Via Vai: inizia il Grest 2024 (2)

Si potrebbe parlare di una cristologia in cammino, cioè descrivere Gesù a partire dal suo essere in cammino. Gesù stesso dice di sé che “il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Impressiona effettivamente, leggendo i Vangeli, l’itineranza di Gesù durante gli anni della vita pubblica; a differenza del Battista, che esercita la sua missione in un luogo stabile e preciso, il Messia sceglie un’esistenza nomade molto simile a quella dei viandanti. Gesù sceglie di vivere solo provvisoriamente, brevemente, in un posto, spostandosi da un luogo a un altro; camminare è il suo modo di entrare in contatto con la gente. Gesù incontra la gente nei suoi luoghi. Per questo Gesù è continuamente sulla strada e lo si incontra in cammino. Da tale punto di vista, il rifiuto Gesù di una sede stabile può essere definito come un continuo mettere in discussione le relazioni e i fondamenti dell’esistere. Ciò che incide a fondo sulla storia di Gesù è l’incertezza. Per visitare i villaggi, egli esce dalla sua stabile situazione originaria e subisce uno spaesamento. Tutta la vita di Gesù è stata un cammino, certamente negli ultimi anni in particolare, gli ultimi tre anni, quelli della vita pubblica, egli annuncia la Buona Novella, incontra la gente e compie miracoli per strada. Si dice in Matteo che Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattia e l’infermità nel popolo. Potremmo dire dunque, che l’identità di Gesù è profondamente radicata nel cammino, è fortemente segnata dall’andare sempre oltre. Il cammino non rappresenta perciò per Gesù una scelta funzionale, ma è liberativo di uno stile e di un atteggiamento interiore. L’orizzonte itinerante si trasforma così da cammino spaziale a percorso esistenziale nella vita di Gesù e l’assenza di una dimora stabile esprime l’identità dinamica di Gesù, andare oltre per farsi continuamente prossimo all’altro, vicino ad ogni uomo.
La viandanza allora in Gesù è il segno della prossimità e più ancora incarna il continuo movimento in uscita dell’esistenza di Gesù. Anche nei confronti degli apostoli, Gesù raccomanda fortemente la prospettiva della condizione itinerante, quasi come condizione necessaria all’annuncio: strada facendo, predicate dicendo, il Regno dei cieli è vicino.
Soprattutto, però, nel racconto evangelico di Luca il tema del viaggio riveste un ruolo decisivo all’interno dell’intera narrazione, oltre ai viaggi dell’infanzia e al cammino della vita pubblica, l’evangelista attesta il grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme e si distende in ben 10 capitoli. Questo viaggio svela, secondo l’evangelista Luca, il vero significato della vita pubblica di Gesù. Gesù percorre la via della passione che gli è stata assegnata, la percorre coscientemente.
Gli insegnamenti che dispensa percorrendo questa via. Sono insegnamenti dispensati alla luce della morte e della resurrezione. Molte volte Gesù stesso si definisce come colui che viene, ma solo nel grande, decisivo passaggio della morte egli svela definitivamente la sua identità di pellegrino.
Non solo Gesù, dunque è sempre in cammino secondo i Vangeli, ma è anche un tutt’uno con il suo stesso camminare, a tal punto da affermare solennemente io sono la via, la verità e la vita.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Lui. L’accento principale cade su io sono la via.
I termini verità e vita chiariscono il senso in cui Gesù può essere la via. Egli è la via al Padre perché rivela la verità che conduce alla vita. Io sono la via, perché sono la verità e anche la verità.
In sintesi, si può concludere che lo stile di camminare a passo d’uomo è peculiare del Dio dei cristiani, perché la storia di Gesù di Nazareth racconta la scelta dell’assoluto, dell’infinitamente veloce di rivelare se stesso proprio camminando. Non si può quindi non riconoscere che c’è sicuramente qualcosa di miracoloso in questo ritmo del tempo di Gesù e della sua liberazione.
Una rivelazione che si fa quasi tutta per strada, a passo d’uomo, non di corsa, non da fermo.

Via Vai: inizia il Grest 2024 (1)

Parte il Grest. L’oratorio si anima particolarmente di persone, di ragazzi, adolescenti, in particolar modo per tre settimane, dal primo mattino al tardi pomeriggio. La proposta educativa per questo anno sarà legata alla figura della strada: la metafora del cammino costituisce da sempre uno dei paradigmi più utilizzati per narrare l’esistenza umana. La sua fortuna deriva da una carica evocativa che è immediata ed è molto semplice e intrinseca che si manifesta nella sua capacità di rendere plasticamente la dinamicità della vita. Persino nei nostri modi di dire questo è evidente: al momento della nascita affermiamo che il cammino è appena iniziato, tanto quanto al momento della morte diciamo che la strada è giunta al termine. Tra l’una e l’altra, potremmo dire che nella vita ci si fa strada. Il camminare incarna la nostra educazione, ne sottolinea fatiche e tappe, metodologie e stili e definisce la nostra esperienza esistenziale.
La vita dell’uomo è sempre, in qualche modo, cammino e viaggio attraverso la realtà.
Ricordiamo la grande intuizione di Gabriel Marcel, grande filosofo, che parla di Homo viator, per dire appunto che l’uomo è colui che cammina.
E quindi questo mistero dell’uomo racchiude sempre la tensione verso una meta, un oltre, qualcosa al di fuori di sé che muove la sua intelligenza, i suoi affetti e la sua volontà, rendendolo costantemente proteso ad una pienezza di vita che è sempre un po’ oltre.
Anche Martin Buber, in uno dei suoi scritti più riusciti ed efficaci, richiama la necessità di ogni uomo di andare oltre sé, non nel senso di dimenticare la propria singolarità, ma, al contrario, per raggiungere attivamente la propria unicità. Allora citando Buber, l’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato ad un uomo. Se si pensa poi al vivere degli uomini, l’essere umano è caratterizzato dal migrare. Vi è una forma di migrazione, di esodo, soprattutto interiore, che si realizza dall’uscire da sé stessi per incontrare l’altro e la realtà. L’uomo è per sua natura un essere estroverso, eccentrico, proteso verso l’altro, in cammino verso l’oltre e mi pare che questo riprenda bene la logica dell’esodo come paradigma per rileggere l’esistenza umana. L’esodo non solo è uno dei luoghi biblici più interessanti del cammino, pensando all’esperienza del cammino del popolo del deserto, ma è anche una dinamica antropologica molto interessante. La dinamica dell’uscire costituisce tutto l’essere umano.
Provate a pensare un bambino per nascere, esce dal ventre della madre, poi comincia ad uscire da sé stesso quando comincia a vedere, a parlare, a camminare, ad andare verso l’altro.
Poi c’è il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, quando il rapporto fondamentale del bambino non è più semplicemente con la madre, con i genitori, ma diventa con i pari età e quindi esce dalla famiglia. E poi c’è un uscire da se stessi che è l’innamoramento. E poi c’è il momento dell’uscire di casa, il matrimonio e poi c’è un’uscita da se stessi incredibile che è quando uno ha il primo figlio quando si comprende che la vita non ci appartiene più del tutto e poi c’è l’uscire da questo mondo al Padre. Quindi tutta la vita dell’uomo è un cammino, ma anche nella dinamica dell’esodo. Per dire come brevemente, come davvero, la cifra del cammino dice molto bene l’esistenza umana.
Mi soffermo anche sul fatto che il cammino e il pellegrinaggio possono essere la chiave privilegiata, per comprendere l’identità di Gesù, ovvero dell’uomo-Dio.

Ben tornato tra noi don Marcelo

Da quest’oggi, martedì 11 giugno, per le tre settimane di Giugno, sarà in mezzo a noi don Marcelo. Un ritorno molto gradito. Darà un validissimo aiuto durante il grest. Presente, in mezzo ai ragazzi, tutti i giorni, dalla mattina al tardi pomeriggio.
Sarà presente anche nelle celebrazioni Eucaristiche.
Se qualcuno volesse approfittarne di questa circostanza, cioè della sua presenza, per invitarlo a casa propria, all’ingresso della Chiesa, sul tavolino potrete trovare un foglio con uno schema che riporta possibili date in cui poterlo accogliere e offrirgli una cena o un pranzo, in ottima compagnia.
Grazie per la vostra disponibilità e sensibilità.

Ringraziare

È terminato il Grest 2023. Nel corso di queste tre settimane, immagino che ogni ragazzo, adolescente abbia ricevuto tanti doni, scoperto tante cose, conosciuto nuovi amici e tante persone. Una parola diventa la sintesi delle giornate trascorse insieme: Grazie
Grazie ad ogni volto, ad ogni persona che ha donato il suo tempo, le sue energie, le sue passioni. Grazie per ogni persona e per quella cura che ha saputo donare secondo le proprie capacità e inclinazioni.
Grazie per dire che porteremo nella nostra vita quel poco o tanto di bene che abbiamo elargito e ricevuto.
Grazie per dire che le fragilità, le nostre piccolezze, i nostri egoismi e i nostri errori fanno parte di un passato e non vogliono essere il ricordo di questa esperienza.
Grazie per dire che tutto il positivo sarà bagaglio prezioso per la nostra continua crescita verso la pienezza della vita.
Grazie o Signore per questo opportunità che ci hai dato.

«TuXTutti», fin da bambini!

Il prendersi cura è una caratteristica propria dell’essere umano che occorre coltivare fin da bambino per poter contribuire a rendere migliore il mondo, per realizzare la propria vocazione, qualsiasi essa sia, perché sempre, in ogni situazione di vita, siamo chiamati a prenderci cura di qualcuno e di qualcosa, ad aprirci agli altri, a non escludere nessuno dal nostro sguardo, a non precludere nessuna possibilità di bene nei confronti di chiunque, soprattutto quando ci sono situazioni di disagio come lo sfruttamento, la povertà, la diseguaglianza, la fragilità, la disabilità, ecc. 
Ogni persona, ogni «Tu» che sia anche un discepolo del Signore, non può trascurare queste situazioni, ma è chiamato con tutti gli altri a fare la sua parte, prendendosene cura (trascurare è il contrario di prendersi cura).
Una persona aperta e attenta, carica di passione e piena di amore per il prossimo, non può che accogliere con gioia l’invito a essere «TuXTutti», fin da bambino!

Tu x Tutti

Dieci volte al giorno ci salutiamo e ci chiediamo: come stai? Poche, però, sono quelle occasioni in cui questa domanda dà spazio a una vera condivisione. Ci siamo abituati a dire che stiamo bene e siamo in salute quando tutto, dentro di noi, tace: quando i nostri organi stanno in silenzio, lo stomaco non è inacidito, il polmone non è intasato, la testa non rimbomba o il piede non è gonfio. Eppure, «il silenzio della vita degli organi» è uno standard di salute troppo modesto! È un ottimo risultato per il medico, che si può ritenere soddisfatto quando i sintomi dello star-male sono scomparsi, ma stare bene è un’altra cosa: è passeggiare, abbracciarsi, piangere o gridare, è sentirsi pieni di energia o semplicemente diventare un tutt’uno con la natura. Prendersi cura della propria salute e della propria vita significa, infatti, investire sul positivo dell’esistenza, perché il nostro esserci nel mondo divenga un’esperienza carica di senso e densa di energia. Non basta, però, che la cura sia un atto limitato alla scelta del singolo: sono troppe le povertà esistenziali nel nostro territorio, troppe le fatiche a prendersi cura di sé e non sempre i nostri piccoli possono permettersi di avere attorno a sé un contesto sufficientemente sereno e funzionale alla crescita. Per questo, è necessario che la comunità si impegni a costruire una dimensione forica (nel senso del foro romano, di un luogo che raccoglie e ospita la vita e i commerci) nello spazio collettivo. L’espressione è molto utilizzata dalla sociologia e dalla psicoanalisi francesi e indica il gesto di caricare di valore simbolico ed esistenziale le cose materiali che ci circondano: perché la piazza non sia solo un pavimento in porfido o l’ufficio anagrafe uno sportello anonimo. In altre parole, la collettività è chiamata a creare le condizioni di giustizia affinché le persone che vi abitano possano prendersi cura di sé.
Se le persone imparano a prendersi cura di sé, infatti, è la società che si arricchisce, ed è per questo che la misura dello stato di salute di una collettività non si basa solo sul potenziamento del tenore economico, ma anche sul rafforzamento della capabilità di ogni individuo. Anche questo termine è tecnico, inventato dal premio Nobel per l’economia A. Sen, e indica la capacità di convertire le risorse personali di ogni individuo in libertà reali e positive, perché non basta che un bambino sopravviva alla crescita e si accontenti del contratto a tempo indeterminato! Occorre piuttosto che la società gli permetta di far uscire tutte le risorse di cui è portatore, perché possa realizzare la vita che più gli corrisponde. Questa è giustizia. Apprestarsi a vivere un’estate all’insegna del servizio è un proposito che mette subito la comunità cristiana in sintonia con queste riflessioni e con un bisogno sempre più diffuso sul nostro territorio, anche se non sempre il più ascoltato. La tecnocrazia che regola i nostri rapporti sociali non è interessata a far germogliare la vita buona o la cura di sé, perché si struttura a partire da altri valori, come la performance o l’utilità economica. Scommettere sulle risorse individuali e personalizzare lo stile educativo perché germogli nella vita di un ragazzo la sua più autentica vocazione è un’opera che si oppone alla standardizzazione dei bisogni a cui la logica tecnocratica è interessata. Per questa ragione, investire su un mese all’insegna della cura e del farsi carico della vita di altri è decisamente un atto rivoluzionario, capace di mettersi a servizio dei bisogni del mondo, ma anche di qualificare il discepolato cristiano. Investire sulla cura e sul servizio è anche un proposito in controtendenza, ed è importante esserne consapevoli: un tempo diventare adulti significava assumere una responsabilità nel mondo, all’interno della comunità; oggi non è più così. Non ci sono più riti di iniziazione che vanno in questa direzione e spesso l’età adulta corrisponde solamente con la possibilità di accedere a tutti e soli i diritti che spettano al cittadino. La società occidentale è a forma di single, perché l’individuo è il target della mens legislativa (manca per esempio un corpus di leggi adeguato per la famiglia, perché la famiglia non riveste più una dimensione pubblica/istituzionale). La questione è molto seria, perché cade su un punto cruciale del modo di intendere la vita: qual è il rapporto tra individuo e società? Si può pensare che un individuo acceda alla pienezza di vita senza che questo coinvolga il destino della sua comunità? In un’epoca in cui l’individuo basta a se stesso, la solidarietà e il servizio potrebbero facilmente trasformarsi in dis-valori, o comunque in hobbies facoltativi e non determinanti per la vita di un adulto. Come si può tornare a dire il valore prezioso e inestimabile di una vita spesa nel servizio? Come si può tornare a mostrare che un’educazione che non insegna il servizio è fallimentare? Su questo aspetto la comunità cristiana è chiamata a ribadire, anche attraverso la propria opera, che il compimento dell’esistenza non può darsi al di fuori dello sforzo di costruzione di una società giusta. Non si arriva al traguardo da soli!

XTutti e XTutto

L’amore che ci metti nel prenderti cura varrà anche per le altre cose, per tutte le cose della vita, per il creato e quindi per l’ambiente, per la casa comune in cui tutti abitiamo e quindi per il nostro paese. Sei chiamato a prenderti cura tantissimo del tuo tempo e a cercare passioni che ti rendano sempre più unico, sempre più «Tu», capace di fare del tuo talento, coltivato con cura, un dono «X Tutti». Anche l’arte è quella dimensione della vita che va coltivata per rendere più bella la vita stessa.

Prendersi cura è qualcosa che ha a che fare con l’amore. 

È la risposta alla domanda sul come sul chi amare. Potremmo osare dire che ha a che fare con il senso stesso della vita («Fa’ questo e vivrai»), insieme all’amore per Dio, che è comunque risposta al suo prendersi cura di noi.
Quando al Signore Gesù, provocatoriamente, viene fatta la domanda:  «e chi è mio prossimo?», immediatamente Lui racconta la parabola del Buon Samaritano.
Potremo dire allora a bambini e ragazzi: «Vuoi sapere anche tu chi è tuo prossimo? 
Se deciderai di imitare il Buon Samaritano in ogni incontro che farai oppure se ti accorgerai che, quando hai bisogno, accanto a te ci sono persone pronte a volerti bene, allora saprai chi è il prossimo: sei tu e lo sono tutti gli altri, quando uno si spende per l’altro, quando una persona sa mettere in pratica il comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”, senza distinzioni e senza mezze misure».

E chi è il mio prossimo?

attenzioni – è da scegliere ogni giorno ed è a questo che il progetto Grest 2023 desidera allenare. Tutti gli ambiti e i contesti di vita sono coinvolti: non importa che siano legati alla sfera privata oppure pubblica, a quella personale o istituzionale. E in ogni singolo atto, è sempre chiamato in causa il “tutto” di noi stessi: occhi, braccia, mani, gambe e cuore.
Ecco perché le relazioni e le esperienze diventeranno il terreno più fertile nel quale poterci sperimentare. Accompagniamo bambini, preadolescenti e adolescenti a comprendere che diventare grandi comporta diventare prossimi, prendere posizione e assumersi la responsabilità di un pezzo di mondo.
Accettando che in questa scelta ne va di sé, del proprio modo di pensare, della propria libertà, della propria vita!
Detto in altre parole: avventuriamoci nella sperimentazione dell’“I CARE” che don Lorenzo Milani insegnava ai ragazzi di Barbiana, con coraggio e fiducia: se tutto riguarda tutti e ciascuno, allora potremo costruire un mondo più umano ed esperienze di comunità nelle quali ci si prende cura, gratuitamente, gli uni degli altri.
E allora, che questa estate ci alleni ad essere TuxTutti e ad interrogarci costantemente su chi sia nostro prossimo!!

Nel Grest 2023 accompagneremo bambini e ragazzi a prendersi cura gli uni degli altri, da protagonisti, con un “Tu” che si mette in gioco, avendo come modello il Signore Gesù. Lui è il Buon Samaritano che si abbassa a fasciare le nostre ferite, si fa carico delle nostre sofferenze e dimostra il suo grande amore con sovrabbondanza.
Ecco l’esempio che risponde alla domanda: “e chi è mio prossimo?”.
Di fronte a un modello così – al modello del dono per eccellenza – ciascuno si scoprirà di poter essere importante X l’altro, senza distinzioni… perché “mio prossimo” è chiunque incontro nel mio cammino, lo sono “Tutti”! TuXTutti! è quell’invito a farsi dono per gli altri secondo il comandamento dell’amore, giocato ed esercitato nelle calde giornate dell’Oratorio estivo, ma ancora di più nella cura che ciascuno imparerà a dare agli altri, nei gesti quotidiani della sua vita.

Regole Grest

Un promemoria con alcune attenzioni fondamentali per vivere bene nella complessa macchina del Grest!
La vera motivazione: Il Grest è una vera opportunità per vivere bene l’Estate: la fraternità e le relazioni, la fede e la spiritualità, il gioco e il divertimento.
Rispetto delle persone, dei materiali e degli ambienti.
L’idea della cura passa anche dal rispetto generale che abbiamo nei confronti delle persone, dei materiali e degli ambienti. In particolare, è richiesto:

  • Comportamento adeguato al contesto;
  • Linguaggio adeguato al contesto;
  • Abbigliamento consono;
  • Buon esempio verso tutti;
  • Capacità di osservare e ascoltare gli altri;
  • Utilizzo limitato della tecnologia (lo smartphone non è necessario);
  • Riordino e cura dei materiali;
  • Riordino e pulizia degli ambienti

Rispetto degli orari: Dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle ore 17.00. È essenziale la puntualità anche nel rispetto dei diversi momenti di attività.
Attenzione ai tempi dedicati all’informalità
È il tempo giusto per guardare più in là. Cerchiamo di cogliere i bisogni degli altri.