Venite, saliamo al monte del Signore

La vicenda umana sta tentando di distruggere il tempio, di fare a meno della sua elevazione a Dio, di costruirsi cioè un tempo vuoto di Dio, senza Dio e talora anche chiaramente determinato contro ogni ipotesi di Dio, contro ogni ritorno a Dio. Ma questa vicenda umana fatta di tempo senza Dio è una vicenda che non può procedere. La rinuncia al tempio è per l’uomo la rinuncia a vivere, è il tempo della vita sconsacrato; è un tempo che inutilmente si vive. Sarebbe opportuno un ritorno con  le proprie speranze e attese, i propri desideri, sogni e progetti, al senso sacrale e profondo della vita. Senza Dio non ha senso vivere, non ha senso desiderare la verità, desiderare la felicità, desiderare la giustizia. Non ha senso nulla.

Il nostro tempo deve essere nuovamente consacrato al Signore, per salire all’origine di tutto e al senso di tutto, che rimane Dio solo.

La vita non consacrata in Cristo perde rapidamente il suo senso. Soltanto la vita consacrata in Cristo diventa capace di produrre la persona giusta, il tempo della pace, l’èra della giustizia, la speranza nella bontà. Ecco il nostro camminare verso il monte di Dio: stiamo riconsacrando la vostra vita, fedeli al tempo di Dio

Una comunità cristiana innamorata del cielo

Potremmo vivere questo periodo, della pandemia, come una ripartenza per conoscere meglio Gesù Cristo. Quanti desideri legittimi o prospettive auspicabili nella vita odierna, frammenti che potremmo far diventare il tutto. Certamente appartengono alla totalità della nostra vita: ma noi siamo, come ogni essere umano, una domanda totale, ricercatori del senso ultimo di tutto. Assolutizzare un frammento, gonfiare un particolare è creare degli insoddisfatti. “Cerco il tuo volto, Signore!”. Cerchiamo insieme, come comunità cristiana, Colui, unico e grandioso, che è al fondo delle cose più belle e più buone. Dove e come trovarlo?

Non sottovalutiamo, non accantoniamo immediatamente le proposte di vita cristiana che ci vengono “offerte”. Non sono altro che opportunità che danno possibilità alla voglia di immenso che abbiamo nel cuore; per la voglia di verità, non di cose o di quantità, per la voglia di sapere che esiste nella nostra mente. Riporto una poesia di un  poeta russo, morto nel 1984 a 58 anni: era in campo di concentramento da quando ne aveva 21. Ha scritto poesie incidendole con un chiodo arrugginito sui sacchi del cemento fatti a pezzi, perché il potere non gli dava neanche la carta e la penna per scrivere. Il poeta è Valentin Sokolov: “Tutti vogliono una cosa sola: strapparti la bandiera. Ti convincono che non devi combattere, tanto c’è sempre da fare, tanto: a letto, a teatro, in cucina, sull’amaca, al ristorante, nel calduccio di casa tua. E, poi, a loro sei utile per ingrossare il numero, per nascondere quel Dio che sentono e temono: a letto, a teatro, in cucina, sull’amaca, al ristorante, nel calduccio di casa tua. Ma quando in faccia gli getti il tuo scherno e libero te ne vai e bello e forte, come potranno sapere a letto, a teatro, in cucina che vi sono ancora degli uomini innamorati del cielo?”.

Noi desideriamo appartenere alla generazione degli uomini che cercano Dio. Desideriamo appartenere alla generazione degli uomini a cui non bastano le cose, ma vogliono il senso delle cose. Mi augurio che nella comunità cristiana possiate trovare l’opportunità di incontrare Gesù Cristo, quale risposta alle domande. La parrocchia ne parla come della grande presenza nella vita ordinaria e quotidiana, perché in Lui abbiamo trovato risposta alla voglia di immenso.

Proviamo a fare un passo in avanti per cercare di definire meglio questo desiderio. Dio entra nel discorso umano come una parola, ma poi diventa una presenza, una compagnia. Quanto viene proposto non vuole essere una verità astratta: la voglia di immenso, è la voglia di un “tu”, di un’amicizia, di uno che sta dinanzi alla nostra grandezza e alla nostra povertà; di uno che ci prende come siamo, con il grande desiderio di vita che abbiamo dentro.

La liturgia è una danza

In questo periodo ci si è sentiti un po’ privati delle feste che forse eravamo abituati a fare con tante persone, con familiari, con amici. Però, nell’ambito della nostra fede, non siamo stati privati delle feste cristiane. Dopo le festività natalizie mi viene spontaneo rivolgere questo invito a tutta la nostra comunità parrocchiale: recuperiamo il senso cristiano della festa.

Vorrei proporvi, non imporvi, quello che ritengo sia la vera festa cristiana di cui tutti noi, nel proprio della nostra scelta religiosa, siamo i veri esperti: la liturgia. Le nostre celebrazioni dovrebbero avere l’abito della festa. In questo clima riusciamo a vivere o riscoprire la ricchezza che ci è data dalla liturgia: essa è una danza! A volte in essa si piange, si deve infatti anche piangere nella liturgia e a volte si loda con gioia, ma sempre c’è festa. Diventa necessario che insieme ci impegniamo non per cercare soluzioni alternative, ma per rendere al meglio quello che di meglio già abbiamo: le nostre liturgie siano festose e la nostra vita sia una danza, cioè una liturgia. Sono così numerosi i cristiani dal volto chiuso, teso, scavato dalla tristezza che opprime e separa dagli altri!

Guardiamo la Chiesa di Cristo che ha organizzato e organizza feste da sempre attorno alla famosa tavola che le ha trasmesso il suo caro Signore. È la divina liturgia, a volte una finestra del cielo, con i suoi canti, le sue danze, la sua musica e i suoi fiori, il suo incenso e i suoi ceri. Disprezzarla o sottovalutarla sarebbe negazione pura e semplice della natura umana e del fatto dell’Incarnazione di Dio. A tutti coloro che affaticano a vivere la liturgia cristiana auguro di incontrare spesso dei volti di festa di persone che non solo hanno assistito a delle liturgie, ma che ne sono stati talmente coinvolti da trasmetterne la gioia e il canto di lode. Ci auguriamo di ritrovate il gusto delle celebrazioni liturgiche, in modo particolare dell’Eucaristia, e vivere, sempre più numerosi, la bellezza della festa cristiana.

Pregare “serve” a qualcosa?

Penso tutti noi siamo consapevoli di quanto si importante e necessario pregare. E come la preghiera sia la fonte della comunità cristiana. Ecco perché diventa importante, oltre alla celebrazione dell’Eucaristia, inserire all’interno del cammino pastorale, momenti di preghiera, celebrazioni, veglie, adorazioni, novene comunitarie. Pregando insieme si diventa comunità. Pregare è cambiare il proprio sguardo sulla realtà a partire dall’Eterno.

La preghiera, oggi, non gode di particolare notorietà, siamo onesti. E non solo fra chi si dichiara non credente, in ricerca, o dubbioso, cosa peraltro comprensibile e legittima, visto che, in genere, considera la preghiera come un’inutile perdita di tempo, quando va bene. Ma anche fra chi si professa cristiano, fra chi vive con semplicità e onestà il Vangelo, fra chi si è messo alla sequela del Nazareno. Pregare non va di moda. Le obiezioni che si rivolgono alla preghiera sono innumerevoli e degne di attenzione. Le persone faticano a pregare per molte ragioni, alcune molto complesse e di difficile valutazione, altre più intuitive e immediate. Eppure, penso, che la nostalgia sia tanta. Nostalgia che emerge prepotente quando si coagula intorno ai luoghi di spiritualità che radunano migliaia di persone disposte a mettersi in ascolto, a fare silenzio, a interrogarsi, a pregare. Mi domando: forse in parrocchia non si trova sufficiente nutrimento delle vere e proprie  oasi di interiorità?

Il volto di Dio sui sofferenti e sui gioiosi

Il volto di Dio mostra vari lineamenti amorevoli che la rivelazione biblica trasmette e che sono espressione tangibile di quanto la capacità che ha l’uomo di amare sia strettamente legata all’amore di Dio creatore.

La carità, infatti, consente il reciproco scambio di amore benevolo tra Dio e l’uomo e dell’uomo con l’altro uomo. Quando l’uomo si apre alla grazia di Dio, all’abbondanza che si riceve dalla carità, impara a saper scorgere dietro ogni volto umano il volto di Dio e allora lo trova realmente. Cristo, infatti, si è identificato con l’uomo, soprattutto quando questi porta i segni della sua passione. Ma Dio non è soltanto nel povero e nel sofferente: è in tutti quelli che ci sono accanto e che condividono il nostro quotidiano, anche quelli che sono nella gioia, perché l’amore ama l’altro per se stesso, per quello che è, non per la sua condizione, ma per il fatto che esiste e che porta in sé l’alito di Dio, la vita che gli è stata donata da Dio stesso.

Il discernimento

Il termine “discernimento” potrebbe risultare, ai più, ermetico. È una parola probabilmente caduta nell’oblio, ma che recentemente appare spesso nell’insegnamento di papa Francesco. Proprio Francesco aveva scelto come tema per il Sinodo ordinario dei vescovi (ottobre 2018) il discernimento, indicandolo come operazione urgente nella vita della chiesa e soprattutto nel processo vocazionale. Lo stesso Francesco nella sua Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (19 marzo 2016) aveva riservato ampio spazio al tema del discernimento in relazione alla vita familiare, dedicando tra l’altro un intero capitolo, l’ottavo, al tema dell’accompagnare, discernere e integrare le fragilità. È significativa questa affermazione chiara e netta del papa: “Oggi la chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacità di discernere”.

Il discernimento è un dono tra i doni dello Spirito santo fatti al credente ma, in via preliminare, non si deve mai dimenticare che il dono per eccellenza, la cosa buona tra le cose buone (“Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono”  –  Lc. 11,13) è lo Spirito santo stesso. Non confondiamo dunque i doni con il Dono e si faccia discernimento, si riconosca che in verità lo Spirito è la fonte di tutti i doni.

Chiarito questo Primum essenziale, occorre chiedersi: come si può definire il discernimento? Il termine deriva dal verbo latino discernere, composto di cernere (vedere chiaro, distinguere) preceduto da dis (tra): dunque, discernere significa “vedere chiaro tra”, osservare con molta attenzione, scegliere separando. Il discernimento è un’operazione, un processo di conoscenza, che si attua attraverso un’osservazione vigilante e una sperimentazione attenta, al fine di orientarci nella nostra vita, sempre segnata dai limiti e dalla non conoscenza. Quando sperimentiamo la fatica della scelta, il dubbio, l’incertezza, oppure cerchiamo un orientamento nella vita quotidiana o nelle grandi decisioni da prendere, noi dobbiamo fare discernimento. Nel cristiano, poi, radicandosi su questa dimensione prettamente umana, il discernimento si manifesta come sinergia tra il proprio spirito e lo Spirito Santo: “Lo Spirito attesta al nostro spirito” (Rm 8,16).

Il discernimento cristiano non è riducibile a un metodo e a una tecnica di introspezione, di maggiore conoscenza di sé, ma è un itinerario che richiede l’intervento di un dono dello Spirito, di un’azione della grazia.

Sì, ascoltare lo Spirito, ascoltare la voce di Dio che parla nel cuore umano, nella creazione e negli eventi della storia, richiede di riconoscere innanzitutto questa voce tra tante voci, nella consapevolezza che la voce di Dio non si impone, non comanda, ma suggerisce e propone, anche con un sottile silenzio.

Possiamo definire il discernimento come quel processo che ogni essere umano deve compiere nel duro mestiere di vivere, nelle diverse situazioni con cui si trova a confrontarsi, per fare una scelta, prendere una decisione, esprimere qui e ora un giudizio con consapevolezza. Il discernimento riguarda veramente ogni essere umano, nel suo specifico qui ed ora, ed è essenziale a ogni cristiano per vedere, conoscere, sentire, giudicare e operare in conformità alla parola di Dio.

Quattro teorie, un solo corpo 

Il corpo macchina.

La concezione del corpo-macchina si sta sempre più diffondendo. Tale riduzione è inaccettabile per due ragioni. La prima, perché strappa dal corpo la sua realtà più preziosa: l’io, l’anima. Il cuore umano non è mai una sola pompa, il rene non è mai un solo filtro, il polmone non è mai un radiatore, né il cervello un calcolatore, perché il nostro corpo è sempre intrecciato con il nostro io, con la nostra anima in modo da formare un’unità (diciamo “unità”, non “unione”). L’unione non fa fusione: due mani giunte continuano ad essere distinte, anima e corpo, invece, non sono mai distinti: sono un blocco solo, un’unità.

La seconda ragione per cui non possiamo accettare la teoria del corpo-macchina è il fatto che il corpo viene assimilato ad una cosa, ad uno strumento che si butta quando non è più efficiente. Come un’auto si butta quando non funziona più, così si potrà buttare un corpo, quello degli anziani, ad esempio, quando si inceppa e si consumano le batterie. Ma c’è di più. La teoria del corpo-macchina può portare a concepire il nostro corpo come un puro strumento di piaceri. E così l’uomo da animale che è (e che deve restare!), diventa bestia. Ancora. Se l’uomo è una macchina, lo si potrà programmare fin dal livello embrionale per renderlo sempre più efficiente. E così l’uomo diventa un manufatto. Sono queste le ragioni che ci impediscono di accettare la teoria del corpo-macchina. Non meno pericolosa è la seconda concezione del nostro corpo: la concezione del corpo come spettacolo. Vediamola.

Il corpo spettacolo.

La teoria del corpo-spettacolo è, forse, oggi la più diffusa. Corpo spettacolo da esibire o come bellezza o come salute. Ciò che conta è, comunque, apparire. Pur di apparire, si è disposti a tutto! È il mito dell’immagine.

Il corpo come espressione della persona.

Una terza teoria è quella che ritiene che il corpo sia la manifestazione di una realtà più profonda che lo supera: l’io, la persona. Questa è una buona interpretazione di ciò che è veramente il corpo umano. Il corpo esprime la persona con la quale fa un tutt-uno. Ecco perché il corpo umano è ben diverso da quello animale. Mentre quello dell’animale è ripetitivo, quello dell’uomo è creativo, dà vita a qualcosa che non è mai esistito.

Il corpo come tempio.

Quarta interpretazione del corpo, tipica del Cristianesimo. Ad essa vogliamo alludere anche per correggere il persistente errore secondo il quale la religione cristiana sarebbe ostile al corpo. “Mai il corpo è stato preso tanto sul serio e onorato come nel Cristianesimo” (Ladislaus Boros).

Solo il Cristianesimo ha osato collocare un corpo d’uomo nelle profondità di Dio” (Romano Guardini).

Le due affermazioni non sono per nulla esagerate! Basti pensare a tre grandi cardini della dottrina cristiana: Dio stesso ha preso carne (Gv 1,14); ogni corpo è tempio di Dio (1Cor 6,19-20); il corpo dell’uomo è destinato alla risurrezione (1Cor 15,41-56). Gesù ha sempre protetto il corpo, lo ha sempre difeso. Dio ama il corpo nello splendore e con l’energia con cui lo ha creato!

Corpo da ammirare. Corpo da interpretare. Non basta: il corpo è anche una realtà da gestire. Una buona gestione del corpo comporta quattro doveri.

Il primo è quello di conoscerlo. Aveva ragione lo studioso Paul Chauchard ad osservare: “Incongruenza di un’epoca nella quale le macchine sono tanto ben conosciute e curate, mentre l’uomo ignora la sua macchina, le condizioni del suo uso perfetto e quanto è necessario per mantenerla in efficienza”. Secondo dovere fondamentale verso il corpo è quello di accettarlo. Il noto poeta libanese Kalhil Gibran ci regala un profondo messaggio: “Sono nato una seconda volta quando la mia anima e il mio corpo si amarono e si unirono in matrimonio”.  Amare il proprio corpo è la base per amare se stessi, gli altri, la vita. Nessun timore a portare tranquillamente in giro il proprio corpo. Eppure forse mai come oggi è stato così difficile accettare il proprio corpo, gioire d’essere nella propria pelle.

Terzo dovere verso il corpo è quello di tenerlo in forma. È grazie al corpo che viviamo, è attraverso il corpo che percepiamo il mondo. Chi ha una buona vista vede più mondo. Chi ha un buon udito sente più note…

Tenere in forma il proprio corpo significa proteggere la salute. Salute intesa (si noti!) non solo come assenza di malattia, ma come completo benessere fisico, psichico e spirituale. Nei confronti del corpo abbiamo il dovere di curarlo. Tale dovere ha una ragione profondissima: il corpo non è solamente destinato a me, ma appartiene anche agli altri. Il mio corpo non è solo il primo biglietto da visita, ma anche un dono per gli altri.

Le virtù

La virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene, è una costanza nell-esercizio della propria intelligenza e volontà, che si orientano con impegno e decisione verso il bene. La persona virtuosa cerca il bene e lo sceglie applicandolo nelle azioni della sua vita.

Le virtù sono “abiti”, dati dalla ripetizione di atti stabili, che si radicano nell-intimo della persona. Se sviluppati rettamente, generano gioia e felicità. Tutti sono capaci di praticare le virtù.

Le principali virtù morali sono dette cardinali perché orientano e costituiscono i cardini, appunto, di una vita dedicata al bene. Sono: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.

Si dicono virtù teologali quelle che hanno Dio per oggetto e sono da egli stesso infuse nell-uomo.

Non tendono solo al giusto mezzo, ma al sommo bene e sono tre: fede, speranza e carità. Le virtù teologali fondano, animano e caratterizzano l’agire morale del cristiano. Esse informano e vivificano tutte le virtù morali. Sono infuse da Dio nell-anima dei fedeli per renderli capaci di agire quali suoi figli e meritare la vita eterna.

Il corpo che sono io: l’arpa dell’anima

Oggi il corpo ha una centralità assoluta. Non solo per gli adolescenti, ma per tutti: piccoli e grandi. Cifre alla mano: al corpo sono rivolti il 90% dei nostri pensieri, dei nostri desideri, delle nostre preoccupazioni. Il corpo deve essere “palestrato”, asciutto, snello, tonico, morbido. Il colesterolo è il male.

La “rotondità” il disonore. Oscena non è più la rappresentazione impudica della sessualità, ma la vecchiaia, la decadenza fisica.

Le edicole traboccano di riviste per la salute. Le industrie farmaceutiche fanno affari d’oro. I sarti stravincono sui filosofi. Il look vale quanto una laurea. I dietisti fanno gli straordinari per verificare se i “super-cibi” siano davvero in grado di mantenerci giovani e belli, perché essere in forma, sempre e comunque, è un imperativo. Insomma, oggi, il corpo è oggetto di culto. Di culto ossessivo. Non è venuto il momento per una riflessione sul culto totalitario del corpo? Sul suo senso? Non è venuto il momento di interrogarci se ha senso vivere per andare dal sarto, dal parrucchiere, al ristorante?

Parliamo del corpo con grande stima e simpatia. Il corpo è il nostro compagno di viaggio per l’eternità. Il corpo sono io, allo stesso titolo con cui sono spirito! Il corpo è il tesoro che mi appartiene, è la mia ricchezza. Il corpo è l’arpa che permette alla mia anima di esprimersi: di pensare, di amare, di cantare. Onore al corpo! Quando parliamo di corpo, parliamo di un grattacielo biochimico formato da 100 mila miliardi di cellule! Dunque, se collocassimo una cellula al secondo per impiantare questo straordinario grattacielo, impiegheremmo 100 mila miliardi di secondi, cioè tre milioni di anni!

Ecco una prima sorpresa. Quando parliamo di corpo, parliamo di un cuore che nell’arco di una vita ripete i suoi battiti circa tre miliardi di volte, ritmati alla velocità di 60-80 volte al minuto: ogni minuto muove da 9 a 12 litri di sangue. In 70 anni il nostro cuore sprigiona tanta energia quanto basterebbe per sollevare un macigno di due quintali e mezzo fino all’altezza della torre Eiffel (300 metri)! Quando parliamo di corpo, parliamo di un cervello cioè dell’organizzazione più complessa che conosciamo nell’universo. Il cervello non teme, di certo, confronti con niente. Davanti al cervello il computer scompare.

Il computer non inventa, non crea, non sorride, non ama … Il cervello umano è un giacimento inesauribile, una riserva pressoché infinita. È un micro-cielo. È costituito da 100 miliardi di cellule (i neuroni) quante sono le stelle della nostra galassia, la Via Lattea. I neuroni hanno un groviglio di connessioni (cento mila miliardi!): ogni connessione un’idea! Ebbene, tutto questo è sotto i nostri capelli. Il grande studioso John Eccles, al termine della sua lunga vita, dedicata tutta alla scoperta dei misteri del cervello esprimeva questo desiderio: “Vorrei che si capisse il dono che ci è stato dato: ciascuno di noi ha un cervello e questo è un miracolo, la cosa più fantastica dell’universo intero”.

Quando parliamo di corpo, parliamo di occhio. Altro capolavoro. Il nostro occhio contiene 50 miliardi di cellule visive che ci permettono di vedere oltre 3000 stelle nel cielo notturno. Con le sue sole forze, il nostro occhio arriva a vedere fino a circa due milioni di anni luce! Infatti nelle limpide notti estive, nel cielo terso e buio della montagna, riesce a vedere, senza l’aiuto di alcun strumento, la costellazione di Andromeda (formata da un turbinio di centinaia di miliardi di stelle!) costellazione che dista, appunto, due milioni di anni luce (cifra che dà le vertigini, se si pensa che la luce scivola via alla velocità di 300 mila chilometri al secondo!). L’occhio umano è un mistero: si può dire che sia il luogo ove finisce il corpo e comincia l’anima. Per questo gli occhi parlano, comunicano, accarezzano, diffondono comprensione, misericordia, calore (o gelo) … Gli occhi piangono. Anche le lacrime sono un regalo del nostro corpo:

– regalo gentile perché le lacrime fanno capire quanto l’uomo è debole, ma anche quanto il suo cuore è  buono;

– regalo prezioso. “Sulla terra vi sono uomini che consideralo le lacrime cosa indegna di loro. Non sanno che sono essi indegni delle  lacrime” (Ernest Hello);

– regalo eloquente: fanno capire che chi è nato uomo, si sta facendo umano.

Quando parliamo di corpo, parliamo di mani. Le mani sembrano le cose più naturali del mondo, invece sono un capolavoro. Secondo gli studiosi (i paleontologi) il passo decisivo dall’animale all’uomo sarebbe avvenuto quando i nostri antenati si alzarono sulle gambe, liberando le mani. Le mani, liberate dalla posizione che “gattona”, stimolarono la creatività e il cervello triplicò il suo volume. Le mani hanno un loro linguaggio così vario che da come le si usa, si può giudicare una persona.

Lo ammettiamo tutti con il nostro modo di parlare: “Tengo le mani a casa”, “Mi frego le mani”, “Metto la mano sulla coscienza”, “Ti tengo per mano”, “Sono nelle tue mani”, “A mani giunte”, “Con il cuore in mano”, “Ti ho preso con le mani nel sacco”, “Metto la mano sul fuoco” … Insomma, possiamo dire che le mani raccontano l’anima. Le mani parlano così tanto che i sordo muti possono capirsi con i vari gesti delle dita.

Il pellegrinaggio, brevi annotazioni

Il cammino come dimensione della vita

Spesso nella Scrittura si parla della vita del credente come cammino o della chiamata alla fede come un invito a muoversi, a migrare. Il viaggio, la migrazione sono spesso i luoghi in cui Dio si rivela ed effonde la sua grazia. Abramo è chiamato a lasciare tutto ed a andare in un paese sconosciuto in vista della promessa della terra e della fecondità della sua discendenza. Si tratta di una chiamata di fede che non impegna solo l’aspetto esteriore della vita, ma comporta un cambiamento interiore, un abbandono delle vecchie certezze per affidarsi nelle mani di Dio. L’esperienza di Esodo è quella della liberazione, l’uscita da un paese straniero e dalla condizione di schiavi per porsi in cammino verso una terra che sarà donata dal Signore e di cui si resta in attesa mentre si cammina verso di essa. Questo cammino è rischioso e pieno di pericoli e si configura come un cammino attraverso un deserto, attraverso una terra straniera ed inospitale. Anche qui alla tortuosità del cammino nel deserto corrisponde la difficoltà del cammino interiore degli Israeliti che cedono continuamente alla tentazione dell’idolatria e del rimpianto della vita in Egitto. Nel Nuovo Testamento Gesù lascia tutto ciò che gli è famigliare per diventare predicatore itinerante per l’annuncio del Regno. Egli non ha dove posare il capo. Anche qui la chiamata è ad un cammino interiore, la conversione.

I primi cristiani spesso si consideravano dei “senza patria”, dei chiamati a vivere una esperienza umana e spirituale lungo il cammino verso la terra promessa, il Regno delle beatitudini.

Camminare al seguito di Gesù.

Nel vivere l’esperienza del pellegrinaggio quale parabola di tutta la nostra esistenza di uomini e di cristiani, non possiamo prescindere in alcun modo dalla persona e dalla vita di Gesù. E così il pellegrinaggio diventa occasione provvidenziale per professare, testimoniare e vivere la nostra fede in Gesù. Tutta la vicenda terrena di Gesù ci dice che la vita dell’uomo è un andare verso la casa del Padre. La vita, dunque, è un cammino verso il Padre, un cammino vissuto in fraternità, insieme con Gesù e tra di noi. Non è però un cammino che si svolge nell’incertezza e nell’improvvisazione.

In realtà, Gesù ha voluto sì indicare il rapporto tra lui e i suoi discepoli con l’immagine dinamica del cammino, ma qualificandolo come un cammino che ha le caratteristiche della “sequela”. Si tratta, allora, di un cammino da percorrere sotto la direzione di una guida, al seguito di qualcuno che traccia il percorso e che indica la via, anzi che presenta se stesso come “la Via” (cfr. Giovanni 14, 6). Mettersi al seguito di Gesù significa mettere tutti i nostri progetti umani sotto la signoria di Dio e misurarsi solo sul Vangelo. Vuol dire abbandonarsi al soffio dello Spirito.  Significa farsi pellegrini verso di Lui, aprendosi al dono della Sua parola. Solo chi si riconosce amato dal Dio vivo vince la paura e vive il grande viaggio per camminare verso gli altri, verso l’Altro che è Dio stesso.