La vita è fatta di mattini

Non tutte le ore della giornata hanno lo stesso spessore, lo stesso valore. Le ore più preziose sono quelle del mattino. I romani avevano un detto molto bello e indovinato: “L’aurora ha l’oro in bocca”. Verissimo. Il mattino è prezioso. Romano Guardini, importante filosofo e teologo del ‘900, notava che “il volto del mattino risplende energico e luminoso più di ogni altra ora”. Al mattino il giorno è giovane, fresco, frizzante come un bambino. Al mattino il cervello e l’anima sono più agili e briosi, che non lungo tutto il corso della giornata. Che fare, dunque, in concreto, per non sciupare la vita mattutina? Semplice!

Rispettare i quattro precisi doveri che abbiamo verso di essa.

Primo dovere: svegliarci. Non basta alzarsi presto, bisogna svegliarsi presto! C’è chi si alza di buon mattino, ma si sveglia alla sera. Sveglia, dunque! Madeleine Delbrel, una mistica dei nostri giorni, consiglia: “Esci dal letto come la musica dalla sveglia”. Esci da letto e attacca subito. Chi perde un’ora al mattino, la cercherà invano per tutta la giornata. Insomma, prendo il mattino per mano e lo faccio crescere fino alla sera. Voglio dare alla mia giornata la possibilità di essere la più bella della vita.

Secondo dovere verso il mattino è quello di nutrirlo. Nutrirlo, certo, di cibo, ma anche di pensieri, di idee. Una breve lettura conserva lo smalto dell’anima; una breve meditazione è la miglior medicazione dello spirito. Il mattino si nutre, in particolare, con la preghiera. Il poeta francese Paul Claudel un giorno ha confidato: “Al mattino mi alzo, apro la finestra nel sole nascente e respiro Dio. Spalanco le braccia e respiro Dio, respiro l’opera di Dio! Tutto ciò in me passa dall’esterno all’interno”. A sua volta il cardinale Danielou diceva che il nostro è “il Dio dell’alba”. Intendeva dire che Dio sembra più vicino al mattino. Per questo, forse, è più facile pregare la mattino: “Io a Te, Signore, grido aiuto e al mattino giunge a te la mia preghiera”. (Salmo 87,14)

Terzo dovere verso il mattino: meravigliarmi di incontrarlo, ancora una volta. Forse non ci pensiamo, ma per poter svegliarsi al mattino è un miracolo! Il cardinale Ersilio Tonini era solito dire: “Ogni mattina celebro la mia nascita, con la gioia di venire al mondo!”. È bello vivere perché vivere è ricominciare sempre, ad ogni istante. Ad ogni mattina!

Ultimo dovere verso il mattino è quello di ascoltarlo. Il mattino manda messaggi preziosissimi. Basta intenderli. Uno è un messaggio di ottimismo: “Non pensare d’essere più vecchio di un giorno, ma più ricco di 24 ore nuove”. Un altro messaggio è un interrogativo sapientissimo: “A quale velocità vivi?”. Un terzo messaggio è un richiamo umanissimo: “Ricordati che anche oggi qualcuno ha bisogno di te!”. Grande mattino! Il mattino è la vita con le ali!

La fontana pubblica

San Bernardo

Ascolta il mio rimprovero e il mio consiglio. Se ti dai anima e corpo alle cose esterne, trascurando completamente la contemplazione, debbo, in questo, lodarti? Nemmeno per sogno. E credo che nessuno lo farebbe. Almeno tra quelli che han letto quelle parole di Salomone: “Quel che si perde in agire si acquista in sapienza”.

Vuoi essere interamente a disposizione di tutti? E sta bene. Lodo la tua generosità: a patto, però, che sia completa. Se tu te ne escludi, come può essere tale? Non sei un uomo anche tu? Se la tua generosità vuol essere perfetta, dal momento che abbraccia tutti, abbracci anche te. Altrimenti, come dice il Signore, cosa ti gioverà guadagnare il mondo intero, se perdi, poi, te stesso? Perciò, se tutti ti possiedono, possiediti anche tu. Perché solo tu dovresti rimaner privo del dono di te? Fino a quando sarai uno spirito che si effonde senza ritorno? Tu accogli tutti, perché non accogli, a tua volta, te stesso? Sei debitore dei saggi e degli stolti, solo a te non devi nulla? I dotti e gli ignoranti, i liberi e gli schiavi, i ricchi e i poveri, gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani, gli ecclesiastici e i laici, i giusti e i peccatori, tutti han su di te la loro parte. Il tuo cuore è una fontana pubblica, dove tutti han diritto di bere. Tu solo devi rimanere in un angolo assetato? Non restare privo di ciò che ti spetta. Scorrano fin per le piazze le acque della tua generosità. Ci si dissetino pure gli uomini e le greggi. Offri da bere anche ai cammelli di Abramo, come Rebecca. Insieme con gli altri, però, accosta anche tu le labbra alla sorgente del cuore. “Lo straniero non ci beva” sta scritto. E saresti proprio tu lo straniero? E per chi non lo sei se sei straniero per te stesso? E chi è cattivo con sé, con chi sarà buono? Ricordati, quindi, di rientrare in te: non dico sempre, non disco spesso, ma, almeno, qualche volta. Tutti si servon di te: insieme con gli altri, o, per lo meno, dopo gli altri, servitene anche tu.

Il tamerisco

Un incendio investì un angolo del giardino folto di cespugli e piante. L’incendio bruciò tutto anche l’unico cespuglio di tamerisco esistente nel giardino. Prima in piena estate, questo cespuglio faceva bella mostra di sé con i suoi lunghi pennacchi fioriti in un bel colore rosa carico. Dopo l’incendio l’occhio correva nel punto dove prima c’era il tamerisco. Ora non c’era proprio più nulla. Ma la Provvidenza riserva una bella lezione. Nella tarda primavera, tra l’erba folta, emersero alcuni “getti” … un po’ particolari. “Saranno erbacce, o … getti del tamerisco?”. Con l’andar del tempo, la forma, il tipo di foglie, parlavano da sé! Era proprio lui … Quei getti sembrava dicessero: “Sono proprio io. Rieccomi qui!”. Infatti, nella tarda estate, quel modesto cespuglio fiorì. È vero, era un misero cespuglio, paragonato a quello di prima. Ma la grande prova ormai era passata. Il tamerisco era rinato. Quale fu mai il segreto del tamerisco? Non c’era dubbio: le sue radici. Erano rimaste vive le sue radici! E, si sa, le radici sono il cuore della pianta. E contengono tutta la pianta. E se sono sane, anche se la pianta è stata distrutta, c’è sempre speranza. Era una grossa lezione. Radici nascoste; radici sane; radici profonde; radici ben vive. E la mente corre all’uomo, e al cristiano. La vita, si sa, è piena di prove e a volte ben grosse. Come in questo periodo di pandemia che sta mettendo a dura prova tutti quanti. Ma ciò che conta è l’uomo interiore. Fuori c’è il tronco, ci sono i rami, le foglie, i fiori, i frutti … e ci vogliono! Ma il segreto di tutto, sta nel profondo: nella radice, che della pianta è il cuore. Dunque, è l’uomo e il cristiano che è di dentro, che bisogna coltivare, formare e assicurare. In gergo semplice, noi siamo soliti dire: “È il cuore dell’uomo che conta”. Infatti il cuore è l’uomo interiore, il suo carattere, la sua anima, il suo spirito. E questo “uomo interiore”, bisogna che sia ben radicato nel profondo, in Dio. Perché è Dio la sorgente stessa della vita. Allora, anche gli uragani più forti, gli incendi più violenti, il virus così minaccioso, nonostante i loro disastri immani, potranno essere superati. Perché il cuore, cioè l’uomo interiore, è stato salvato. Perché ben nascosto e radicato nel profondo, e soprattutto radicato in Dio, che della vita è la sorgente, la Fonte. Chissà se questo fatto, così umile eppure così … ricorrente, non potrà suggerire anche a te, in questo tempo di pandemia, l’urgenza di radicarti sempre più in Dio, in una fede sempre più robusta, in una vita cristiana sempre più seria, sempre più ricca.

La sensibilità

Parliamo di sensibilità, una virtù che sta diventando rara, insieme alla finezza, sua compagna inseparabile. Il posto lasciato vuoto viene preso  –  sarebbe più esatto dire usurpato  –  dalla grossolanità, dalla indifferenza, dall’ottusità. Dunque la sensibilità è una di quelle virtù rarissime di cui si sono perse le tracce.  Se è ancora in circolazione (e non c’è motivo di dubitarne) si comporta da clandestina, e lo fa con uno stile di riservatezza, tanto da sfiorare l’invisibilità.  Per cui non è agevole riconoscerla. Vediamo, allora, di abbozzare i suoi lineamenti essenziali, in modo da mettere insieme una specie di identikit piuttosto attendibile. Possiamo dire che la sensibilità rappresenta una qualità fondamentale dell’amore o, se si preferisce, della carità. La carità ha tre gradini che corrispondono ad altrettanti imperativi. Il primo si colloca in una dimensione negativa: “Non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facessero a te”. Ossia, non far del male, non causare delle sofferenze. È un aspetto non certo trascurabile, ma non basta. Qualcuno così si giustifica: “Io non faccio niente di male a nessuno …”, non possono, per questo, ritenersi a posto. Quello può essere un atteggiamento egoistico, che tutela la propria comodità e giustifica l’indifferenza. L’amore non va confuso con l’amore del quieto vivere. Bisogna pervenire al secondo gradino, che rappresenta la novità evangelica: “Devi fare agli altri ciò che desidereresti gli altri facessero a te” (Mt 7,12). Siamo a un livello nettamente superiore. Infatti, qui è questione di fare, positivamente, del bene, e non solo di evitare di fare il male al prossimo. Tuttavia persiste pur sempre il rischio di rifilare all’altro il nostro bene, quello che abbiamo in testa noi, e che non è necessariamente il suo. C’è il pericolo di imprestare all’altro e trapiantare nell’altro i nostri desideri, le nostre esigenze. Occorre pervenire al terzo gradino: “Fa all’altro ciò che lui vorrebbe che tu gli facessi”. Quest è la sensibilità, che esige attenzione, delicatezza, intuizione, finezza, rispetto.

È questione di sintonia. Occorre scoprire ciò che l’altro vorrebbe da me in questo preciso momento, in questa situazione particolare, evitando di appioppargli il prodotto che decidiamo noi, e abbiamo stabilito noi in partenza. Ci sono negozianti abilissimi a soddisfare le tue richieste secondo le loro programmazioni e disponibilità di magazzino. Tu richiedi una cosa e loro, alla fine, ti convincono ad acquistarne un’altra. Nel campo della carità tale operazione risulta inaccettabile, e va respinta decisamente. La scena di un film. Due ricche signore impiegano il loro (abbondante) tempo libero in un centro sociale di accoglienza. Una sera sbarca lì una prostituta evidentemente frastornata e con un occhio pesto. E quelle, prima ancora di ascoltare le sue richieste, le sparano addosso una raffica di consigli, prediche, rimbrotti: quel mestiere non è dignitoso, deve ribellarsi al protettore che, oltre a sfruttarla, la maltratta, è necessario si cerchi un lavoro onesto, e via sermoneggiando. La poveraccia, dopo dieci minuti di quella grandinata di parole, reagisce: “Sentitemi bene … Io non sono venuta qui per ascoltare i vostri consigli. Ho bisogno soltanto di un cubetto di ghiaccio da mettere sull’occhio gonfio. Ce l’avete?”. “No, non teniamo ghiaccio in questo ufficio”. “E allora, se non avete un cubetto di ghiaccio, pazienza. Tornerò quando e se avrò bisogno di prediche”. “Potevi dircelo prima …”. “Siete voi che non me ne avete dato il tempo. Mi avete subito aggredita con le vostre chiacchiere e le vostre tirate moralistiche”. “Ma noi siamo qui per aiutarti …”.  “Sì, ma io ho bisogno di ghiaccio e voi ne siete sprovviste”.

La sensibilità è l’arte delle piccole cose.