Ma non siamo tutti giovani

L’ampiezza con cui si utilizza la parola “giovane”: di persona deceduta a 70 anni, è facile sentire affermare che “è morta giovane”; a un cinquantenne che aspira a qualche ruolo dirigenziale, nella società o nella Chiesa, è addirittura più comune che gli venga detto di pazientare, “sei ancora giovane”; viceversa se si parla di qualche fatto di cronaca che investe i ragazzi di scuola secondaria di primo grado, i giornali non ci pensano due volte  rubricarlo cotto “disagio giovanile” o “bullismo giovanile”.

Nel nostro tempo, “giovane” è diventato un aggettivo ecumenico: non conosce frontiere né alcuna sorta di limite. Giovane: è un essere in divenire. Indica inizio e fine. Se non è collegata all’idea di cammino (e quindi di inizio, di fine, di passaggio ad altro, di raggiungimento di una meta, che si trova altrove rispetto al punto di partenza), alla fine la parola “giovane” diventa una parola inflazionata, leggera: ecumenica, appunto.

Una parola per tutti e una parola per nessuno.

Se non c’è un dove, non c’è un cammino. Se non c’è cammino, non c’è verità della giovinezza. L’amore degli adulti per la giovinezza nega la possibilità stessa della giovinezza dei giovani. La ricerca da parte dei primi di un’impossibile giovinezza, oltre gli anni stabiliti, rende letteralmente impossibile la giovinezza vera, la giovinezza anagrafica dei secondi. Non è un caso pertanto che la nostra sia sempre di più una società che, amando moltissimo la giovinezza, destina i giovani veri all’oblio. È insomma una società di adulti che amano più la giovinezza che i giovani. Che cosa significa di per se essere giovane? Deriverebbe dal latino “iuven” e ha la stessa radice del verbo “iuvare” che significa essere utile, contribuire al bene comune. I giovani sono coloro che “aiutano”, coloro che portano un sostegno, un giovamento alla società. Possiede il meglio della forza fisica, il meglio della forza riproduttiva e il meglio della forza intellettiva e spirituale. È una straordinaria carica di energia, una vera e propria “cellula staminale”, capace di aiutare, di giovare alla società. Essere giovane indica, in sintesi, la forza di una novità e la novità di una forza.

La giovinezza è il lusso dell’aver tempo per decidere che tipo di persona essere e per questo le ragioni del suo charme non mancano, ma essa resta pur sempre in cammino: un cammino di scelte, di decisioni, di riappropriazione faticosa dell’eredità ricevuta e di restituzione originale della stessa. In ciò sta il suo fine e anche la sua fine. La parola “adulto” indica  –  etimologicamente  –  “cresciuto”, “compiutamente sviluppato”. Si diventa cioè come un albero ben piantato, che ha trovato il suo posto, ha messo radici e produce frutti, dispensando ombra e riparo al sottobosco.