi, mentre eravamo ancora peccatori. Si, mentre siamo ancora nel peccato, sotto il peso dei nostri limiti e delle nostre miserie umane il Signore Gesù ci ama fino a dare la vita per noi. Su quella Croce, issata sul Golgota, Gesù di Nazareth compie fino in fondo la volontà del Padre e manifesta l’amore più grande: sovrabbondante, immenso e caparra del Paradiso. Dal Golgota il Figlio di Dio abbraccia tutto il mondo per redimerlo e riportalo al Padre.